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  • Le vecchie abitudini non muoiono mai

    Domenica 31 agosto 2025 – Dopo l’uragano col Torino, arriva la bonaccia contro l’Udinese. Non basta l’inizio illusorio col gol di Dumfries, non bastano quattro punte in campo nel finale, non basta neppure San Siro: finisce 1-2, con Atta e Davis a prendersi i titoli e a lasciare Chivu alla prima sconfitta in A da allenatore nerazzurro che arriva in casa, davanti a 70 mila volti increduli.

    La trama è antica: un gol costruito con grazia (Lautaro di tacco, Thuram che apre, Dimarco che restituisce, Dumfries che spinge dentro), poi l’illusione di avere già in mano la partita. L’Inter però si perde in ciò che la tormenta da 4-5 anni: non c’è chi salta l’uomo, non c’è un colpo verticale che spezzi il blocco. Zalewski era l’unico, ed è stato ceduto. Contro una squadra fisica e compatta come l’Udinese, buttare palloni alti è un esercizio di vanità.

    Dumfries in dieci minuti costruisce e distrugge: segna l’1-0, poi allarga il braccio e regala il rigore che Davis trasforma. Poco dopo, Atta — cresciuto a Rennes tra musei e case a graticcio — dipinge un destro da galleria: Bisseck lo guarda, lui lo fulmina.

    Il resto è un déjà-vu. Tanti cross, poche idee. Il 2-2 lo trova Dimarco ma Thuram è un’unghia avanti. Pio Esposito debutta tra gli applausi, sfiora il colpo di testa, non la gloria. Bonny entra per un 4-2-4 della disperazione: solo brividi.

    Chivu non si nasconde: «Dura cambiare abitudini radicate da anni. È diventata una partita da ‘vediamo cosa succede’ con quattro punte. Ci vogliono motivazioni più forti». Ha ragione: non è questione di mercato, ma di testa. Leziosità, frenesia, vecchi fantasmi. Questa squadra con Inzaghi ha toccato picchi altissimi di gioco, ma oggi inciampa sulle stesse crepe. Non cerca alibi: né il mercato bloccato, né l’arbitro, né i centimetri della difesa friulana. Il problema è nella testa: frenesia, leziosità, specchiarsi troppo e verticalizzare poco.

    L’Udinese invece sa chi è: squadra corta, compatta, cattiva. Solet chiude tutto, Atta giganteggia come se San Siro fosse la sua Scala privata. Runjaic sorride, Chivu mastica amaro.

    L’Inter resta un cantiere che non può permettersi di restare aperto troppo a lungo. Ha preso cinque under 23, nessun titolare. Tutti gli altri hanno un anno in più, un passo più lento, un vizio in più. È stata l’ultima a partire in ritiro, e ora lo paga.

    La classifica dice che Napoli, Juve, Roma e persino la Cremonese scappano. Il calendario dice che c’è lo Stadium. Il cuore dice che l’Inter non è guarita.

    Non è un ritorno al passato, è la prova che il presente non perdona. Il 5-0 era stato un manifesto, questo 1-2 è un memorandum: per restare in alto non basta cambiare modulo, serve cambiare mentalità. E a San Siro il tempo, come sempre, non esiste.