Nel calcio italico, dove il bilancio è spesso un’opinione, e il mercato una corsa a chi spende (male) di più, esiste una coppia che non fa rumore ma fa risultati. Uno viene dalla finanza americana, l’altro dai bar di Varese passando per tutte le scrivanie più complicate del pallone. Insieme, Oaktree e Marotta stanno riscrivendo il manuale di gestione di un club di vertice. Con una particolarità: non stanno rovinando l’Inter, la stanno sistemando. E a guardare i bilanci — altrui — cominciano ad avere un problema: fanno paura.
Uno porta i soldi, l’altro li moltiplica
Oaktree, il fondo californiano che ha preso in mano l’Inter a maggio 2024, ha le idee molto chiare: niente deliri, niente sperperi, niente slogan. Vuole un club competitivo, ma sostenibile. E Marotta? Marotta gli consegna già la creatura pronta: rosa da 800 milioni, monte ingaggi sotto controllo, dirigenti solidi, conti migliorabili ma non più in apnea.
Nel calcio italiano, dove i fondi spesso entrano per smontare, vendere e fuggire, Oaktree si trova in casa un club che sa già far quadrare i conti — giocando bene e vincendo. Il risultato? Il progetto prende una piega imprevista: costruire, non svendere.
Una crescita silenziosa, ma spietata
Dal 2021 a oggi, con Marotta al timone operativo, l’Inter ha:
Aumentato il valore della rosa da 500 a oltre 800 milioni;
Speso poco, spesso nulla, per giocatori poi diventati titolari assoluti (Thuram, Calhanoglu, Sommer, Darmian, Mkhitaryan);
Generato plusvalenze intelligenti, senza mai sventrare la squadra (Onana, Hakimi, Pinamonti);
E soprattutto: creato un modello replicabile, con margini di crescita e utenza globale.
E oggi, con Oaktree, l’obiettivo dichiarato è semplice quanto rivoluzionario per l’Italia: utile operativo entro il 2025.
Sì, avete letto bene. Non “non fare danni”. Non “resistere fino al prossimo prestito”. Proprio: guadagnare.
E intanto gli altri fanno i conti (e non tornano)
Nel frattempo:
La juventus cerca di ricostruire partendo da un buco di 124 milioni, sperando che il ritorno della ragione basti a risanare anni di creatività contabile.
L’altra squadra di Milano stringe i cordoni, chiude l’anno in utile ma con una rosa svalutata e una rivoluzione tecnica da digerire.
Il Napoli rincorre se stesso e il suo ex presidente in ogni angolo di Coverciano.
L’Inter invece tiene i big, aggiunge titolari gratis, sistema i ruoli strategici e in investe sui giovani, il tutto col sorriso di Marotta, che fa sembrare tutto semplice. Come se bastasse leggere le righe dei bilanci per vincere le righe dei giornali.
Una strana coppia, appunto
Oaktree è la finanza che osserva, misura, controlla. Marotta è l’artigiano del pallone che tratta, anticipa e costruisce. Non si assomigliano. Ma insieme fanno un club che non solo funziona, ma dà fastidio. Perché dimostrano che si può vincere senza fare buffi, che si può crescere senza slogan e che non serve vendere ogni estate per stare in piedi.
Altrove, ogni sessione è una roulette. A Milano, sponda nerazzurra, è una tabella Excel con senso logico.
La vera plusvalenza è aver messo Marotta nelle mani giuste, e le mani giuste sull’Inter.
Visto da fuori, questo luglio nerazzurro somiglia a quei silenzi che precedono i temporali. Ma non i temporali veri, quelli coi lampi e i tuoni. No: quelli che si annunciano e poi non arrivano. Perché all’Inter, quest’estate, il temporale non è scoppiato. Nonostante tutto. Nonostante Monaco, Fluminense, Pedro al 90esimo e qualche scaramuccia social degna più di un reality che di uno spogliatoio da scudetto.
Eppure — e qui va riconosciuto un certo coraggio — non si è cambiato nulla. O quasi. Via Inzaghi, dentro Chivu. Un po’ come togliere il maggiordomo e mettere il nipote del portiere. Ma va bene così, dicono.
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L’Inter non ha rivoluzionato la rosa. Ha scelto di restare fedele a se stessa. Qualcuno lo chiama “progetto di continuità”, altri lo chiamerebbero testardaggine. Io, da buon interista, mi limito a dire che bisogna avere una certa dose di incoscienza per pensare che gli stessi uomini, dopo esser caduti rovinosamente, possano rialzarsi con lo stesso vestito e fare finta di nulla.
