Tag: Inter

  • Il debutto mondiale tra ruggine e rimpianti. Così non basta

    Il primo passo è stato più rumoroso per ciò che è mancato che per ciò che si è visto. L’Inter apre il suo Mondiale per club con un pareggio 1-1 contro il Monterrey che ha il sapore di un’occasione sprecata. Non tanto per l’avversario, comunque dignitoso nella sua semplicità, quanto per quello che i nerazzurri hanno lasciato sul campo: ritmo basso, idee annebbiate e gambe impastate. Altro che inizio trionfale: la nuova era Chivu parte sotto un cielo messicano grigio, e non solo per colpa del meteo.

    Il pareggio di Lautaro – che risponde a Sergio Ramos – evita il tonfo, ma non cancella le nuvole. Perché se è vero che l’Inter ha provato a reagire e qualcosa, qua e là, si è intravisto (soprattutto nei cambi di modulo e nell’ingresso dei nuovi Sucic e Luis Henrique), è altrettanto vero che questa squadra – per ora – non ha ancora trovato un’identità post-Inzaghi. Anzi, sembra portarsi dietro le sue stesse inquietudini: difesa ballerina, attacco spuntato, e un senso di precarietà mentale che pesa più della fatica fisica.

    Cristian Chivu, alla sua prima internazionale da allenatore nerazzurro, ha provato a rimanere saldo al timone: “Non cerco scuse, ma abbiamo poche energie”. Dichiarazione onesta, ma anche pericolosa. Perché al Mondiale per club non c’è tempo per carburare: sabato contro gli Urawa Red Diamonds si gioca già una fetta di qualificazione. E la versione estiva e svagata dell’Inter vista nel primo tempo al Rose Bowl non basta. Non può bastare.

    L’attacco si regge ancora una volta sulle spalle di Lautaro, ormai leader tecnico, morale e anche psicologico. Il suo gol nasce da un’intuizione di Asllani, dalla generosità di Carlos Augusto e, diciamolo, da un’imperdonabile disattenzione del Monterrey. Ma se serve un errore degli altri per accendersi, allora il motore interista è ancora in panne. Esposito non punge, Thuram entra senza cambiare marcia, e Zalewski spreca un’occasione d’oro. Il problema non è solo nella finalizzazione, ma nella qualità delle scelte: l’Inter crea, ma male. Tanta corsa, poca fame.

    Poi c’è la difesa, che ha perso ogni aura di sicurezza. Il gol subito da calcio d’angolo è una sintesi perfetta del momento: Bastoni sbaglia, Acerbi si fa fregare nel movimento, Pavard si fa sovrastare. E mentre Lautaro chiede di “lavorare sulla difesa a zona”, Chivu precisa che “su Ramos era marcatura a uomo”. Dettagli che rivelano un cantiere ancora aperto, con troppe pareti fragili e fondamenta in costruzione.

    L’Inter ha provato a cambiare pelle durante il match, passando dal 3-5-2 al 3-4-1-2 e poi al 3-4-2-1. Segno che Chivu ha idee, ma anche che non ha ancora una mappa precisa. L’inserimento di Sucic e Luis Henrique – due volti nuovi con appena un paio di allenamenti – è coraggioso, ma non può bastare. La transizione è iniziata, ma è lenta. E nel calcio, come nella vita, chi cammina troppo piano rischia di essere travolto.

    “Non ci vergogniamo mai di quello che facciamo in campo”, ha detto Chivu. Una dichiarazione di dignità, certo. Ma l’orgoglio, da solo, non porta titoli. E nemmeno vittorie. Adesso serve di più: lucidità, intensità, coraggio. Contro l’Urawa servirà fame vera. Fame da Inter.

    Perché se è vero – come ha detto lo stesso tecnico – che “abbiamo fatto il massimo, il meglio di quel che avevamo dentro”, allora la domanda vera è un’altra: è abbastanza, questo massimo? La risposta, come sempre, arriverà dal campo. Ma intanto il Mondiale, quello vero, non aspetta nessuno. Nemmeno l’Inter.

  • Quando l’hai deciso mister?

