Tag: Simone Inzaghi

  • L’Inter e la stagione del rimpianto

    Ovvero: come è andato in frantumi il sogno del Triplete.

    Abbiamo creduto a tutto: al gruppo, alla famiglia, al progetto. Al Triplete che non era solo un sogno, ma li, a un paio di metri. E invece, ci siamo risvegliati in un incubo. Abbiamo ingoiato pareggi inspiegabili, sconfitte figlie di nervi a pezzi, partite decisive buttate via con una leggerezza imbarazzante. Ci avevano convinto: Lautaro e Thuram, fratelli di gol e di sangue calcistico. Ci avevamo creduto davvero. Ma alla prima frattura, ognuno per sé. L’argentino con la fascia e i nervi in mano. Il francese con i gol evaporati e la diplomazia social. Non c’è mai stato un gesto per fermare tutto, per dire “parliamone”, per proteggere la squadra. Solo gesti per distruggere.

    C’era una volta l’Inter da Triplete. O almeno così sembrava, a inizio stagione. Un gruppo maturo, con una coppia d’attacco affiatata, una difesa solida, un centrocampo dominante e un tecnico – il Demone – amato da tutto il popolo nerazzurro. C’erano le premesse per sognare in grande, forse troppo in grande. Poi è bastato un mese, un pugno di partite decisive, per smascherare quello che era solo un equilibrio apparente. Il finale di stagione ha tolto la maschera a una squadra che si è sbriciolata sotto il peso delle tensioni interne, dei nervosismi, della stanchezza fisica e, a questo punto mi pare ovvio, soprattutto mentale.

    A marzo l’Inter era ancora in corsa su tutti i fronti. A luglio, si ritrova con le mani vuote. La disfatta contro il PSG in Champions League ha dato il via al crollo. La sconfitta in campionato con la Lazio ha fatto scivolare lo scudetto. La Coppa Italia è svanita in semifinale, in silenzio. Il Mondiale per Club, infine, ha rappresentato la caduta definitiva, con il ko amarissimo contro il Fluminense e la tempesta mediatica scoppiata subito dopo.

    Lo sapeva da tempo, Simone. Che sarebbe andato all’Al Hilal. Che questo sarebbe stato il suo ultimo giro. Ma ha scelto il silenzio. Ha scelto di fare l’allenatore part-time, presente col corpo ma altrove con la testa. Il PSG ci ha travolti? Certo, erano più forti. Ma eravamo preparati a perdere così, senza anima? Frattesi non entra nemmeno nel finale, le rotazioni si azzerano, i titolari affondano e nessuno li salva. Una gestione suicida, fatta da un uomo che aveva già deciso di scappare. Simone Inzaghi è stato il primo tassello a cadere. Dietro un’apparente serenità, si celava già un addio scritto. Il tecnico, promessosi da tempo all’Al Hilal, ha portato avanti la stagione con la testa altrove. Una separazione silenziosa, consumata con comunicazione unilaterale alla società dopo la notte di Monaco. Una gestione tecnica che, nella fase decisiva, si è fatta rigida, timorosa, prevedibile. Le riserve sono rimaste tali, i titolari – stanchi – hanno steccato. Il simbolo? Frattesi, rimasto in panchina per tutta la sfida col PSG, esploso di rabbia a fine gara.

    E poi lo spogliatoio. Altro che gruppo. Altro che fratelli del destino. Calhanoglu che tratta sottobanco con il Galatasaray mentre noi sogniamo il suo rinnovo. Lautaro che sbrocca in diretta, e apre una ferita impossibile da ricucire. Thuram che invece di mettersi in mezzo per unire, clicca un like che pesa come un pugno nello stomaco. E Arnautovic? E la moglie di Inzaghi? E tutti gli altri che si sono schierati con un post, con un commento, con un silenzio? Se Inzaghi se n’è andato in silenzio, Lautaro Martinez ha scelto il microfono. Dopo il Mondiale per Club, lo sfogo del capitano è stato durissimo: “Chi vuole restare resti, chi vuole andarsene vada via. Ho visto cose che non mi sono piaciute”. Il bersaglio, neanche troppo velato, era Hakan Calhanoglu, da settimane in contatto col Galatasaray. La risposta del turco è arrivata via social: “Un vero leader non cerca colpevoli”. A mettere ulteriore benzina sul fuoco, il like – eloquente – di Marcus Thuram, compagno di reparto di Lautaro.