Perché la facciata è la stessa: Sommer, Calhanoglu, Barella, Lautaro. Anche i fantasmi sono gli stessi. Pedro, Monaco, il rigore, la stanchezza, l’infermeria piena come la Milano Centrale a Ferragosto. Però c’è fiducia. Che non guasta mai, eh. Ma sarebbe meglio accompagnarla con qualche certezza in più.
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Che poi, a dirla tutta, pare che il momento più importante dell’estate interista si sia consumato… su WhatsApp. Perché se oggi Lautaro e Thuram tornano a sorridersi, non è per una mediazione aziendale, un summit a porte chiuse o un abbraccio epico sotto la pioggia. No, è per un commento su Instagram. “Attento, che non sai nuotare”. E così la ThuLa è rinata.
Mi verrebbe da dire che ai miei tempi i dissapori si risolvevano negli spogliatoi, tra uomini, magari con una pacca sulla spalla o uno sguardo feroce. Ma tant’è: oggi si fa la pace con un cuoricino sotto le foto. L’importante è che si faccia. Anche se viene il sospetto che a nuotare in acque agitate, quest’anno, non sarà solo Lautaro.
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L’unica vera novità, quella vera, si chiama Cristian Chivu. Uomo elegante, interista vero, e perfetto per il ruolo. Ma anche, diciamolo, esordiente in un circo come la Serie A. Avrà tra le mani uno spogliatoio più vissuto di un bar alle tre del mattino, con personalità forti, qualche nervo scoperto e lo spettro dell’anno scorso sempre pronto a rifarsi vivo. A lui il compito di riportare fame, gioco e dignità. Più che un allenatore, servirà uno psicologo con brevetto da artificiere. Se ci riesce, lo portiamo in processione.
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Una settantina di milioni spesi. Non poco, ma neanche abbastanza da far tremare le rivali. I rinforzi? Più profondità che qualità. Bonny, Zielinski, il giovane Sucic, Frattesi da rilanciare e il bambino Pio da valorizzare. Nessun colpo da poster, nessuna figurina da mettere in vetrina. Un mercato da calcolatori, non da sognatori. E anche questo, forse, è coerente con l’aria che tira.
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Obiettivo? Lo scudetto. Perché all’Inter, se non si punta a vincere, tanto vale non scendere in campo. Sia chiaro: non ci interessa arrivare tra le prime quattro. L’Inter non partecipa per partecipare. L’Inter vuole comandare. Tornare a vincere. A dominare. A far tremare gli stadi. Ma per farlo non basterà un gruppo di bravi ragazzi con tanti minuti sulle gambe. Servirà cattiveria, lucidità e memoria corta. Perché se alla prima sconfitta si torna a parlare di Monaco, Fluminense e rigori, allora siamo punto e a capo.
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L’Inter oggi è come una casa nobile con le tapparelle abbassate. Dentro c’è ancora argenteria preziosa, ma anche qualche crepa nei muri e qualche quadro storto. L’obiettivo è raddrizzare, non ricostruire. Ma guai a pensare che basti l’autostima per vincere il campionato. Il rischio non è quello di cambiare troppo. È quello di non cambiare abbastanza. E nel calcio, come nella vita, chi resta fermo sperando che il vento giri spesso finisce per essere travolto.
La faccenda Çalhanoğlu
C’era una volta l’Inter che vinceva in silenzio e perdeva facendo rumore. Ora, invece, ci si becca via messaggio, si recita la pace su WhatsApp e si fa il tagliando del rispetto reciproco a colpi di like. Pare che Lautaro e Calhanoglu si siano “sentiti”. Sentiti, non “parlati”. Come a dire: abbiamo girato intorno al problema, rigorosamente senza toccarlo.
Che poi si dice che non è successo niente. Solo una scenata a distanza, qualche moglie spazientita, la rabbia post-Fluminense e le solite parole da spogliatoio col volume alzato. Insomma: nulla che non succeda nelle migliori famiglie. Peccato che qui non parliamo del vice portiere e dell’ultimo primavera, ma di due colonne portanti. Una è il capitano. L’altro è il regista. Se questi due litigano, non è un battibecco, è una scossa di assestamento. E quando in una squadra tremano le fondamenta, anche il parquet del campo balla.
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Calhanoglu è, con buona pace di chi preferisce i mezzi piedi ai piedi buoni, un regista eccellente, forse il più completo che l’Inter abbia avuto negli ultimi anni. Non Rodri, certo, ma nemmeno Brozovic con il giorno libero. L’Inter con lui gira meglio. Il problema è che negli ultimi mesi, più che girare, è sembrata inciampare. E nei momenti di difficoltà, lo spogliatoio ha mostrato le sue crepe.