    Non vai in chiesa perché il prete è bravo e simpatico, ci vai perché la fede va oltre la ragione, le persone e le cose. Non è facile da spiegare, ma è così. Poi, certo, ci sono le eccezioni.

    Ho avuto la fortuna di conoscere padre Mario Cattoretti (che Dio l’abbia in gloria) anni fa, a Milano. Certe domeniche andavo a Santa Maria delle Grazie solo per ascoltare le sue prediche.

    Era anche l’epoca di Mourinho all’Inter, se potevo mi sintonizzavo e seguivo in diretta le conferenze pre-partita di Giuseppe (cit.), un po’ come quelli che aspettano gli eventi durante i quali Apple presenta i nuovi iPhone. Perché questo erano le conferenze stampa dell’uomo Speciale: eventi imperdibili.

    Andavo a messa perché le parole di padre Mario mi graffiavano l’anima e mi tormentavano fino alla domenica successiva, e ogni volta che lo andavo a trovare, ero certo del fatto che avrei incassato un altro montante su cui riflettere per giorni.

    Due uomini che incarnano così profondamente una fede — religiosa o calcistica che sia — da diventare loro stessi simbolo, concetto, fede appunto.

    Chi è interista lo sa. Chi ha conosciuto padre Mario, anche.

    Ma queste non sono cose normali. Sono eccezioni. E la vita, nel bene e nel male, è fatta soprattutto di normalità.

    In cuor mio, ho coltivato il sogno di una terza Grande Inter. Un sogno che si è definitivamente dissolto nella notte di Monaco. Ma un sogno non dovrebbe mai lasciare spazio alla delusione e all’amarezza — tuttalpiù alla nostalgia e alla tristezza. Quello sì che è naturale. Così com’è stato, in effetti, per l’Inter del Triplete.

    “Inzaghi in Arabia? Tutto già deciso prima della finale…”. Esteve Calzada, amministratore delegato del club arabo: “Ci chiese di aspettare solo per la firma”. Gazzetta.

    La storia non tradisce mai, a tradire sono gli uomini che la scrivono. Ed è la ragione per la quale la scelta di Simone Inzaghi fa male: perché è il tradimento della sua stessa creatura, del proprio lavoro. L’Inter della seconda stella non entrerà nei libri per come avrebbe meritato, passerà alla storia dal lato sbagliato, attraverso la porta di servizio. E questo fa male. Molto male.

  • Core de Roma

    Forse è ancora presto per dirlo, ma per come ci stiamo muovendo sul mercato pare piuttosto evidente che il lavoro di Chivu sia sintonizzato sulle politiche green della proprietà, detto in modo semplice: più giovani e meno spese.

    Apprendo con piacere la notizia di Frattesi che resta, ammetto che dopo l’addio di Inzaghi, un po’ ci contavo. Custodisco con affetto un’immagine precisa, un’intera sequenza a dire il vero: nel giorno della Befana 2024, al Meazza l’Inter è in vantaggio di un gol segnato abbondantemente oltre il 90° di una partita infinita (il Verona sbaglierà il rigore del possibile pareggio concesso dopo circa 10 minuti di extra-time). Con i 3 punti siamo campioni d’inverno nell’anno che sarà ricordato per lo scudetto della seconda stella.

    Una festa nella festa in casa nostra, perché quel pomeriggio battezziamo di nerazzurro mio figlio. Noi però non vediamo nulla di quel parapiglia finale: inghiottiti dal trambusto roboante della folla incontenibile che abbandona le poltroncine. In quella manciata di concitati minuti conclusivi, mentre il mondo passa dall’esaltazione allo sconforto e poi definitivamente all’euforia, nelle nostre menti rimane impressa la sequenza, a tratti buffa, di Davide Frattesi, che dopo il gol si arrampica in cielo e resta quasi in mutande, salvo poi essere soccorso da Çalhanoğlu che dignitosamente lo ricompone per il meritato carosello coi compagni.

