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  • Calciopoli e la Cortina di Fumo: il Caso Carraro–Bergamo

    La finzione dell’equilibrio: perché la telefonata Carraro–Bergamo non tutelava l’Inter, ma il potere.

    Nel cuore della stagione 2004–2005, una conversazione intercettata tra Franco Carraro e Paolo Bergamo svela un’intenzione non sportiva, ma politica: preservare l’asse di potere juve–milan–FIGC, mascherando i meccanismi reali dietro una patina di equilibrio arbitrale.

    I. Una telefonata che vale più di mille gesti

    21 anni fa, il 26 novembre 2004 alle ore 18:23. La juventus è in vetta alla classifica. L’Inter è distante quindici punti ma in piena tensione politica con la Lega. A pochi giorni da juventus–Inter, una partita delicatissima anche per gli equilibri extracalcistici, Franco Carraro, presidente FIGC, chiama Paolo Bergamo, designatore arbitrale, e gli dice:

    “Mi raccomando, che non aiuti la juventus… che faccia la partita onesta… ma che non faccia errori a favore della juventus.”

    Apparentemente un invito all’equilibrio. In realtà, un gesto teatrale, studiato a tavolino per anticipare e neutralizzare eventuali sospetti di favoritismi, che avrebbero potuto minare la stabilità della governance federale e l’esito delle imminenti elezioni in Lega Calcio.

    II. Il contesto: tra potere, voti e retroscena

    Nell’autunno 2004, la Lega Calcio e la FIGC erano scosse da tensioni interne. Il blocco Galliani–Moggi–Carraro era in difficoltà: le elezioni federali, inizialmente previste per dicembre, furono rinviate al 14 febbraio 2005, proprio per contenere le pressioni e le fratture tra le società.

    L’Inter di Moratti aveva assunto una posizione critica verso il sistema, chiedendo trasparenza e riforme. La sua crescente ostilità poteva diventare esplosiva se un errore arbitrale avesse penalizzato i nerazzurri in una gara cruciale come quella contro la juve. In quel contesto, la telefonata di Carraro diventa atto politico più che sportivo.

    “Pensa a chi sta dietro”, aggiunge Carraro con tono mellifluo: un chiaro indizio che l’obiettivo non era l’imparzialità, ma la tutela del fronte politico-istituzionale filo-juve/milan.

    III. La cortina fumogena dell’apparente equità

    Carraro non chiede di favorire l’Inter. E nemmeno interviene per garantire una regolarità sportiva in senso stretto. Chiede di non commettere errori a favore della juventus. Ma l’invito non è frutto di rigore etico: è una manovra preventiva, volta a creare una narrativa di neutralità, utile da sventolare in caso di polemiche pubbliche o fughe d’informazioni.

    In altri termini: una “pezza d’appoggio” verbale che possa servire a dimostrare, a posteriori, che anche la juventus veniva “attenzionata” dalla Federazione, quando in realtà l’architettura del sistema continuava ad assecondarne gli interessi.

    Questo è ciò che rende la conversazione una cortina fumogena perfetta: non alterare la realtà, ma coprirla con un gesto apparentemente contrario.

    IV. Gli elementi strutturali del sistema

    Questa telefonata non è un caso isolato. Si inserisce in un contesto ben definito:

    ObiettivoAzione di CarraroVero Scopo
    Coprire il sistema pro-juve“Non aiuti la juve…”Rassicurazione mediatica
    Mascherare i favori arbitraliTono da garante dell’equilibrioDepistaggio sistemico
    Evitare attacchi da Moratti“Pensa a chi sta dietro”Prevenzione politica elettorale
    Tutelare l’asse juve-milanInterferenza indiretta nella designazioneConservazione del potere federale

    V. Le elezioni della Lega e la vera posta in gioco

    Le elezioni della FIGC furono rinviate al 14 febbraio 2005. Una mossa strategica, utile a Carraro e Galliani per guadagnare tempo e blindare i consensi. In quel clima, juventus–Inter diventava una miccia pericolosa: un arbitraggio discutibile avrebbe offerto alla fazione Moratti–Abete–Della Valle un casus belli per minare la maggioranza.

    Carraro, conscio di ciò, si adopera per evitare il danno d’immagine, non per assicurare giustizia. Il vero scopo della telefonata è politico, non sportivo.

    VI. Il sistema juve–Moggi e la funzione dell’“equilibrio apparente”

    Nel 2004–2005, Luciano Moggi aveva già creato una rete capillare di influenze, dentro e fuori dal campo: designatori, arbitri, giornalisti, osservatori. Il potere era reale, e quotidiano. Carraro non lo contrastò. Non lo interruppe. Scelse di offrire una parvenza di bilanciamento, che non intaccasse l’asse dominante.

    L’uso dell’Inter come specchietto per le allodole è il colpo da maestro: simulare attenzione per l’equilibrio proprio nei confronti della squadra-simbolo dell’opposizione. In questo modo, si dava una “prova di equità” ai posteri, mentre nella realtà si blindava lo status quo.

    VII. Le conseguenze giudiziarie (o l’assenza di esse)

    La telefonata Carraro–Bergamo non produsse conseguenze penali dirette. Carraro si dimise nel maggio 2006, ricevette una multa, ma non fu mai condannato. Tuttavia, l’importanza istituzionale della sua figura rende l’intercettazione non una svista, ma un atto politico con valore di documento storico.

    VIII. Conclusione – Il potere non si difende con la giustizia, ma con la narrativa

    Il vero obiettivo della telefonata Carraro–Bergamo non era l’equilibrio sportivo, ma la difesa sistemica del potere dominante. Una mossa preventiva, calibrata in un momento ad altissimo rischio: l’avvicinarsi delle elezioni della Lega, la pressione di Moratti, l’opinione pubblica in fermento.

