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  • La juve sparecchia, l’Inter paga il conto

    La juventus batte l’Inter 4-3 e qualcuno parla di “spettacolo”. Noi preferiamo la parola “farsa”: sette reti in novanta minuti, applausi a scena aperta, e l’Inter che esce con il vestito elegante macchiato di sugo. Un’altra volta.

    Cristian Chivu ha fatto la parte dell’uomo educato che a fine cena ammette: “abbiamo fatto la prestazione, ma negli ultimi dieci minuti è mancata lucidità”. Tradotto: gli altri hanno sparecchiato, noi abbiamo pagato il conto. È il riassunto perfetto di una squadra che produce, costruisce, ma al momento di sporcare la partita si ritrae come se il fango fosse veleno.

    Contro l’Udinese ne hai presi due, contro la juve tre più uno all’ultimo respiro. Sei in due partite. Non è un dettaglio: è una diagnosi. L’Inter si è convinta che la sua forza estetica basti, che il gioco pulito copra le smagliature dietro. Ma il calcio non è una sfilata: è un mestiere sporco.

    La juventus lo sa: si traveste da “provinciale di lusso”, alterna il gesto tecnico alla gomitata di mestiere, e alla fine vince. L’Inter invece continua a chiedere alla Serie A di applaudire le sue intenzioni. Peccato che il campionato non dia voti di comportamento, ma punti in classifica.

    Nel mezzo di tutto questo, la società rincorre “Ademola Lookman”. Attaccante rapido, verticale, dribbling nel sangue. Ottimo per accendere la luce quando la partita diventa un vicolo cieco. Ma la domanda resta: a che serve aggiungere lampadine se il tetto continua a perdere?

    Il senso, dicono, è questo: se porti Lookman davanti, costringi le difese avversarie a retrocedere, e di riflesso proteggi la tua. È un ragionamento logico, quasi da manuale di economia calcistica. Ma ha un limite: nessun contropiede ti salva se al minuto 91 non sai fare il fallo tattico o buttare la palla in tribuna senza sentirti in colpa.

    L’Inter oggi è un paradosso ambulante: produce abbastanza da vincere, concede abbastanza da perdere. Chivu lo sa, lo dice, lo ripete. Ma in campo resta l’impressione che questa squadra abbia paura di sembrare cinica, come se la concretezza fosse una brutta malattia.

    E allora la juve vince con la tranquillità di chi non ha paura del giudizio estetico. Provinciale di lusso, sì, ma vincente. L’Inter rimane sospesa: raffinata, bella, ma con l’ansia di sporcarsi i pantaloni.

    L’Inter non ha bisogno solo di Lookman. Ha bisogno di un corso accelerato in malizia, furbizia, sopravvivenza. Chiamatelo cinismo, chiamatelo mestiere, chiamatelo come volete: è il linguaggio che in Serie A vale più del fraseggio.

    Perché i campionati li vincono quelli che si sporcano le mani. E l’Inter, finché resterà convinta di poter vincere con i guanti bianchi, continuerà a uscire dagli stadi con i vestiti in ordine e il portafogli vuoto.

  • Le vecchie abitudini non muoiono mai

    Domenica 31 agosto 2025 – Dopo l’uragano col Torino, arriva la bonaccia contro l’Udinese. Non basta l’inizio illusorio col gol di Dumfries, non bastano quattro punte in campo nel finale, non basta neppure San Siro: finisce 1-2, con Atta e Davis a prendersi i titoli e a lasciare Chivu alla prima sconfitta in A da allenatore nerazzurro che arriva in casa, davanti a 70 mila volti increduli.

    La trama è antica: un gol costruito con grazia (Lautaro di tacco, Thuram che apre, Dimarco che restituisce, Dumfries che spinge dentro), poi l’illusione di avere già in mano la partita. L’Inter però si perde in ciò che la tormenta da 4-5 anni: non c’è chi salta l’uomo, non c’è un colpo verticale che spezzi il blocco. Zalewski era l’unico, ed è stato ceduto. Contro una squadra fisica e compatta come l’Udinese, buttare palloni alti è un esercizio di vanità.