Che Lautaro fosse arrabbiato, lo sapevamo tutti. Che il suo sfogo avesse più destinatari di un bollettino condominiale, anche. Ma tra tutti, proprio Calha è stato quello che ha reagito da personaggio laterale di una telenovela: post su Instagram, risposta piccata, silenzio glaciale. Il tutto mentre il Fluminense ci mandava a casa e Monaco ci mostrava che la Champions si vince con testa e nervi, non con le gif motivazionali.
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Ora tocca a Chivu, l’unico a cui nessuno ha ancora detto “sei fuori ruolo”, sistemare un’Inter dove i ruoli tecnici sono chiari ma quelli umani molto meno. Deve ringiovanire, rigenerare, riplasmare. In pratica, rifare il lavoro che Conte e Inzaghi si erano passati a metà, ma con in più il compito di gestire un duello interno tra primedonne.
Il problema non è tecnico. Calha può restare. O andare. In ogni caso, serve una soluzione. Ederson sarebbe il nome giusto, ma non è una copia carbone. È un’altra cosa. Più corsa, meno tocco. Più muscolo, meno musica. E comunque, se non vendi Calhanoglu, non compri nemmeno la versione turca del caffè al ginseng.
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Certo, ci diranno che lo spogliatoio ha visto di peggio. Brozovic e Icardi che si ignoravano come due vicini di casa in causa per il posto auto. Eppure, la domenica, correvano. Qui invece il rischio è che la tensione personale diventi passività agonistica. E se in campo cominci a vedersi chi non si parla, allora sì che siamo nei guai.
Anche perché la differenza tra chiarirsi e spiegarsi è la stessa che passa tra una stretta di mano e una riconciliazione vera. E oggi, a giudicare dalla distanza tra le località balneari di Lautaro, Barella e Calhanoglu, di riconciliazione non si vede nemmeno l’ombrellone all’orizzonte.
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In tutto questo, l’Inter resta una squadra forte. Ma anche stanca. Non solo fisicamente: emotivamente svuotata, come chi si è illuso troppo a lungo. Ora serve una scossa. Non un’altra dichiarazione conciliatoria. Non un altro “ci siamo chiariti”. Serve un gesto concreto, o una decisione chiara.
E se la vendita di Calha accontenta tutti — Lautaro, la dirigenza, il giocatore stesso — allora forse va fatta. Ma se resta, servono regole nuove. Anche perché la stagione che arriva non perdonerà chi sbaglia i fondamentali: gioco, gruppo, convinzione.
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Tra tutte le cose che servivano a Chivu per iniziare, una bella faida intestina tra titolarissimi non era in lista. Ma del resto, se non succedesse all’Inter, non sarebbe l’Inter.
E allora, forza ragazzi: magari non vi amate tra voi, ma amate almeno la maglia che indossate. Il pubblico vi perdonerà ogni passaggio sbagliato, ma non il muso lungo dopo un gol.
L’arte perduta del prendere in giro (senza prendersi sul serio)
Nel calcio moderno, dove ogni emoji vale quanto un contratto e ogni “like” può far saltare una trattativa, c’è da rallegrarsi se qualcuno torna a comunicare con la lingua più umana che esista: quella dell’ironia da spogliatoio.
Zalewski, riscattato dall’Inter e fresco di buone intenzioni, si presenta su Instagram con la voglia di spaccare il mondo e le foto degli allenamenti in solitaria. Classico entusiasmo da nuovo acquisto con ambizioni di titolare e playlist motivazionale nelle cuffie. E fin qui nulla di strano: tutti a luglio sembrano professionisti modello. Poi arriva Thuram, che non commenta il rendimento, non parla di tattiche, né di obiettivi. Gli chiede solo: “Ma continui con la 59?”.
Che dire? Più che una domanda, è un assist a centrocampo per l’armonia di squadra.
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Perché in un’estate in cui abbiamo visto capitani lanciare strali, registi replicare a mezzo comunicato e mogli più attive dei procuratori, una battuta di Thuram su un numero di maglia suona come il canto di un uccellino in mezzo a una fabbrica in fiamme.
Zalewski coglie l’occasione al volo e risponde con la miglior arma del mestiere: la provocazione simpatica. “Prendo il 9”, scrive. E in quel momento, per chi ha la mente allenata alla semantica del calcio, si capisce tutto: non ci sono frizioni, ma frizzantezza. Non rancore, ma spirito. E in uno spogliatoio, lo spirito è il primo collante. I moduli vengono dopo.