    Non si trattò, quindi, né di un favore all’Inter, né di una banale ingerenza: fu una sofisticata operazione di “copertura”, messa in atto con lucidità da chi sapeva che l’arbitraggio, in quel momento, era un’arma politica.

  • Marotta, l’addio che pesava più dei titoli

    Marotta, l’addio che pesava più dei titoli

    L’addio di Beppe Marotta alla juventus nel 2018, il ruolo della famiglia Agnelli, e le verità scomode, illeciti e controversie che hanno accompagnato quell’uscita, spesso avvolta da mezze verità e reticenze strategiche.

    Tra silenzi, Agnelli e retroscena mai chiariti: la verità dietro la separazione juventus–Marotta.

    Nel calcio, come nella politica, le uscite di scena più clamorose sono quelle che avvengono senza rumore. Così fu 7 anni fa, il 29 settembre 2018, quando la juventus annunciò che Giuseppe “Beppe” Marotta, l’uomo che aveva guidato la rinascita bianconera dopo Calciopoli, non avrebbe rinnovato il contratto in scadenza. Lo chiamarono “avvicendamento fisiologico”, ma la verità è che fu un licenziamento mascherato. E, forse, un tentativo di epurazione preventiva in vista delle tempeste giudiziarie che sarebbero arrivate anni dopo.

    Marotta e il “dissenso strategico”

    Secondo molti insider, la frattura tra Marotta e Andrea Agnelli iniziò ben prima del 2018. Da un lato, il dirigente varesino incarnava un modello sobrio, da azienda manifatturiera del Nord: bilanci in ordine, acquisti calibrati, mentalità operaia. Dall’altro, il presidente Agnelli inseguiva una visione più glamour, più Elkann-style, con l’arrivo di Cristiano Ronaldo come simbolo di una juventus globale e spettacolare. Marotta non era d’accordo. Non solo per ragioni economiche. Il suo calcio si fondava sulla sostenibilità, non sul marketing a debito.

    Il colpo Ronaldo fu la goccia. Marotta capì che non aveva più voce in capitolo. Il consiglio d’amministrazione lo mise fuori. La società, ufficialmente, lo salutò con onori. Ma i fatti raccontano una storia diversa.

    I conti che non tornavano

    Negli anni successivi emersero anomalie nei bilanci, inchieste su plusvalenze fittizie, manovre stipendi opache e comportamenti societari che portarono alla penalizzazione di 10 punti in classifica nel campionato 2022–2023 (inizialmente 15, poi ricalibrata) e all’esclusione dalle coppe europee 2023–2024, in seguito alla decisione dell’UEFA, che ha rilevato violazioni gravi del settlement agreement sul Fair Play Finanziario.

    Qui il nodo: molti dei comportamenti illeciti contestati alla juventus sono avvenuti dopo l’uscita di Marotta. Ma altri, in realtà, durante la sua gestione. La domanda resta: quanto sapeva Marotta? E perché si è tenuto lontano dai riflettori in piena tempesta Prisma?

    Una risposta possibile è che Marotta fosse contrario a certe pratiche, e che proprio per questo fu accompagnato alla porta. Ufficialmente, era per “fare spazio ai giovani” e a una juventus più “digitale”. Nei fatti, la sua cacciata fu una mossa politica.

    Il paradosso: l’uomo giusto al momento sbagliato

    Ironia della sorte, Marotta trovò rifugio e rivincita all’Inter. E mentre la juventus affondava nei guai giudiziari, lui costruiva un modello vincente, sostenibile e – per ora – giuridicamente intonso.

    Non che Marotta sia un santo. È un dirigente di razza, capace di muoversi nei grigi del regolamento. Ma la sua etica professionale, almeno rispetto alla spregiudicatezza della gestione Paratici-Nedved-Agnelli, appare oggi quasi francescana.

    Eredità tossica

    L’addio di Marotta non fu solo la fine di un ciclo. Fu l’inizio di un vuoto tecnico e morale. Paratici ereditò il comando ma non il metodo. Agnelli, da visionario, si trasformò in un imprenditore sotto assedio, fino a cadere anche lui nel 2023 sotto il peso delle inchieste.

    Oggi la juventus tenta di ripartire. Ma senza più quel dirigente che, nel bene e nel male, aveva riportato dignità, titoli e rigore. E che fu scartato come un pezzo d’antiquariato, solo perché non si prestava al gioco del “tutto è lecito”.

    📎 Fonti ufficiali e riferimenti:
    • Procura FIGC – Sentenza Plusvalenze juventus 2023
    • Inchiesta Prisma – Procura di Torino
    • Comunicati juventus su dimissioni Marotta (29/09/2018)
    • Interviste Marotta (Sky, Gazzetta, 2019-2024)
    • Verbali CDA juventus (riunione 2018 – Archivio Consob)

  • La juve sparecchia, l’Inter paga il conto

    La juventus batte l’Inter 4-3 e qualcuno parla di “spettacolo”. Noi preferiamo la parola “farsa”: sette reti in novanta minuti, applausi a scena aperta, e l’Inter che esce con il vestito elegante macchiato di sugo. Un’altra volta.

    Cristian Chivu ha fatto la parte dell’uomo educato che a fine cena ammette: “abbiamo fatto la prestazione, ma negli ultimi dieci minuti è mancata lucidità”. Tradotto: gli altri hanno sparecchiato, noi abbiamo pagato il conto. È il riassunto perfetto di una squadra che produce, costruisce, ma al momento di sporcare la partita si ritrae come se il fango fosse veleno.

    Contro l’Udinese ne hai presi due, contro la juve tre più uno all’ultimo respiro. Sei in due partite. Non è un dettaglio: è una diagnosi. L’Inter si è convinta che la sua forza estetica basti, che il gioco pulito copra le smagliature dietro. Ma il calcio non è una sfilata: è un mestiere sporco.