    Core de Roma prenderà dunque parte all’assalto del tesoretto mondiale, circa un milione di euro, una robina così ripartita: 488 milioni di cash certo e 442 per chi fa punti. A seconda del ranking e di altre stranezze relative alla spartizione dei soldoni che non starò qui a sciorinarvi, noi ne porteremo sicuramente a casa più di 20, poca roba se consideriamo i problemi che dovranno superare i nostri preparatori atletici per non gettare alle ortiche una stagione ancor prima di iniziarla. I 20 milioni però potrebbero lievitare oltre i 100, e anche di molto, se dovessimo arrivare in fondo superando in scioltezza anche le tre partite del girone. In altri termini, se le vinciamo tutte portiamo a casa 120.000.000, che forse non sono proprio una robetta così male, no? Difficile? Difficilissimo. Ma noi siamo l’Inter, mica roba da poco.

  • juventus-Inter: quando il torto divenne memoria collettiva

    Inter-juventus finisce spesso con delle lamentele contro gli arbitri. Il guaio è che sono sempre le nostre.

    Le parole di Peppino Prisco, storico vicepresidente e avvocato dell’Inter, bastano da sole a fotografare sessant’anni di rancori, sospetti e rabbia mal digerita. Perché se c’è una partita che, da sempre, lascia dietro di sé strascichi velenosi, quella è Inter-juventus. 64 anni fa, il 10 giugno 1961. È lì che affonda le radici l’astio che, da oltre sessant’anni, infiamma ogni incrocio tra nerazzurri e bianconeri. Una frattura nata sul campo, ma cresciuta nei palazzi del potere calcistico, destinata a segnare la storia del calcio italiano.

    La partita della discordia

    Quella partita a Torino, in realtà, l’Inter l’aveva già vinta. Durante il primo tentativo di giocarla, il 16 aprile 1961, un’invasione di campo da parte dei tifosi juventini, aveva costretto l’arbitro Carlo Gambarotta a sospendere la gara dopo 30 minuti di gioco e 70 d’interruzione. Il regolamento parlava chiaro: vittoria per 2-0 a tavolino all’Inter. Due punti che sarebbero stati fondamentali nella lotta scudetto. E invece no. Pochi giorni dopo, succede l’impensabile: la CAF (Commissione d’Appello Federale) annulla la decisione e ordina la ripetizione della partita. Il motivo? Ufficialmente “problemi tecnici”: l’arbitro non avrebbe applicato correttamente le procedure previste per la sospensione definitiva della gara, in particolare non avrebbe atteso il tempo sufficiente prima di decretare la fine. In pratica: un vizio di forma nella sospensione, nonostante l’invasione fosse avvenuta.

    A rendere la situazione ancora più avvelenata fu un “piccolo” dettaglio: il presidente della FIGC in quel momento era Umberto Agnelli, lo stesso Umberto che era anche presidente della juventus. Serve davvero aggiungere altro? Per l’opinione pubblica interista — e non solo — quella non fu una svista tecnica, ma una manovra di palazzo, un’interferenza istituzionale che segnò per sempre l’immagine della giustizia sportiva italiana. Una coincidenza difficile da digerire, allora come oggi. La decisione fece scivolare l’Inter a due punti dalla juventus. Nell’ultimo turno i nostri giocatori, demoralizzati, persero 2-0 a Catania mentre la juventus pareggiò a Bari e questo sancì di fatto la fine dei giochi.

    Una vittoria che diventò un’ingiustizia

    Fu allora che Angelo Moratti, indignato, decise di protestare in modo clamoroso: ordinò a Helenio Herrera di non schierare la prima squadra.
 In campo, il 10 giugno 1961, andarono i ragazzi della squadra De Martino, l’attuale Primavera. Il risultato fu devastante: 9-1 per la juventus, già matematicamente campione.
 Ma anche in mezzo al fango più nero, spunta un fiore nerazzurro: Sandro Mazzola, al suo esordio in Serie A, segna l’unico gol dell’Inter. Quel ragazzo diventerà una leggenda, un simbolo. Forse era destino che la sua storia cominciasse in un giorno di torto e orgoglio.

