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  • Non chiamatelo chivulismo… ma

    C’è un momento, un’ora abbondante a dire il vero, in cui la squadra non solo vince, ma convince, cresce, si riconosce. L’Inter che ha battuto il River Plate 2-0 al Lumen Field di Seattle non è solo una squadra agli ottavi del Mondiale per Club: è il primo, nitido frammento di qualcosa che somiglia a un’identità. Forse – anche se lui preferisce evitare – è l’alba dell’Inter di Chivu.

    “Non iniziamo con queste cose, manca solo da dire ‘chivulismo’ adesso”, ha tagliato corto il tecnico romeno nel dopopartita, con l’ironia di chi conosce bene le trappole dell’entusiasmo. Ma è proprio in quella sobrietà che si intravede la forza del progetto: niente proclami, solo lavoro, rigore e appartenenza.

    Il 2-0 con cui l’Inter ha liquidato il River non racconta tutto. Perché la partita – durissima, vera, intensa – ha mostrato un’Inter capace di adattarsi, soffrire, reggere, e poi imporsi. Il River, spinto da oltre 20 mila tifosi e da una tradizione orgogliosa, ha scelto la strada dell’agonismo: pressing alto, uomo contro uomo, duelli fino all’ultimo centimetro. Chivu aveva previsto tutto. In conferenza aveva evocato la necessità di “mangiare merda” e il campo gli ha dato ragione: nel primo tempo i nerazzurri hanno retto l’urto, nel secondo hanno alzato l’intensità, preso in mano il centrocampo e dominato la scena.

    Una gara da Mondiale vero, altro che amichevole estiva. Il livello dello scontro è stato altissimo: 120 contrasti, 66 vinti dall’Inter, falli duri, nervi tesi. E alla fine, anche una rissa. Ma a prevalere è stata la lucidità.

    È il primo gol di Pio Esposito con l’Inter, ma non è solo un gol. Il bambino (cit.), classe 2005, al debutto da titolare, si è preso la scena con una prestazione da centravanti vero. Sportellate con Diaz e Martinez Quarta, sponde, movimenti giusti, freddezza. Il gol, arrivato su assist perfetto di Sucic, è il coronamento di una serata da incorniciare.

    Ma anche su di lui, Chivu frena: “Con calma. Non dimentichiamoci che è un 2005. Ha margini di crescita importanti, ma deve continuare a lavorare”. E in un calcio che troppo spesso brucia i talenti, questo approccio vale oro.

    “Sono 14 giorni che siamo in ritiro e i ragazzi rispondono così dal punto di vista caratteriale”, continua il mister. Ed è vero. L’Inter ha mostrato un’anima collettiva, fatta di disponibilità, sacrificio, adattamento. Sommer guida la difesa con esperienza, Bastoni – capitano – sigilla il match con un gol da leader. Mkhitaryan e Barella non si tirano mai indietro. Sucic entra e cambia la partita. Lautaro è ovunque, colpisce un palo, crea, si immola. Dimarco ritrova brillantezza, Dumfries rientra con una corsa inarrestabile.

    Non è solo tattica. È mentalità, quella che serve per affrontare un Mondiale con ambizione.

    La svolta arriva al 65’, quando Martinez Quarta stende Mkhitaryan lanciato a rete: rosso diretto, River in 10. Da lì è un assolo nerazzurro. L’Inter sfonda con continuità, colleziona occasioni, e infine passa: Pio Esposito segna, Bastoni raddoppia in pieno recupero con una grande azione personale.

    Il River chiude in 9, nervoso, stremato, incapace di reagire. Ma onore ai Millonarios e ai loro tifosi, capaci di trasformare Seattle in una piccola Buenos Aires. Perché, come dice Chivu, “mi ha fatto piacere vedere la loro passione”.

    Lunedì 30 giugno alle 21 italiane a Charlotte, sarà sfida al Fluminense di Thiago Silva. Un’altra battaglia, un altro scontro ad alta intensità, e noi ci arriviamo un po’ più consapevoli, un po’ più convinti e un po’ più squadra.