    La juventus lo sa: si traveste da “provinciale di lusso”, alterna il gesto tecnico alla gomitata di mestiere, e alla fine vince. L’Inter invece continua a chiedere alla Serie A di applaudire le sue intenzioni. Peccato che il campionato non dia voti di comportamento, ma punti in classifica.

    Nel mezzo di tutto questo, la società rincorre “Ademola Lookman”. Attaccante rapido, verticale, dribbling nel sangue. Ottimo per accendere la luce quando la partita diventa un vicolo cieco. Ma la domanda resta: a che serve aggiungere lampadine se il tetto continua a perdere?

    Il senso, dicono, è questo: se porti Lookman davanti, costringi le difese avversarie a retrocedere, e di riflesso proteggi la tua. È un ragionamento logico, quasi da manuale di economia calcistica. Ma ha un limite: nessun contropiede ti salva se al minuto 91 non sai fare il fallo tattico o buttare la palla in tribuna senza sentirti in colpa.

    L’Inter oggi è un paradosso ambulante: produce abbastanza da vincere, concede abbastanza da perdere. Chivu lo sa, lo dice, lo ripete. Ma in campo resta l’impressione che questa squadra abbia paura di sembrare cinica, come se la concretezza fosse una brutta malattia.

    E allora la juve vince con la tranquillità di chi non ha paura del giudizio estetico. Provinciale di lusso, sì, ma vincente. L’Inter rimane sospesa: raffinata, bella, ma con l’ansia di sporcarsi i pantaloni.

    L’Inter non ha bisogno solo di Lookman. Ha bisogno di un corso accelerato in malizia, furbizia, sopravvivenza. Chiamatelo cinismo, chiamatelo mestiere, chiamatelo come volete: è il linguaggio che in Serie A vale più del fraseggio.

    Perché i campionati li vincono quelli che si sporcano le mani. E l’Inter, finché resterà convinta di poter vincere con i guanti bianchi, continuerà a uscire dagli stadi con i vestiti in ordine e il portafogli vuoto.

  • Oaktree & Marotta: la strana coppia che fa paura al bilancio (degli altri)

    Nel calcio italico, dove il bilancio è spesso un’opinione, e il mercato una corsa a chi spende (male) di più, esiste una coppia che non fa rumore ma fa risultati. Uno viene dalla finanza americana, l’altro dai bar di Varese passando per tutte le scrivanie più complicate del pallone. Insieme, Oaktree e Marotta stanno riscrivendo il manuale di gestione di un club di vertice. Con una particolarità: non stanno rovinando l’Inter, la stanno sistemando. E a guardare i bilanci — altrui — cominciano ad avere un problema: fanno paura.

    Uno porta i soldi, l’altro li moltiplica

    Oaktree, il fondo californiano che ha preso in mano l’Inter a maggio 2024, ha le idee molto chiare: niente deliri, niente sperperi, niente slogan. Vuole un club competitivo, ma sostenibile.
    E Marotta? Marotta gli consegna già la creatura pronta: rosa da 800 milioni, monte ingaggi sotto controllo, dirigenti solidi, conti migliorabili ma non più in apnea.

    Nel calcio italiano, dove i fondi spesso entrano per smontare, vendere e fuggire, Oaktree si trova in casa un club che sa già far quadrare i conti — giocando bene e vincendo. Il risultato? Il progetto prende una piega imprevista: costruire, non svendere.

    Una crescita silenziosa, ma spietata

    Dal 2021 a oggi, con Marotta al timone operativo, l’Inter ha:

    • Aumentato il valore della rosa da 500 a oltre 800 milioni;
    • Speso poco, spesso nulla, per giocatori poi diventati titolari assoluti (Thuram, Calhanoglu, Sommer, Darmian, Mkhitaryan);
    • Generato plusvalenze intelligenti, senza mai sventrare la squadra (Onana, Hakimi, Pinamonti);
    • E soprattutto: creato un modello replicabile, con margini di crescita e utenza globale.

    E oggi, con Oaktree, l’obiettivo dichiarato è semplice quanto rivoluzionario per l’Italia: utile operativo entro il 2025.

    Sì, avete letto bene. Non “non fare danni”. Non “resistere fino al prossimo prestito”. Proprio: guadagnare.

    E intanto gli altri fanno i conti (e non tornano)

    Nel frattempo:

    • La juventus cerca di ricostruire partendo da un buco di 124 milioni, sperando che il ritorno della ragione basti a risanare anni di creatività contabile.
    • L’altra squadra di Milano stringe i cordoni, chiude l’anno in utile ma con una rosa svalutata e una rivoluzione tecnica da digerire.
    • Il Napoli rincorre se stesso e il suo ex presidente in ogni angolo di Coverciano.

    L’Inter invece tiene i big, aggiunge titolari gratis, sistema i ruoli strategici e in investe sui giovani, il tutto col sorriso di Marotta, che fa sembrare tutto semplice. Come se bastasse leggere le righe dei bilanci per vincere le righe dei giornali.

    Una strana coppia, appunto

    Oaktree è la finanza che osserva, misura, controlla. Marotta è l’artigiano del pallone che tratta, anticipa e costruisce.
    Non si assomigliano. Ma insieme fanno un club che non solo funziona, ma dà fastidio. Perché dimostrano che si può vincere senza fare buffi, che si può crescere senza slogan e che non serve vendere ogni estate per stare in piedi.

    Altrove, ogni sessione è una roulette. A Milano, sponda nerazzurra, è una tabella Excel con senso logico.

    La vera plusvalenza è aver messo Marotta nelle mani giuste, e le mani giuste sull’Inter.