    Non solo sport: identità, memoria, battaglia morale

    A distanza di sei anni, nel 1967, il giornalista Gianni Brera conia il termine che ancora oggi usiamo: “Derby d’Italia”. Ma quella definizione non basta più a contenere tutto ciò che la sfida rappresenta. Perché da quel giorno del ’61, Inter-juve ha smesso di essere solo calcio. È diventata questione di principio, di dignità, di memoria storica. Una rivalità che brucia nei cuori, nei bar, nei thread social e persino nei tribunali. È identità, memoria, battaglia morale. È la questione aperta che ogni interista eredita come un lascito familiare. È l’eterna sensazione di avere ragione, ma di doverlo spiegare ogni volta.

    Vi lascio a un botta e risposta immaginario tra Peppino Prisco (storico vicepresidente e “voce” dell’anima interista) e Giampiero Boniperti (storico simbolo e presidente della juventus)

    Boniperti:

    Ma possibile che ancora parliate del 1961? Sono passati 64 anni!
    Era una partita, e fu solo un errore tecnico. Punto.

    Prisco:

    Sì, un “errore tecnico”. Come dire che ti sparano alla schiena per sbaglio.
    La palla era nostra, il risultato era nostro, il torto è vostro.

    Boniperti:

    La CAF decise secondo regolamento. L’arbitro sbagliò, si rigioca.
    È la legge del calcio. Non potete piangere per decenni.

    Prisco:

    Legge del calcio? O legge della famiglia Agnelli?
    Umberto presidente FIGC e della juve… non è legge, è monopolio.

    Boniperti:

    E comunque vincemmo 9-1. Sul campo. Volete ricordare anche quello?

    Prisco:

    Sì, ricordo benissimo.
    Ma quella era la nostra Primavera. La vostra era… un autunno morale.

    Boniperti:

    Dai Peppino, lo sai anche tu: se la juve vince, è perché è più forte.
    Non serve il palazzo. Serve la palla.

    Prisco:

    E quando la palla è nostra… arriva il palazzo a togliercela.
    Succede dal 1961. E ogni tanto… succede ancora.

    Boniperti:

    Quindi secondo te non c’è mai stato un errore arbitrale a favore dell’Inter?

    Prisco:

    Certo che sì.
    La volta che ci fischiarono un rigore al minuto 95… ma solo perché stavano arrestando l’arbitro il giorno dopo.

    Boniperti:

    Sei un avvocato. Sai che le sentenze si rispettano.

    Prisco:

    Infatti le rispetto. Ma non dimentico quelle sbagliate.
    Perché un torto giudicato resta torto… anche se ha vinto lo scudetto.

    Boniperti:

    Ma almeno ammetti che Sandro Mazzola lo abbiamo fatto nascere noi…

    Prisco:

    No, lo ha fatto nascere l’ingiustizia. Voi ci avete tolto la partita.
    Noi ci siamo presi la leggenda.

  • On the Road

    Arrivo ad Appiano, primo allenamento, presentazione (presentazione o primo allenamento, fate voi), dopodomani partenza per gli Stati Uniti. Il tempo di disfare i bagagli, un salto alla pinetina, un paio di pasti coi ragazzi, con quelli che non sono in giro con le nazionali perlomeno, due chiacchiere, due calci al pallone e poi via al Mondiale. Bentornato a casa Cristian.

  • Incubi e centrifughe

    “Non è ancora facile ripensare a quella finale, lo ammetto. Di tanto in tanto ti svegli di soprassalto e pensi: cosa è successo? Il modo in cui è andata è stato così frustrante. Ci si prepara così tanto per una finale del genere. Abbiamo avuto una giornata storta. È ancora molto difficile da accettare, a dire il vero”.

    Penso che le parole di Dumfries riassumano perfettamente lo stato d’animo di noi tutti. L’ultima illustre vittima della “centrifuga Inter” è l’Inter stessa, tutta. Lo spogliatoio è un congegno strano, una macchina che viaggia su ingranaggi di seta, dove anche un piccolo frammento usurato può comprometterne la fluidità complessiva e lacerare equilibri e relazioni. Noi la macchina buona l’avevamo, e l’avevamo anche guidata fino in fondo, scassata e rattoppata ma era lì, a 90′ dalla gloria eterna, ed è per questo che ancora ci svegliamo sconfortati e increduli per essere andati a sbattere all’ultima curva dormendo al volante.

