
Nel calcio, ci sono partite che non si vincono con il gioco, ma col carattere. L’Inter porta a casa proprio una di queste, e ci mette 92 minuti per trovare il modo. Il tabellino dice 2-1 contro l’Urawa Red Diamonds, ma basta uno sguardo al campo per capire che è una vittoria più mentale che tecnica, più di carattere che di brillantezza. Un successo sporco, pesante, necessario. Soprattutto per Chivu, alla sua prima gioia da tecnico nerazzurro.
Eppure, la sfida sembrava destinata ad altro. La rete di Watanabe nel primo tempo – un regalo confezionato da Dimarco, Carlos Augusto e Luis Henrique – riassume perfettamente l’Inter attuale: distratta, appesantita, fragile. Un’Inter ancora scossa dai fantasmi del disastro di Monaco, incapace di trasformare il possesso in pericolo, che per lunghi tratti rumina palloni senza costrutto, si incarta davanti al muro giapponese trasformato da 4 a 6 difensori con elasticità e disciplina tattica.
A brillare è il capitano, che al 78’ piazza un gol da fuoriclasse assoluto: spalle alla porta, si esibisce in un gesto tecnico difficilissimo, una sorta di semi rovesciata verticale con l’esterno del piede destro. Completa la rimonta l’altro argentino, Valentin Carboni, che nel recupero capitalizza un’azione confusa ma disperata, chiude la rimonta e ci regala tre punti vitali.
Il destino vuole che anche stavolta, come 46 giorni fa con Acerbi contro il Barcellona, sia un sinistro a chiudere il sipario. Un’altra gioia che arriva allo scadere, come se questa squadra avesse bisogno del dramma per accendersi. E nonostante le lacune evidenti – una transizione tattica non ancora digerita, un modulo che zoppica e una rosa corta in attacco – la reazione c’è. Confusa, forse. Ma c’è.
Perché se è vero che la qualità appare a tratti desolante, la voglia di ribaltare il destino non manca mai. Il ritorno al 3-5-2 dà ordine, Mkhitaryan porta esperienza e stabilità, seppur non incisività. Mancano come il pane giocatori che saltano l’uomo, mancano fantasia e brio. Intanto portiamo a casa questa vittoria fondamentale, non tanto per il cammino in sé, quanto per l’importanza che riveste sul piano psicologico. Provate a pensare se l’avessimo persa o pareggiata.
Chivu ora sa che la qualificazione agli ottavi è lì, a un passo. Basta fare risultato contro il River Plate. Ma capisce anche che senza Thuram questa squadra perde profondità, che Esposito ha ancora troppa timidezza, e che per competere serve ben altro che un buon possesso palla sterile. Serve concretezza. E magari anche qualche mente libera come quella di Carboni o Sucic – ragazzi che non vivono il trauma del PSG e che giocano con incoscienza, e forse proprio per questo fanno la differenza.
In fondo, la lezione è chiara: si può anche giocare male. Ma certe partite, se le vinci, valgono doppio. Per la classifica. E per la testa.