  • juventus, plusvalenze, patteggiamenti e penalizzazioni

    Il 28 luglio di due anni fa l’UEFA escludeva la juventus dalla Conference League

    Se qualcuno cerca ancora di raccontare la storiella della “juventus punita per le plusvalenze come tutti”, è bene che si fermi un attimo. E legga le carte, possibilmente quelle scritte in italiano giuridico, non in dialetto da curva.

    Perché la realtà, al netto dei comunicati e delle conferenze stampa, è una: la juventus è stata l’unica a essere punita perché l’unica che ha falsificato i bilanci.

    Il peccato originale non sono le plusvalenze, ma il falso

    Tutti, nel calcio italiano, hanno provato l’ebbrezza della plusvalenza creativa.

    Tutti si sono scambiati primavera con clausole esoteriche e valutazioni più adatte a un catalogo d’arte contemporanea che a un registro contabile.

    Ma c’è una differenza tra vendere bene e falsificare un bilancio con atti contrari alla legge.

    La juventus è finita sotto sanzione sportiva perché, a differenza degli altri, ha:

    • registrato plusvalenze fittizie con dolo provato
    • creato accordi occulti sugli stipendi
    • omesso comunicazioni dovute agli azionisti
    • architettato manovre contabili con tanto di documentazione interna

    E lo ha fatto da società quotata in Borsa, aggravando il quadro.

    📌 Cosa sono le plusvalenze?

    Le plusvalenze sono i guadagni realizzati dalla vendita di un calciatore per un prezzo superiore a quello a bilancio.

    Se un club vende un giovane valutato 0 a 10 milioni, registra +10 a bilancio.

    Il problema nasce quando i valori sono gonfiati di proposito, senza reale corrispettivo di mercato, per migliorare artificiosamente il bilancio.

    Le date non mentono: quando arrivano le prove, arrivano le condanne

    Nel gennaio 2023, la Corte d’Appello FIGC punisce la juventus con -15 punti per le plusvalenze.

    Il Collegio di Garanzia del CONI, ad aprile, chiede di motivare meglio.

    E a maggio, arriva la conferma definitiva: -10 punti, inflitti per violazione dell’art. 4 (lealtà sportiva) con documentazione concreta: intercettazioni, fogli Excel, accordi verbali registrati.

    Tutto questo mentre le altre società coinvolte non sono state sanzionate semplicemente perché non esistevano “fatti nuovi”, cioè non erano emerse prove di dolo.

    📌 Articolo 4 Codice di Giustizia sportiva

    L’art. 4 punisce ogni comportamento che violi il principio di lealtà, correttezza e probità sportiva.

    È un articolo “ombrello”, usato per sanzionare condotte gravi anche se non direttamente previste altrove.

    Nel caso juve, è stato applicato in base ai documenti emersi dall’indagine Prisma.

    Stagione 2023/24: la juve si salva… pagando

    Nel maggio 2023, la juventus accetta un patteggiamento con la FIGC per evitare il secondo round: quello della “manovra stipendi”.

    Risultato?

    • Multa da 718 mila euro
    • Nessuna penalizzazione nella stagione 2023/24

    Ma attenzione: se la juve non avesse patteggiato, erano concrete le ipotesi di ulteriori punti di penalizzazione, cumulabili con quelli già inflitti per le plusvalenze (10 punti nel 2022/23).

    In parole povere: altro giro, altra penalizzazione.

    📌 Cosa significa “manovra stipendi”?

    Durante la pandemia, la juventus comunicò ufficialmente di aver tagliato 4 mensilità agli stipendi dei calciatori.

    In realtà, erano stati firmati accordi privati non depositati per restituire quelle mensilità “in nero” negli anni successivi.

    Una manovra contabile falsa, mai contabilizzata, con effetti sul bilancio e sulle comunicazioni alla Consob.

    E gli altri? Nessuna prova = nessuna sanzione

    L’Inter, il Napoli, la Roma, l’Atalanta, la Sampdoria e compagnia citate nelle carte iniziali non sono state punite perché non sono emersi elementi nuovi di reato.

    Senza mail compromettenti, senza confessioni interne, senza Excel sospetti, la giustizia sportiva non può sanzionare sulla base di valutazioni “soggettive”.

    Chiedere di punire “anche gli altri” in assenza di prove significa voler trasformare il diritto in un esercizio da moviola televisiva.

    Ma qui non siamo a Tiki Taka: siamo in un’aula con codici e sentenze.

    📌 Cosa sono i “fatti nuovi”?

    Per riaprire un processo sportivo già archiviato, servono nuovi elementi non noti al tempo della prima decisione.

    Nel caso juventus, le carte dell’indagine Prisma hanno fornito intercettazioni e documenti inediti, che hanno permesso di riaprire il caso.

    Per gli altri club non è emerso nulla di nuovo o penalmente rilevante.

    Lezione contabile: chi sbaglia e lascia traccia, paga

    Se la juventus avesse semplicemente scambiato giocatori a valutazioni alte, sarebbe rimasta nella zona grigia in cui oggi prosperano tanti.

    Ma ha lasciato documenti, conversazioni, conti truccati. E li ha lasciati a procuratori, Consob, UEFA, e FIGC.

    Non c’è complotto. C’è un reato sportivo e penale.

    📌 Il ruolo della CONSOB e della UEFA

    Essendo quotata in Borsa, la juventus è soggetta ai controlli della Consob.

    Comunicare dati falsi o incompleti costituisce reato.

    La UEFA, da parte sua, ha escluso la juve dalla Conference League 2023/24 per violazione delle regole di fair play finanziario.

    Capitolo UEFA: l’Europa non perdona

    Nel luglio 2023, mentre in Italia si chiudeva con un patteggiamento, l’UEFA calava la mannaia.

    Niente sentimentalismi, niente attenuanti.