    Dumfries in dieci minuti costruisce e distrugge: segna l’1-0, poi allarga il braccio e regala il rigore che Davis trasforma. Poco dopo, Atta — cresciuto a Rennes tra musei e case a graticcio — dipinge un destro da galleria: Bisseck lo guarda, lui lo fulmina.

    Il resto è un déjà-vu. Tanti cross, poche idee. Il 2-2 lo trova Dimarco ma Thuram è un’unghia avanti. Pio Esposito debutta tra gli applausi, sfiora il colpo di testa, non la gloria. Bonny entra per un 4-2-4 della disperazione: solo brividi.

    Chivu non si nasconde: «Dura cambiare abitudini radicate da anni. È diventata una partita da ‘vediamo cosa succede’ con quattro punte. Ci vogliono motivazioni più forti». Ha ragione: non è questione di mercato, ma di testa. Leziosità, frenesia, vecchi fantasmi. Questa squadra con Inzaghi ha toccato picchi altissimi di gioco, ma oggi inciampa sulle stesse crepe. Non cerca alibi: né il mercato bloccato, né l’arbitro, né i centimetri della difesa friulana. Il problema è nella testa: frenesia, leziosità, specchiarsi troppo e verticalizzare poco.

    L’Udinese invece sa chi è: squadra corta, compatta, cattiva. Solet chiude tutto, Atta giganteggia come se San Siro fosse la sua Scala privata. Runjaic sorride, Chivu mastica amaro.

    L’Inter resta un cantiere che non può permettersi di restare aperto troppo a lungo. Ha preso cinque under 23, nessun titolare. Tutti gli altri hanno un anno in più, un passo più lento, un vizio in più. È stata l’ultima a partire in ritiro, e ora lo paga.

    La classifica dice che Napoli, Juve, Roma e persino la Cremonese scappano. Il calendario dice che c’è lo Stadium. Il cuore dice che l’Inter non è guarita.

    Non è un ritorno al passato, è la prova che il presente non perdona. Il 5-0 era stato un manifesto, questo 1-2 è un memorandum: per restare in alto non basta cambiare modulo, serve cambiare mentalità. E a San Siro il tempo, come sempre, non esiste.

  • 5 colpi per dire che il tempo non esiste

    Più che una partita è stato un avviso di sfratto: 5-0 al Torino, e l’Inter ha già messo il cartello “abitato” sul campionato. Chi cercava esitazioni ha trovato Thuram in doppia copia, Lautaro indemoniato, Bastoni col vizio del gol e Bonny che si presenta come se San Siro fosse un oratorio di quartiere.

    La serata inizia con Bastoni che anticipa tutti su corner di Barella: il difensore che segna il primo gol stagionale è un manifesto. Poi Thuram si riprende il sorriso con due gol da centravanti completo: un diagonale lucido e un colpo di testa d’antologia. Lautaro, capitano e predicatore, ci mette la scivolata rabbiosa che vale il 3-0: é l’istantanea di un leader che lotta persino per una rimessa laterale. Bonny, cinque minuti dopo l’ingresso, chiude la manita: esordio, gol e una certezza in più.

    Il Toro? Preso in mezzo dal pressing alto, costretto a vivere senza rifornimenti. Il 4-3-3 granata sembrava una diga, ma al primo impatto è parso solo un ombrello sotto la grandine.

    Chivu non urla, spiega: “Calma, è solo la prima.” Ma intanto ha ridisegnato l’Inter: Sucic in regia al posto dello squalificato Calhanoglu, Barella traslocato senza mugugni, Diouf in campo da debuttante con la valigia ancora aperta. Meno palleggio sterile, più aggressioni alte; meno rotazioni da laboratorio, più sostanza.