    Un gesto che ha aperto un nuovo fronte interno. La ThuLa, la coppia perfetta, si è incrinata. E con essa, l’intero equilibrio dello spogliatoio, improvvisamente diviso in fazioni. Arnautovic, la moglie di Inzaghi e altri senatori hanno preso posizione. Il clima ad Appiano è diventato irrespirabile.

    E Marotta? Che scopre che Inzaghi se ne va solo dopo la disfatta di Monaco? Che va in tv a confermare che Lautaro ce l’aveva con Calhanoglu? Ma siamo seri? Abbiamo perso lo scudetto, la Champions, la coppetta nazionale e il Mondiale per Club, e l’unica reazione è un’intervista postuma? Abbiamo concesso a un allenatore di rescindere unilateralmente un contratto fino al 2026 senza nemmeno imporgli condizioni. E poi ci stupiamo se la squadra è impazzita? Una dirigenza colpita e – apparentemente – spiazzata. Giuseppe Marotta ha confermato tutto in diretta TV, ammettendo lo scontro tra Lautaro e Calhanoglu, senza cercare di nascondere o attutire il colpo. Difficile capire quanto la società sapesse o volesse intervenire prima. Di certo, il vuoto lasciato da Inzaghi e il mancato controllo dello spogliatoio hanno pesato tantissimo.

    Alzi la mano chi non si è sentito preso per il culo.

    Poi arriva Chivu. Uno che almeno si mette davanti, chiama tutti in hotel, pretende confronto. È l’unico, finora, che ha fatto quello che avrebbero dovuto fare da mesi. Ma arriva a tempesta già passata. A trofei persi. A cocci sparsi. A stagione finita.

    Chivu non doveva rimettere insieme i pezzi. Doveva esserci prima, quando i pezzi iniziavano a creparsi. A cercare di ricucire lo strappo, Cristian Chivu. Subentrato dopo il divorzio con Inzaghi, l’ex capitano ha chiamato la squadra a un confronto diretto in hotel, prima del rientro in Italia. A viso aperto, senza sconti, con la presenza di Lautaro e Thuram. Non una pace definitiva, ma un primo passo. La società ha apprezzato l’autorità del nuovo tecnico, che dovrà adesso gestire un’estate difficile e un gruppo da rifondare – non tanto nei nomi, quanto nei valori e nella coesione.

    Usciamo dalla stagione più promettente degli ultimi anni senza titoli, con un progetto tecnico da riformulare e uno spogliatoio da ricompattare. Il crollo finale, in Serie A, in Europa e nel Mondiale per Club, non è frutto del caso: è il risultato di tensioni irrisolte, di scelte tecniche discutibili e di un’unità di facciata che non ha retto alla pressione. Il nuovo corso dovrà partire da qui: dalla consapevolezza che i titoli si costruiscono prima nello spogliatoio, poi in campo.

    E se Chivu riuscirà a trasformare questa crisi in opportunità, solo allora potremo parlare davvero di rinascita.

  • Quando l’hai deciso mister?

    Non vai in chiesa perché il prete è bravo e simpatico, ci vai perché la fede va oltre la ragione, le persone e le cose. Non è facile da spiegare, ma è così. Poi, certo, ci sono le eccezioni.

    Ho avuto la fortuna di conoscere padre Mario Cattoretti (che Dio l’abbia in gloria) anni fa, a Milano. Certe domeniche andavo a Santa Maria delle Grazie solo per ascoltare le sue prediche.