    La juventus viene esclusa dalla Conference League 2023/24 per violazione del Settlement Agreement e delle regole sul fair play finanziario.

    Motivo? Comunicazioni fuorvianti e documentazione contabile alterata.

    La UEFA non si è limitata a una multa simbolica: ha scelto l’esclusione dalle coppe, la sanzione più dura.

    E lo ha fatto senza alcun bisogno delle polemiche da bar: ha letto i bilanci, ha trovato le manipolazioni, e ha sanzionato.

    📌 Che cos’è il “settlement agreement”?

    È un accordo firmato tra un club e la UEFA per rientrare gradualmente nei parametri del Financial Fair Play.

    Nel 2022, la juventus si era impegnata a rispettare determinati vincoli economici.

    Ma ha violato quell’accordo con manovre contabili irregolari, documentate anche dalle autorità italiane.

    Reati sportivi e finanziari: i due fronti della sanzione

    Il caso juventus è un unicum perché agisce su due binari paralleli, entrambi gravi:

    1. La giustizia sportiva italiana, che ha sanzionato la società con –10 punti nel 2022/23 e poi ha chiuso con il patteggiamento nel secondo filone (stipendi e rapporti opachi con agenti).
    2. La giustizia UEFA, che ha inflitto una squalifica dalle competizioni europee, privando la juventus della Conference League 2023/24, con danni d’immagine e mancati introiti stimati in oltre 25 milioni di euro.

    📌 Il ruolo dell’UEFA

    L’UEFA valuta l’equilibrio economico dei club che partecipano alle sue competizioni.

    Nel caso juventus, ha riscontrato che la società aveva “alterato i propri conti” per ottenere la licenza UEFA.

    Una condotta giudicata “inaccettabile e sleale” verso gli altri club partecipanti.

    Quando le carte parlano, le scuse tacciono

    L’Italia ha punito la juventus perché le carte erano schiaccianti.

    L’Europa l’ha esclusa perché i bilanci erano truccati.

    Né in FIGC, né a Nyon si può entrare con la cravatta elegante e uscirne con una carezza sulla spalla.

    Chi omette obblighi verso Consob, simula tagli agli stipendi che non ha fatto, genera plusvalenze fasulle con giocatori da figurine Panini, e poi firma accordi per nascondere tutto… non può aspettarsi clemenza.

    Può solo ringraziare chi gli ha permesso di patteggiare.

    📌 Cosa conteneva l’indagine “Prisma”

    L’inchiesta della Procura di Torino ha portato alla luce:

    • Intercettazioni compromettenti tra dirigenti
    • Accordi nascosti con calciatori e agenti
    • Bilanci manomessi per ottenere iscrizioni e licenze

    Questi documenti sono stati usati sia dalla FIGC sia dall’UEFA per adottare le proprie sanzioni.

    Il nodo è contabile, non mediatico

    Chi racconta che la juventus è stata l’unica punita per le plusvalenze omette un dettaglio fondamentale:

    la juventus è stata punita per il falso in bilancio.

    Non per il valore gonfiato di un calciatore, ma per aver manomesso i conti e averlo coperto con atti occulti.

    Non è persecuzione, è illecito documentato.

    È stata salvata da ulteriori penalizzazioni solo grazie a un patteggiamento, che ha chiuso il secondo filone senza punti in meno, ma con l’ammissione delle violazioni.

    E mentre in Italia si cerca ancora la cornice giusta per questo quadro, l’Europa ha già staccato il chiodo dal muro.

    La juve, fuori.

    Non per antipatia. Ma per giustizia contabile.

  • Chi dimentica è complice – ma non sempre, se veste bianconero

    Torino, ma anche un po’ Bucarest

    Che la juventus fosse una realtà avanti coi tempi lo avevamo capito da tempo. Pionieri nella moviola in campo (quando conveniva), innovatori della plusvalenza creativa, esploratori delle giustificazioni post-sentenza. Ma ora – attenzione – la vecchia signora entra anche nell’etica giornalistica, organizza corsi sul diritto all’oblio e, con un colpo da maestro, trasforma la rimozione selettiva della memoria in un credito formativo.

    Sì, avete capito bene: nel 2020 si è svolto un corso per giornalisti, approvato dall’Ordine il 29 giugno, esattamente 5 anni or sono, tenuto non da un editore, non da un’università, ma dalla juventus stessa. Un club condannato per frode sportiva che insegna ai cronisti quando è giusto non ricordare. Geniale. Praticamente Orwell con la maglia di Del Piero.

    Dimenticare, ma con stile

    Il tema è nobile, per carità: il diritto all’oblio, il rispetto per chi ha pagato il suo debito con la giustizia, l’equilibrio tra informazione e dignità personale. Ma qui non è il principio a scandalizzare, é chi se ne fa portabandiera. E vedere proprio la juventus ergersi a paladina della selettività storica è come vedere Dracula fondare l’AVIS.

    Nel paese in cui la memoria è già corta, serviva davvero che qualcuno si prendesse l’onere di insegnare a dimenticare meglio?

    Un diritto che diventa strategia

    Dietro il paravento giuridico, l’operazione odora di ripulitura. L’intento non pare tanto quello di proteggere l’ex galeotto dal linciaggio mediatico, quanto di rieditare la narrazione su Calciopoli, magari rendendola “inesistente” agli occhi delle nuove generazioni di lettori. In fondo, se oggi anche Google può “deindicizzare” un contenuto, perché non dovrebbe farlo anche un redattore bianconero con spirito aziendale?

    Giornalismo o marketing?

    Chi ha autorizzato questo corso ha, almeno formalmente, rispettato le regole. L’Ordine dei Giornalisti ha detto: “non c’è scritto da nessuna parte che non si possa”. Verissimo. Ma non c’è scritto neppure che si debba. Il problema non è la norma, è il principio: un’azienda che ha un interesse diretto nella rimozione di fatti storici non può essere soggetto neutro nella formazione di chi quei fatti deve raccontarli.