    Quante volte abbiamo letto e ascoltato che il merito principale di Simone Inzaghi è stato quello di tenere assieme i ragazzi nella buona, ma soprattutto nella cattiva sorte, facendoli sentire tutti importanti. Suscita in me un groviglio di strane emozioni contrastanti leggere oggi le dichiarazioni di Davide “Core de Roma” Frattesi rilasciate nell’anno della seconda stella: “Inzaghi è stato bravo a non perdere nessuno: anche quando giocavano sempre gli stessi, veniva a parlarci, a motivarci. Ti fa sentire importante, è questo che conta”. E ancora: “Il livello è altissimo, eppure nessuno fa il fenomeno. Poi Inzaghi sa come gestirci: anche quando hai una giornata storta, non te la fa pesare, e ti dice la parola giusta. In questo gruppo tutti hanno un ruolo”.

    Esattamente dodici mesi dopo, nel mese di gennaio 2025, si è parlato tanto di Frattesi alla Roma, il giocatore si dichiarava insoddisfatto dell’esiguo minutaggio concessogli da Simone Inzaghi. Situazione perfettamente in antitesi con quanto da lui stesso affermato appena un anno prima. Che io ricordi, questo è stato il primo segnale figlio della prima spaccatura che ha poi portato l’intero gruppo al crollo verticale di Monaco.

    Da un mercato all’altro, da gennaio a maggio, poco più di cento giorni in cui si è consumato il dramma e si è sgretolata l’Inter. Gli infortuni, le polemiche del demone con gli arbitri, qualche muso lungo e rimbrotto qua e là tra i ragazzi in campo, e sofferenza, un’indicibile, incalcolabile, estenuante sofferenza che ci ha tenuto compagnia per tutto il girone di ritorno. Ma la macchina era lì, scassata e rattoppata come non mai, ma era lì, a 90′ dalla gloria eterna. Poi quell’ultima curva sciagurata.

    La domanda che mi porto dentro, che con ogni probabilità è la stessa che sveglia Dumfries nel cuore della notte, ha forse un nome e un cognome. Quando l’hai deciso mister? Quando hai esorcizzato il demone e indossato le vesti del bauscia d’Arabia?

  • 4-3-3

    Addio 3-5-2. Con Cristian Chivu torneremo a 4, le fasce saranno protagoniste e in centrocampo si darà battaglia. Rivedremo corsa e dribbling, un approccio più aggressivo e verticale e più occasioni da gol. Magari all’inizio balleremo un po’ dietro, ma col tempo necessario mi aspetto un’Inter più moderna, più europea, votata all’attacco e al pressing alto ma con l’attenzione alla difesa di sempre. Questo potrebbe essere domani.

    Oggi i ragazzi che si allenano ad Appiano hanno caratteristiche ben diverse da questa idea di calcio. Durante l’esperienza nel nostro settore giovanile Chivu ha dimostrato di sapersi adattare alla rosa disponibile, e questa è un’ottima cosa. Ha salvato il Parma giocando col 5-3-2. Se muteremo pelle, il cambiamento dovrà essere graduale e Chivu sembra possedere l’intelligenza necessaria per capirlo e sostenere il progetto a lungo.

    Personalmente sono molto contento della soluzione trovata da Marotta, è una scelta coraggiosa e di prospettiva, è anche uno dei nostri. L’Inter agli interisti. Mi piace. Bentornato a casa Cristian.

  • L’uomo forte

    Quando nel 2018 l’Inter prese Marotta ero felice — e per una volta, unica volta, grato al presidente della juve. Dopo anni di sventure, tornava finalmente in società la figura dell’uomo forte: capace di andare ben oltre le competenze legate alla gestione dell’area sportiva e di costruire squadre competitive anche sotto stringenti vincoli economici. Marotta è ascoltato nei palazzi che contano — e non per fare imbrogli, come qualcuno crede — ma perché è uno stratega totale del mondo del pallone. Ma questo non è bastato a trattenere in nerazzurro il demone, che si dice stanco e spossato. E nutro il sospetto che stavolta l’uomo forte sia stato colto un po’ di sorpresa. Con il Mondiale alle porte, l’addio dell’allenatore è un problema nel problema, e mettere le mani sul tesoretto appare, a questo punto, una faccenda complicatissima.