    Era anche l’epoca di Mourinho all’Inter, se potevo mi sintonizzavo e seguivo in diretta le conferenze pre-partita di Giuseppe (cit.), un po’ come quelli che aspettano gli eventi durante i quali Apple presenta i nuovi iPhone. Perché questo erano le conferenze stampa dell’uomo Speciale: eventi imperdibili.

    Andavo a messa perché le parole di padre Mario mi graffiavano l’anima e mi tormentavano fino alla domenica successiva, e ogni volta che lo andavo a trovare, ero certo del fatto che avrei incassato un altro montante su cui riflettere per giorni.

    Due uomini che incarnano così profondamente una fede — religiosa o calcistica che sia — da diventare loro stessi simbolo, concetto, fede appunto.

    Chi è interista lo sa. Chi ha conosciuto padre Mario, anche.

    Ma queste non sono cose normali. Sono eccezioni. E la vita, nel bene e nel male, è fatta soprattutto di normalità.

    In cuor mio, ho coltivato il sogno di una terza Grande Inter. Un sogno che si è definitivamente dissolto nella notte di Monaco. Ma un sogno non dovrebbe mai lasciare spazio alla delusione e all’amarezza — tuttalpiù alla nostalgia e alla tristezza. Quello sì che è naturale. Così com’è stato, in effetti, per l’Inter del Triplete.

    “Inzaghi in Arabia? Tutto già deciso prima della finale…”. Esteve Calzada, amministratore delegato del club arabo: “Ci chiese di aspettare solo per la firma”. Gazzetta.

    La storia non tradisce mai, a tradire sono gli uomini che la scrivono. Ed è la ragione per la quale la scelta di Simone Inzaghi fa male: perché è il tradimento della sua stessa creatura, del proprio lavoro. L’Inter della seconda stella non entrerà nei libri per come avrebbe meritato, passerà alla storia dal lato sbagliato, attraverso la porta di servizio. E questo fa male. Molto male.

  • Incubi e centrifughe

    “Non è ancora facile ripensare a quella finale, lo ammetto. Di tanto in tanto ti svegli di soprassalto e pensi: cosa è successo? Il modo in cui è andata è stato così frustrante. Ci si prepara così tanto per una finale del genere. Abbiamo avuto una giornata storta. È ancora molto difficile da accettare, a dire il vero”.

    Penso che le parole di Dumfries riassumano perfettamente lo stato d’animo di noi tutti. L’ultima illustre vittima della “centrifuga Inter” è l’Inter stessa, tutta. Lo spogliatoio è un congegno strano, una macchina che viaggia su ingranaggi di seta, dove anche un piccolo frammento usurato può comprometterne la fluidità complessiva e lacerare equilibri e relazioni. Noi la macchina buona l’avevamo, e l’avevamo anche guidata fino in fondo, scassata e rattoppata ma era lì, a 90′ dalla gloria eterna, ed è per questo che ancora ci svegliamo sconfortati e increduli per essere andati a sbattere all’ultima curva dormendo al volante.

    Quante volte abbiamo letto e ascoltato che il merito principale di Simone Inzaghi è stato quello di tenere assieme i ragazzi nella buona, ma soprattutto nella cattiva sorte, facendoli sentire tutti importanti. Suscita in me un groviglio di strane emozioni contrastanti leggere oggi le dichiarazioni di Davide “Core de Roma” Frattesi rilasciate nell’anno della seconda stella: “Inzaghi è stato bravo a non perdere nessuno: anche quando giocavano sempre gli stessi, veniva a parlarci, a motivarci. Ti fa sentire importante, è questo che conta”. E ancora: “Il livello è altissimo, eppure nessuno fa il fenomeno. Poi Inzaghi sa come gestirci: anche quando hai una giornata storta, non te la fa pesare, e ti dice la parola giusta. In questo gruppo tutti hanno un ruolo”.

    Esattamente dodici mesi dopo, nel mese di gennaio 2025, si è parlato tanto di Frattesi alla Roma, il giocatore si dichiarava insoddisfatto dell’esiguo minutaggio concessogli da Simone Inzaghi. Situazione perfettamente in antitesi con quanto da lui stesso affermato appena un anno prima. Che io ricordi, questo è stato il primo segnale figlio della prima spaccatura che ha poi portato l’intero gruppo al crollo verticale di Monaco.