    È come far tenere un corso sulla dieta mediterranea a un dirigente McDonald’s.

    Una memoria che fa comodo

    A Torino si vuole l’oblio, ma selettivo: dimenticare Calciopoli, ricordare solo la prescrizione. Dimenticare le intercettazioni, ma incorniciare i titoli tolti. Rimuovere il passato giudiziario, ma lasciare intatta la narrazione vittimista. E se qualche giornalista giovane, alla ricerca di crediti formativi facili, casca nel tranello? Be’, tanto meglio: il nuovo che avanza ha meno zavorre di memoria.

    Noi non dimentichiamo

    Noi interisti – e direi, noi uomini liberi – siamo per il diritto all’oblio, quando è esercitato da chi ha diritto, non da chi ha interesse. Perché dimenticare si può. Ma pretendere che lo facciano anche gli altri, specialmente se si è responsabili dei fatti, è un’altra storia.

    E allora sì: onore al giornalismo libero, a chi non dimentica per convenienza, e a chi ancora distingue la penna dal comunicato stampa. Perché l’ironia è la miglior vendetta contro chi vuole riscrivere la realtà.
    E noi, fortunatamente, ce la ricordiamo tutta.

  • L’ombra del doping sulla juve di Lippi

    Il 28 giugno per molti, è probabilmente un giorno come un altro. Per molti, ma non per tutti, non per chi come noi custodisce memoria storica e non dimentica facilmente. Nel 2004, esattamente 21 anni fa, Giuseppe D’Onofrio depositava la sua perizia tecnica nel processo di doping alla juventus. Da allora, quella relazione è rimasta sospesa tra verità scientifica e assoluzione giuridica, tra condanna morale e prescrizione giudiziaria.

    Ematologo di fama internazionale, autore del saggio “Buon sangue non mente” (Minimum Fax, 2023), già stimato consulente della Commissione Antidoping FIGC, d’Onofrio fu il grande accusatore tecnico, chiamato a valutare le condizioni ematologiche dei calciatori bianconeri, in un’inchiesta avviata dal PM Raffaele Guariniello e culminata nel rinvio a giudizio del medico sociale Riccardo Agricola e dell’amministratore delegato Antonio Giraudo.

    Il processo si concentrava sull’utilizzo sistematico e non terapeutico di oltre 250 farmaci tra il 1994 e il 1998. Dopo anni di istruttoria impantanata, fu la stessa juventus a richiedere una perizia super partes, probabilmente convinta di potersi garantire una figura rassicurante, “di casa”. La scelta cadde su D’Onofrio, allora consulente della stessa Federcalcio. Una mossa che si sarebbe rivelata un clamoroso autogol.

    D’Onofrio, insieme al farmacologo Jean-Pierre Muller, si trovò davanti un archivio impressionante: centinaia di referti, esami ripetuti ogni due mesi, tracciati ematici di decine di calciatori. E da quella mole di dati emersero anomalie chiare, costanti, oggettive.

    Al quesito del giudice diretto: “Quei valori sono fisiologici?”

    D’Onofrio rispose in maniera inequivocabile:
    “No. I valori non sono fisiologici. In generale, possono essere indicatori di una stimolazione esterna.”

    In altre parole: oscillazioni sospette di emoglobina, alterazioni nei reticolociti, picchi coincidenti con le prestazioni sportive. Indizi fortemente compatibili con un uso sistemico di EPO o pratiche analoghe di doping ematico. Oggi, con gli strumenti del passaporto biologico WADA, quelle evidenze sarebbero state più che sufficienti per avviare un’indagine.


    Il 26 novembre 2004 arrivò la sentenza di primo grado.

    Riccardo Agricola: condannato a 22 mesi per frode sportiva e somministrazione di farmaci non necessari.

    Antonio Giraudo: assolto per insufficienza di prove.


    Le prime pagine dei giornali parlavano chiaro:

    “Un’ombra sugli scudetti” – La Stampa

    “Nessuno può esultare” – Corriere della Sera

    “Brutta botta per la juve da qualunque parte la si guardi” – Gianni Mura, La Repubblica


    Era la prima volta che un medico di una squadra di vertice veniva condannato per frode sportiva. E per la prima volta, in un’aula di giustizia, si pronunciava la parola “EPO” in relazione a una big del calcio italiano.

    Ma poi arrivò l’Appello (2007), e con esso il colpo di spugna: la perizia di D’Onofrio venne definita “fragile”. La sentenza fu ribaltata. Nel 2009, il sigillo della Cassazione: tutto prescritto. Nessun colpevole. Nessuna verità definitiva.

    Dopo la perizia, D’Onofrio scompare. Letteralmente. Nessun incarico federale. Nessuna convocazione dalla FIGC. Il consulente di fiducia diventato, improvvisamente, persona non grata.

    Nel suo libro, l’ematologo racconta: “Dal momento in cui consegnai la perizia, la Federazione scomparve. Non fui mai più convocato. Tutta la mia attività come consulente si interruppe.”

    Non solo oblio, ma anche discredito. Nelle intercettazioni di Calciopoli, emerge come la juventus e i suoi legali abbiano tentato di screditarlo accusandolo, grottescamente, di essere “un ultrà romanista”. In aula, anche Giraudo userà la stessa accusa, in un clima da processo inquisitorio più che scientifico:

    “Sembrava di aver calpestato una lesa maestà. Non cercavano il confronto, ma la delegittimazione.”

    Alla domanda — se la juventus fosse da assolvere o condannare — D’Onofrio ha risposto da scienziato:

    “Io non ho assolto i valori di emoglobina.”

