
Domenica 31 agosto 2025 – C’è chi la domenica sceglie il Gran Premio a Monza e chi, più eccentricamente, si accomoda sugli spalti per vedere l’Inter U23. Non sfrecciano bolidi ma ventenni con i calzettoni abbassati e la licenza di sbagliare. E in mezzo a loro spunta Antonino La Gumina, quasi trent’anni, ex promessa che si rifiuta di andare in pensione. Due gol — uno da rapace, uno da esteta — e per qualche minuto sembra di assistere a un pomeriggio senza scosse.
Illusione. Perché la Serie C non regala niente: ti accompagna fino alla porta e poi ti dà uno spintone giù per le scale. La Pro Patria rimonta, strappa un pareggio e consegna agli interisti il biglietto da visita più utile: questo è un campionato dove il talento non basta, serve cattiveria.
La squadra di Vecchi è un laboratorio a cielo aperto, non un esperimento da archivio. Ci sono i veterani che reggono la baracca — Prestia con l’elmetto, Melgrati coi guanti, Fiordilino in mezzo — e attorno a loro una gioventù che si accende e si spegne, che inventa e subito dopo dimentica. Antonio David mette personalità, Stante piazza un paio di chiusure salvavita. Ma basta un quarto d’ora di sbandamento e i mattoni messi in fila nel primo tempo crollano senza resistenza.
Il simbolo resta La Gumina: un quasi trentenne che segna due gol in una squadra creata per i ventenni. Giovani vecchi, vecchi giovani. Un paradosso nerazzurro che funziona per un tempo e poi implode alla prima scossa.
Sugli spalti i dirigenti osservano e prendono appunti. Forse annotano che l’Inter ha bisogno di più ragazzi che saltino l’uomo, forse scrivono che senza malizia non si sopravvive. In ogni caso, la lezione è arrivata: meglio impararla subito che tardi.
La seconda squadra serve a questo, a sbagliare senza che crolli il mondo, a soffrire prima di vincere, a crescere dentro partite che sembrano trappole più che trionfi. E allora la Pro Patria porta via un punto e lascia un avviso. L’Inter U23, per ora, ha solo intuito.