    Da un mercato all’altro, da gennaio a maggio, poco più di cento giorni in cui si è consumato il dramma e si è sgretolata l’Inter. Gli infortuni, le polemiche del demone con gli arbitri, qualche muso lungo e rimbrotto qua e là tra i ragazzi in campo, e sofferenza, un’indicibile, incalcolabile, estenuante sofferenza che ci ha tenuto compagnia per tutto il girone di ritorno. Ma la macchina era lì, scassata e rattoppata come non mai, ma era lì, a 90′ dalla gloria eterna. Poi quell’ultima curva sciagurata.

    La domanda che mi porto dentro, che con ogni probabilità è la stessa che sveglia Dumfries nel cuore della notte, ha forse un nome e un cognome. Quando l’hai deciso mister? Quando hai esorcizzato il demone e indossato le vesti del bauscia d’Arabia?

  • Il lavoro di mister Inzaghi

    Beh, intanto buona festa della Repubblica, il due giugno è uno di quei giorni in cui è giusto celebrare, ricordare, onorare. W l’Italia!

    Quanto a noi, ho pensato di fare i conti alle quattro stagioni del demone sulla panca dell’Inter, e ho annotato un po’ di numeri grazie a transfermarkt.it, solo cifre nude e crude, inconfutabili.

    Il motore di ricerca mi informa che la nostra Inter occupa la posizione n. 40, avendo speso negli ultimi 4 anni poco più di 250 milioni di €, sembra un insulto lo so, ma è il calcio di oggi, se urta il senso civico e il decoro di qualcuno lo capisco, in quel caso posso solo consigliare di interessarsi ad altri sport.

    Sintetizzando:
    Uscite 258,13
    Entrate 372,27
    Saldo positivo 114,14

    Il mister ha rimpolpato la bacheca con 6 titoli, ok sono 5 coppette e uno scudetto, ma è anche arrivato a giocarsi due finali di Champions, provate a vedere in quanti c’erano riusciti prima. L’ultima l’ha persa malamente, molto malamente, è stata la peggiore sconfitta dell’Inter di Inzaghi e la peggiore in assoluto di tutte le finalone. Non tornerò sugli errori che a parer mio hanno compromesso la stagione, ne ho già parlato nei precedenti post. Ma il lavoro fatto fin qui, con i mezzi e il materiale messo a disposizione dalla società non si piò soltanto definire di tutto rispetto, forse ci va qualcosina in più.

    Ritengo intellettualmente corretto estendere la medesima disamina ai parigini dell’unanimante consacrato geniale Luis Enrique, ecco in sintesi i loro movimenti bancari dell’ultimo quadriennio, grazie ai quali in effetti non occupano il primo posto, ma il secondo sì

    Uscite 932,42
    Entrate 413,55
    Saldo negativo -518,87
    Bottino: 4 campionati, 2 coppe nazionali, 3 supercoppe francesi, 1 CL (v#ff#nc#l#) offendevi pure ma dovevo scriverlo almeno una volta

    Ed ecco poi anche i conti del Napoli dei miracoli, solo ventunesimo…

    Uscite 375,17
    Entrate 274,39
    Saldo negativo -100,78
    Bottino: 2 scudi e 1 supercoppa italiana

    Il diciottesimo posto è invece occupato dall’altra squadra di Milano

    Uscite 408,81
    Entrate 138,80
    Saldo negativo -270,01
    Bottino: 1 scudetto e 1 supercoppa italiana

    Gia che c’ero, la curiosità è donna, e l’Inter è femmina… sono andato a sbirciare i conte della juve (il minuscolo non è un refuso), nona classificata, e guardate un po’ che ho scoperto

    Uscite 559,85
    Entrate 353,38
    Saldo negativo -206,47
    0 titoli

    🤭

    W il 2 giugno! W la Repubblica! W l’Inter!