    Una frase chirurgica. Non un’accusa, non un’assoluzione. Solo una constatazione. Perché il sangue, a differenza del sistema, non mente.

    D’Onofrio oggi lavora con la WADA, collabora con federazioni sportive internazionali. In Italia, il suo nome è scomparso dai documenti ufficiali. Ma non dai faldoni giudiziari.


    Fonti

    • Giuseppe D’Onofrio, Buon sangue non mente, Minimum Fax, 2023

    • Archivio processuale, Tribunale di Torino (2002–2009)

    • Intervista 24oredisport, 2024

    • La Repubblica, Gianni Mura, 27/11/2004

    • La Stampa, Corriere della Sera, 28/11/2004

    • Corriere dello Sport, arringa Giraudo, 2005

    • Sentenze I grado, Appello, Cassazione
  • Processo Prisma: gli ex vertici juventus chiedono il patteggiamento. Per Agnelli proposta una pena di 1 anno e 8 mesi con sospensione

    Una svolta decisiva potrebbe segnare la conclusione del Processo Prisma, la complessa inchiesta giudiziaria che da oltre due anni ha messo sotto la lente della magistratura le operazioni finanziarie e contabili della juventus. Durante l’udienza svoltasi questa mattina presso il Tribunale di Roma, i legali degli ex dirigenti bianconeri hanno formalizzato al giudice per l’udienza preliminare Anna Maria Gavoni la richiesta di patteggiamento, già condivisa e approvata dalla Procura capitolina.

    Le pene richieste nel patteggiamento

    Le richieste, che attendono ora l’omologazione da parte del Gup nella prossima udienza fissata per il 22 settembre, riguardano alcuni tra i principali ex responsabili della società:

    • Andrea Agnelli, ex presidente: 1 anno e 8 mesi, pena sospesa.
    • Pavel Nedved, ex vicepresidente: 1 anno e 2 mesi, pena sospesa.
    • Fabio Paratici, ex direttore sportivo: 1 anno e 6 mesi, pena sospesa.
    • Cesare Gabasio, ex consigliere legale: 1 anno e 6 mesi, pena sospesa.
    • Stefano Cerrato, Chief Financial Officer: 1 anno, pena sospesa.
    • Maurizio Arrivabene, ex amministratore delegato: richiesta di proscioglimento.

    L’accordo di patteggiamento prevede pene sospese e rappresenta a tutti gli effetti un’ammissione della responsabilità penale, seppur in forma attenuata, e l’accettazione di una sanzione concordata con i pubblici ministeri.

    I reati contestati

    L’inchiesta, coordinata dai magistrati Lorenzo del Giudice e Giorgio Orano, è nata nel 2021 ed è stata trasferita a Roma per competenza territoriale. Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di:

    • Manipolazione del mercato (art. 185 del TUF),
    • False comunicazioni sociali da parte di società quotate (art. 2622 c.c.),
    • Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000),
    • Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza (art. 2638 c.c.).

    Secondo la ricostruzione della Procura, la juventus avrebbe effettuato operazioni di plusvalenze artificiose attraverso lo scambio di calciatori con altre società, registrando a bilancio valori gonfiati senza che vi fossero corrispettivi economici reali. In parallelo, durante il periodo pandemico, sarebbe stata messa in atto una manovra sugli stipendi volta a simulare rinunce salariali da parte dei calciatori, salvo poi accordarsi privatamente per il pagamento differito di quanto dovuto, eludendo così le comunicazioni ufficiali ai mercati e agli organi di controllo.

    Le implicazioni per Consob e parti civili

    Un elemento centrale nell’accordo è l’intenzione, da parte degli imputati, di risarcire i danni alla Consob, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, che si è costituita parte civile nel processo. Oltre alla Consob, si sono costituite oltre 200 parti civili, tra cui piccoli azionisti e investitori che si ritengono danneggiati dalle presunte false rappresentazioni contabili.

    Nel quadro del patteggiamento, gli ex dirigenti juventini avrebbero espresso la disponibilità a riconoscere forme di indennizzo economico a queste parti, come ulteriore elemento a sostegno dell’accordo.

    Un percorso giudiziario lungo e complesso

    Il Processo Prisma rappresenta il filone penale più rilevante emerso dalle indagini sulle operazioni contabili della juventus, già oggetto di un giudizio sportivo che nel corso del 2023 ha comportato sanzioni in ambito FIGC, tra cui penalizzazioni in classifica e l’esclusione dalle coppe europee.

    A livello penale, il procedimento ha richiesto mesi di indagini, perizie tecniche e l’esame di una mole ingente di documentazione finanziaria, intercettazioni telefoniche e scambi interni di e-mail, che avrebbero evidenziato un quadro sistematico di elusione contabile e opacità gestionale.

    Prossimi sviluppi

    Il giudice Anna Maria Gavoni si pronuncerà il 22 settembre 2025 sull’accettazione o meno dei patteggiamenti proposti. In caso di esito favorevole, il procedimento penale a carico degli ex dirigenti juventini si concluderebbe senza dibattimento, ma con il riconoscimento formale delle responsabilità. Per Maurizio Arrivabene, invece, la richiesta di proscioglimento dovrà essere valutata separatamente.

    Il possibile epilogo consensuale rappresenterebbe non solo una pagina conclusiva per il fronte giudiziario della juventus, ma anche un precedente significativo sul piano della responsabilità penale nella gestione economica delle società sportive quotate in borsa.

  • juventus-Inter: quando il torto divenne memoria collettiva

    Inter-juventus finisce spesso con delle lamentele contro gli arbitri. Il guaio è che sono sempre le nostre.