    Inzaghi sceglie dunque di uscire dal calcio che conta. Si lascia alle spalle quattro stagioni entusiasmanti ma che tirando una riga, in termini di trofei hanno prodotto poco. Sarà ricordato per sempre come “il mister che avrebbe potuto essere, se…”. Tuttavia sono scelte personali, e non sarò certo io a biasimarlo per aver scambiato l’Inter con denaro a palate e serenità. C’è però un pensiero malevolo che si insinua in coda a questa faccenda. Col trascorrere del tempo si fanno sempre più insistenti certe voci secondo le quali Inzaghi, avrebbe preparato la finalona con un contratto già firmato, nelle mani e nei pensieri. C’è anche chi sostiene che abbia condiviso la notizia con lo spogliatoio prima del 31 maggio. Questo spiegherebbe molte cose: la svagatezza difensiva, l’approccio inadeguato alla gara, l’incapacità del mister di leggere la partita in corsa e la mancanza di reazione di una squadra apparsa sin da subito svuotata, quasi apatica.

    Mentre scrivo siamo già in piena fase toto-allenatori. Non sarà affatto semplice predisporre la rosa in funzione del nuovo mister, che difficilmente — molto difficilmente — indosserà comodamente i panni lasciati frettolosamente nell’armadio da Inzaghi. Date le circostanze, Beppe Marotta è l’uomo migliore che l’Inter potesse sperare di avere in casa in un momento come questo. A noi non resta che augurarci che le malelingue siano appunto, solo malelingue, se così non fosse si allungherebbero brutte ombre sulla disfatta di Monaco e l’imputato numero uno potrebbe non essere più solo la stanchezza fisica. In tal caso prepariamoci a mandar giù l’ennesimo boccone amaro di una stagione sciagurata.

  • Il lavoro di mister Inzaghi

    Beh, intanto buona festa della Repubblica, il due giugno è uno di quei giorni in cui è giusto celebrare, ricordare, onorare. W l’Italia!

    Quanto a noi, ho pensato di fare i conti alle quattro stagioni del demone sulla panca dell’Inter, e ho annotato un po’ di numeri grazie a transfermarkt.it, solo cifre nude e crude, inconfutabili.

    Il motore di ricerca mi informa che la nostra Inter occupa la posizione n. 40, avendo speso negli ultimi 4 anni poco più di 250 milioni di €, sembra un insulto lo so, ma è il calcio di oggi, se urta il senso civico e il decoro di qualcuno lo capisco, in quel caso posso solo consigliare di interessarsi ad altri sport.

    Sintetizzando:
    Uscite 258,13
    Entrate 372,27
    Saldo positivo 114,14

    Il mister ha rimpolpato la bacheca con 6 titoli, ok sono 5 coppette e uno scudetto, ma è anche arrivato a giocarsi due finali di Champions, provate a vedere in quanti c’erano riusciti prima. L’ultima l’ha persa malamente, molto malamente, è stata la peggiore sconfitta dell’Inter di Inzaghi e la peggiore in assoluto di tutte le finalone. Non tornerò sugli errori che a parer mio hanno compromesso la stagione, ne ho già parlato nei precedenti post. Ma il lavoro fatto fin qui, con i mezzi e il materiale messo a disposizione dalla società non si piò soltanto definire di tutto rispetto, forse ci va qualcosina in più.