    L’Inter di Chivu non ha protettori né parafulmini: ha cinque gol e un messaggio. All’Inter il tempo non esiste, e se qualcuno pensava di concedersi il lusso della gradualità, ha appena scoperto che i nerazzurri hanno scelto la via breve: partire forte da subito.

    Contestualmente, a Novara, i ragazzi dell’U23 inaugurano la loro avventura in Serie C con un 1-1 che assomiglia a un biglietto da visita. Topalovic firma il primo storico punto con una magia su punizione.

    Il giovane Topalovic incanta: conquista la punizione e la trasforma con una pennellata che lascia di sasso il portiere. Il Novara reagisce nella ripresa, aumenta i giri e colpisce con Da Graca da centro area. Melgrati tiene in piedi i nerazzurri con parate decisive nei momenti di tensione. La gara si spezzetta, diventa nervosa, ma l’Inter U23 non arretra: esordio con carattere, punto meritato.

    Vecchi, al termine, non si illude né si nasconde: “Buon punto di partenza. La squadra ha tenuto botta, non ha mai mollato. È solo l’inizio di un percorso.”

    Un pari non è una vittoria, ma è già una carezza al futuro. L’Inter U23 ha giocato da pari, senza complessi: Topalovic ha aperto un conto, Da Graca lo ha pareggiato. E Vecchi ha lasciato il campo con l’aria di chi sa che il tempo, per i giovani, non si teme: si conquista un punto alla volta.

  • 1 punto

    E alla fine decide un punto, un punticino lasciato al Meazza contro la Roma. Magari quel calcio di rigore che ci spettava l’avremmo sbagliato, magari no. E allora saremmo qui, con i calendari alla mano, a discutere della data migliore per giocarsi lo spareggio. E non sarebbe roba da poco, giacché siamo in attesa di giocare la finale della competizione più importante, quella che archivierà questa stagione tra le indimenticabili della nostra storia — in un senso o nell’altro.

    È stato un campionato folle, tanto che, sul vantaggio del Napoli, per un momento ho pensato che solo noi avremmo potuto vincerlo. Ma la vecchia Pazza Inter, evidentemente, non c’è più: è stata rimpiazzata da pragmatismo e programmazione di inzaghiana e marottiana fattura. Ed è un bene: due finali di Champions in tre anni, chi mai le ha viste? Dopo quasi mezzo secolo di sussulti a tinte nerazzurre, posso contare sufficienti cartoline scintillanti impresse nelle sinapsi e cicatrici sul cuore, e vi assicuro che stagioni capaci di vantare un’intensità e un’altalena di emozioni come quella che sta per concludersi non ce ne sono molte, forse nessuna.

    Mi piacerebbe chiedere al mister come mai, a suo tempo, non abbia risparmiato nervi e muscoli ai “titolarissimi”, evitandogli le fatiche delle due coppe nazionali. Chi mi conosce sa che da gennaio predico parsimonia, considerato che siamo la squadra più vecchia d’Italia… e ho a lungo imprecato quando ho letto dei complimenti a Inzaghi per aver schierato in Supercoppa gli stessi uomini del Campionato e delle critiche a Gasperini per il turnover esagerato. Ecco. Oggi, probabilmente, gli stessi scriverebbero l’esatto contrario. Del resto, in queste ultime partite, le seconde linee hanno rimpolpato il nostro tesoretto con prestazioni e punti.

    Detto ciò, mi auguro davvero che il mister impari da questa esperienza e che continui a “sedersi” — si fa per dire con Inzaghi… — ancora a lungo sulla nostra panca. Quella che ha messo in pista è una macchina eccezionale: non ricordo altre Inter così belle e competitive, in abito nazionale e internazionale.

    A completare questo finale di stagione, registriamo anche la proposta indecente degli arabi dell’Al-Hilal Saudi Club che promettono ponti d’oro al nostro tecnico — tentandolo (inutilmente, spero) — e la lettera di Domenico Rocca inviata alla Commissione Arbitrale Nazionale, che ci fa incazzare ancora di più, se mai fosse possibile.