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E pensare che fino a pochi giorni fa, Thuram sembrava sulla via di trasformarsi in un caso diplomatico. Il like al post di Calhanoglu (ex compagno di risate e forse anche di qualcos’altro) sembrava una dichiarazione di guerra a Lautaro. Poi il commento sotto le foto del capitano in vacanza: “Attento che non sai nuotare”. E ora il siparietto con Zalewski.
Morale? Thuram non si è trasformato in un problema, ma in una risorsa sociale. Una sorta di cerimoniere digitale dell’Inter, capace di tenere vivo il clima tra un allenamento solitario e l’altro. Perché, si sa, le squadre vincenti iniziano a vincere negli spogliatoi, non negli schemi. E una battuta al momento giusto vale più di un ritiro a porte chiuse in Val Camonica.
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Quanto a Zalewski, il ragazzo ha capito subito una cosa che molti veterani ancora ignorano: all’Inter, prima di fare il terzino, devi saper fare il compagno. Il numero 59 potrà pure restare sulle spalle, ma lo spirito dev’essere quello della 10 di Mazzola: umiltà fuori, fuoco dentro. Se giochi bene, magari ti danno anche la 3 di Facchetti. Ma intanto, rispondi con classe e sorriso al francese. E guadagni punti veri.
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In una fase in cui Cristian Chivu si trova più psicologo che tecnico, ogni piccolo gesto che porta distensione e armonia vale più di mille schemi offensivi. Con Calha e Lautaro ancora ai ferri corti, con il morale di squadra ancora da rimettere in piedi dopo Monaco e Fluminense, vedere due giocatori scambiarsi battute e sfottersi bonariamente non è folklore: è ossigeno.
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Diceva qualcuno che la maglia dell’Inter si indossa con orgoglio, si onora con sudore e si protegge con l’ironia. E in questo, Zalewski e Thuram si sono comportati da interisti veri: pochi proclami, qualche sorriso e un numero di maglia che, a questo punto, vale come una stretta di mano tra gentiluomini. In un calcio che ha sostituito le pacche sulle spalle con le notifiche, una battuta così vale come un gol al novantesimo.
Levi Colwill, Chelsea: “Il PSG è una squadra incredibile, ma noi non siamo né l’Inter né il Real”.
E per fortuna, aggiungerei: sarebbe come dire che un casinò di Dubai non è né il Louvre né il Duomo di Milano. È vero, non lo è. Né per storia, né per gloria. E soprattutto non lo è per cultura sportiva.
Ci sono momenti nella vita di una squadra in cui le parole pesano più dei gol. Momenti in cui la fascia al braccio non basta più: deve diventare una dichiarazione di intenti, un vincolo morale, un patto con i tifosi. Le parole di Lautaro Martinez, pronunciate dopo la deludente prestazione al Mondiale per club, rappresentano questo.
Mi dispiace tanto per il gruppo. Io non voglio perdere. Chi vuole restare, resti. Chi non vuole, se ne vada. Il messaggio è chiaro: noi stiamo lottando per obiettivi. Ho visto tante cose che non mi sono piaciute. Noi siamo qui a fare di tutto. Io voglio vincere, come capitano, come gruppo.
Nessun giro di parole, nessuna diplomazia. Un messaggio forte, chiarissimo. Non è la prima volta che Lautaro si espone pubblicamente, ma stavolta il tono è cambiato. È quello di chi non ne può più, di chi sente il peso della maglia, di chi pretende che tutti remino nella stessa direzione. Lo ha detto con lucidità: ci sono cose che non gli sono piaciute, comportamenti che non rispecchiano lo spirito del gruppo. Ha parlato di lotta, di obiettivi, di voglia di vincere.
Milito e Zanetti sono stati parte attiva nell’operazione che ha portato il Toro di Bahía Blanca all’Inter. Milito e Zanetti. Do you remember?
Al Racing ho condiviso lo spogliatoio con Milito. Mi ha detto tantissime volte cosa significa vestire la maglia di un club come l’Inter. Ho parlato di questo anche con Zanetti. Voglio seguire le loro orme, hanno lasciato un segno importante in un grandissimo club.
Se c’è un giocatore che in questi anni ha incarnato lo spirito interista — nella continuità, nell’attaccamento, nei sacrifici — è proprio lui. Il capitano: Lautaro Martinez.
L’ultimo dei capitani scrive la Gazzetta.
Nel calcio di oggi c’è ancora spazio per chi decide di restare? Non per comodità ma per appartenenza. Lautaro Martínez è una di quelle figure rare che non si limitano a indossare la fascia da capitano, ma se ne fanno carico. La portano sulle spalle, nei muscoli, nelle parole, anche quando queste scuotono l’ambiente e dividono l’opinione pubblica.