    Ritengo intellettualmente corretto estendere la medesima disamina ai parigini dell’unanimante consacrato geniale Luis Enrique, ecco in sintesi i loro movimenti bancari dell’ultimo quadriennio, grazie ai quali in effetti non occupano il primo posto, ma il secondo sì

    Uscite 932,42
    Entrate 413,55
    Saldo negativo -518,87
    Bottino: 4 campionati, 2 coppe nazionali, 3 supercoppe francesi, 1 CL (v#ff#nc#l#) offendevi pure ma dovevo scriverlo almeno una volta

    Ed ecco poi anche i conti del Napoli dei miracoli, solo ventunesimo…

    Uscite 375,17
    Entrate 274,39
    Saldo negativo -100,78
    Bottino: 2 scudi e 1 supercoppa italiana

    Il diciottesimo posto è invece occupato dall’altra squadra di Milano

    Uscite 408,81
    Entrate 138,80
    Saldo negativo -270,01
    Bottino: 1 scudetto e 1 supercoppa italiana

    Gia che c’ero, la curiosità è donna, e l’Inter è femmina… sono andato a sbirciare i conte della juve (il minuscolo non è un refuso), nona classificata, e guardate un po’ che ho scoperto

    Uscite 559,85
    Entrate 353,38
    Saldo negativo -206,47
    0 titoli

    🤭

    W il 2 giugno! W la Repubblica! W l’Inter!

  • Quel buco nello scarpino

    Si è scritto e detto tanto sul gol di Acerbi che riprende una semifinale ormai andata, un gol bellissimo che racchiude tutto: volontà, determinazione, i sogni di una vita e perché no, anche un pizzico di follia, voglio scriverlo anch’io, sì, non resisto: che ci faceva lì? Non sarà facile ripartire dopo una stagione che ci ha visti protagonisti ovunque ma che ci ha portato via tutto quello per cui abbiamo lottato. Dopo Monaco qualcuno avrà creduto che quel gol sarebbe stato meglio non segnarlo, perché chissà, magari fuori dalla coppa ci saremmo buttati sul campionato e staremmo gongolando per il 21°, e sì, è molto probabile che sarebbe andata così, ma è un pensiero profondamente ingiusto.

    Abbiamo condiviso la tavola con grandi club, nettamente superiori alla nostra Inter per fatturato, costo delle rose e monte ingaggi, battendoli quasi tutti, tranne l’ultimo, che però è ciò che conta, nel calcio come nella vita. I sogni purtroppo svaniscono all’alba e il nostro si è concluso anche malamente, trasformandosi in un incubo per via della peggior sconfitta di sempre in una finale di Champions, che ci consegna sì alla storia, ma dal lato sbagliato.

    Non rinnegherò la bellezza del gol di Acerbi, né dimenticherò l’esaltazione di Frattessi che quasi sviene per l’esultanza smodata sul 4 a 3. A mente fredda possiamo dire che è finita come forse effettivamente sarebbe dovuta finire. Nelle competizioni devi starci comodo, non puoi arrivare in fondo a tutto con la lingua di fuori, guardate loro, il PSG era quasi fuori dai giochi nella prima fase, poi la corsa fino al trionfo. Vi ricorda qualcuno?

    Il campionato invece è un po’ diverso, penso che quello avremmo dovuto gestirlo meglio, resto convinto del fatto che il peccato capitale siano state le due coppe nazionali giocate senza ruotare i giocatori. Forse il demone ha sentito il fiato sul collo del Napoli, forse avrà pensato di portare a casa almeno le coppette proprio perché lo scudetto l’ha subito battezzato compromesso per via di quel diavolo di Conte. E la Champions, beh, ci provi, ma come fai a puntare tutte le fiches sulla competizione più difficile? La verità è che questi discorsi non valgono nulla, esattamente come il gol del leone, che avrebbe meritato una sorte molto diversa.

    C’è però un’ultima cosa, un conto da saldare prima che cali definitivamente il sipario su quest’annata. Ci troviamo a fare i conti con il tesoretto che abbiamo accumulato fin qui, e non è che sia proprio poca roba. Provare a vincere la prima edizione del mondiale che si giocherà tra due settimane può cambiare il giudizio complessivo? Io dico di sì. Forse non per il prestigio e per i traguardi che speravamo di raggiungere, ma andrebbe a rimpolpare le nostre casse ancora più di quanto avrebbe fatto la Champions. E questo si traduce in una cosa sola: più competitività per il futuro, anche prossimo. Molto prossimo.