    Le parole di Peppino Prisco, storico vicepresidente e avvocato dell’Inter, bastano da sole a fotografare sessant’anni di rancori, sospetti e rabbia mal digerita. Perché se c’è una partita che, da sempre, lascia dietro di sé strascichi velenosi, quella è Inter-juventus. 64 anni fa, il 10 giugno 1961. È lì che affonda le radici l’astio che, da oltre sessant’anni, infiamma ogni incrocio tra nerazzurri e bianconeri. Una frattura nata sul campo, ma cresciuta nei palazzi del potere calcistico, destinata a segnare la storia del calcio italiano.

    La partita della discordia

    Quella partita a Torino, in realtà, l’Inter l’aveva già vinta. Durante il primo tentativo di giocarla, il 16 aprile 1961, un’invasione di campo da parte dei tifosi juventini, aveva costretto l’arbitro Carlo Gambarotta a sospendere la gara dopo 30 minuti di gioco e 70 d’interruzione. Il regolamento parlava chiaro: vittoria per 2-0 a tavolino all’Inter. Due punti che sarebbero stati fondamentali nella lotta scudetto. E invece no. Pochi giorni dopo, succede l’impensabile: la CAF (Commissione d’Appello Federale) annulla la decisione e ordina la ripetizione della partita. Il motivo? Ufficialmente “problemi tecnici”: l’arbitro non avrebbe applicato correttamente le procedure previste per la sospensione definitiva della gara, in particolare non avrebbe atteso il tempo sufficiente prima di decretare la fine. In pratica: un vizio di forma nella sospensione, nonostante l’invasione fosse avvenuta.

    A rendere la situazione ancora più avvelenata fu un “piccolo” dettaglio: il presidente della FIGC in quel momento era Umberto Agnelli, lo stesso Umberto che era anche presidente della juventus. Serve davvero aggiungere altro? Per l’opinione pubblica interista — e non solo — quella non fu una svista tecnica, ma una manovra di palazzo, un’interferenza istituzionale che segnò per sempre l’immagine della giustizia sportiva italiana. Una coincidenza difficile da digerire, allora come oggi. La decisione fece scivolare l’Inter a due punti dalla juventus. Nell’ultimo turno i nostri giocatori, demoralizzati, persero 2-0 a Catania mentre la juventus pareggiò a Bari e questo sancì di fatto la fine dei giochi.

    Una vittoria che diventò un’ingiustizia

    Fu allora che Angelo Moratti, indignato, decise di protestare in modo clamoroso: ordinò a Helenio Herrera di non schierare la prima squadra.
 In campo, il 10 giugno 1961, andarono i ragazzi della squadra De Martino, l’attuale Primavera. Il risultato fu devastante: 9-1 per la juventus, già matematicamente campione.
 Ma anche in mezzo al fango più nero, spunta un fiore nerazzurro: Sandro Mazzola, al suo esordio in Serie A, segna l’unico gol dell’Inter. Quel ragazzo diventerà una leggenda, un simbolo. Forse era destino che la sua storia cominciasse in un giorno di torto e orgoglio.

    Non solo sport: identità, memoria, battaglia morale

    A distanza di sei anni, nel 1967, il giornalista Gianni Brera conia il termine che ancora oggi usiamo: “Derby d’Italia”. Ma quella definizione non basta più a contenere tutto ciò che la sfida rappresenta. Perché da quel giorno del ’61, Inter-juve ha smesso di essere solo calcio. È diventata questione di principio, di dignità, di memoria storica. Una rivalità che brucia nei cuori, nei bar, nei thread social e persino nei tribunali. È identità, memoria, battaglia morale. È la questione aperta che ogni interista eredita come un lascito familiare. È l’eterna sensazione di avere ragione, ma di doverlo spiegare ogni volta.

    Vi lascio a un botta e risposta immaginario tra Peppino Prisco (storico vicepresidente e “voce” dell’anima interista) e Giampiero Boniperti (storico simbolo e presidente della juventus)

    Boniperti:

    Ma possibile che ancora parliate del 1961? Sono passati 64 anni!
    Era una partita, e fu solo un errore tecnico. Punto.

    Prisco:

    Sì, un “errore tecnico”. Come dire che ti sparano alla schiena per sbaglio.
    La palla era nostra, il risultato era nostro, il torto è vostro.

    Boniperti:

    La CAF decise secondo regolamento. L’arbitro sbagliò, si rigioca.
    È la legge del calcio. Non potete piangere per decenni.

    Prisco:

    Legge del calcio? O legge della famiglia Agnelli?
    Umberto presidente FIGC e della juve… non è legge, è monopolio.

    Boniperti:

    E comunque vincemmo 9-1. Sul campo. Volete ricordare anche quello?

    Prisco:

    Sì, ricordo benissimo.
    Ma quella era la nostra Primavera. La vostra era… un autunno morale.

    Boniperti:

    Dai Peppino, lo sai anche tu: se la juve vince, è perché è più forte.
    Non serve il palazzo. Serve la palla.

    Prisco:

    E quando la palla è nostra… arriva il palazzo a togliercela.
    Succede dal 1961. E ogni tanto… succede ancora.

    Boniperti:

    Quindi secondo te non c’è mai stato un errore arbitrale a favore dell’Inter?

    Prisco:

    Certo che sì.
    La volta che ci fischiarono un rigore al minuto 95… ma solo perché stavano arrestando l’arbitro il giorno dopo.

    Boniperti:

    Sei un avvocato. Sai che le sentenze si rispettano.

    Prisco:

    Infatti le rispetto. Ma non dimentico quelle sbagliate.
    Perché un torto giudicato resta torto… anche se ha vinto lo scudetto.

    Boniperti:

    Ma almeno ammetti che Sandro Mazzola lo abbiamo fatto nascere noi…

    Prisco:

    No, lo ha fatto nascere l’ingiustizia. Voi ci avete tolto la partita.
    Noi ci siamo presi la leggenda.