È successo dopo l’eliminazione dal Mondiale per club. Lautaro ha parlato chiaro, senza mezzi termini. Ha puntato il dito, lasciando intendere che dentro lo spogliatoio qualcosa non ha funzionato. Il riferimento più diretto sembra essere stato a Calhanoglu, ma la sensazione è che l’argentino parlasse a più destinatari. Il dibattito si è acceso: ha fatto bene a parlare in pubblico oppure avrebbe dovuto mantenere il silenzio? Anche tra i tifosi le opinioni si sono spaccate, con una lieve maggioranza a sostegno del suo gesto. La società, invece, avrebbe preferito una gestione interna, discreta.
Ma al di là delle posizioni, c’è un punto che mette tutti d’accordo: Lautaro ci mette sempre la faccia. Anche quando non conviene. Anche quando stare zitti sarebbe più comodo. È questo il tratto distintivo del suo modo di vivere la maglia. Un’attitudine che si vede in campo, dove corre, lotta e segna, ma anche fuori, dove non nasconde mai l’amore per il club né la frustrazione quando le cose vanno male.
Negli anni, Lautaro ha dimostrato un attaccamento profondo e sincero. Non ha mai alimentato voci di addio, nemmeno nei momenti più delicati delle trattative per il rinnovo del contratto. Ha sempre mantenuto una linea chiara: vuole restare, vuole vincere, vuole essere il volto di questo progetto. Non ha mai forzato la mano, non ha mai usato la stampa o i procuratori come arma di pressione. Ha semplicemente chiesto rispetto, restituendolo in ogni scelta.
Un esempio? Dodici mesi fa, dopo una stagione logorante e le fatiche con la Nazionale, ha accorciato le vacanze per rientrare in anticipo e dare una mano alla squadra in difficoltà. Ha scelto il bene collettivo, anche a costo della propria condizione fisica. E nel Mondiale appena concluso, nonostante la stanchezza, è stato uno dei pochi a brillare: due gol, un palo che grida ancora vendetta, e la voglia evidente di trascinare tutti, ancora una volta.
Ha tagliato i ponti con chi, in passato, ha voltato le spalle alla squadra. E ora ha alzato la voce con chi — a suo dire — non ha dato tutto in un momento cruciale. Forse lo ha fatto in modo ruvido, forse ha sbagliato tono o contesto. Ma lo ha fatto perché gli importa. Perché sente il peso della fascia non come un ornamento, ma come una responsabilità.
Sette stagioni con questa maglia, una media di quasi 50 partite e più di 20 gol a stagione. Numeri che parlano da soli. Ma ciò che conta di più è l’atteggiamento. Il modo in cui incarna i valori che oggi sembrano sempre più rari nel calcio professionistico: coerenza, lealtà, spirito di sacrificio.
In un’epoca in cui le carriere si costruiscono tra voli intercontinentali e clausole di uscita, Lautaro ha scelto la fedeltà. Non quella cieca, ma quella consapevole. Con i suoi errori, i suoi sfoghi, i suoi momenti difficili. Ma sempre con il cuore in prima linea.
Per questo, oggi più che mai, Lautaro è l’eccezione. É l’ultimo dei capitani. Quelli veri.
Nel grande teatro post-Calciopoli, la scena più surreale va in scena 14 anni fa, il 4 luglio del 2011. Gli attori? Giancarlo Abete, presidente FIGC, e Stefano Palazzi, procuratore federale. Il bersaglio? Massimo Moratti, reo non di aver fatto, ma di non voler fare: rinunciare alla prescrizione sportiva.
Già l’espressione suona grottesca. Ma come, direte voi?
La prescrizione è un principio di legge, una garanzia. Non un’opzione da attivare o disattivare come il VAR. Eppure, a cinque anni dai fatti, quando tutto è stato giudicato, condannato e storicizzato, ecco che spunta la farsa: “Inter, volete sottoporvi spontaneamente a un processo che non possiamo più istruirvi legalmente?”
La richiesta che capovolge il diritto
La prescrizione sportiva, come quella penale, non è un’amnistia. È una tutela contro i processi eterni. Nel 2006, l’Inter non fu deferita. Le intercettazioni che coinvolgevano Moratti (quelle famose chiamate con Bergamo) non emersero perché non contenevano alcun elemento illecito. Non c’era alcun sistema, nessuna rete, nessun “mondo di mezzo” arbitrale da parte nerazzurra.
Ma quando nel 2011 Palazzi pubblica una relazione piena di “condizionali” e “se” — “se non ci fosse la prescrizione…”, “si potrebbe ipotizzare…”, “forse ci sarebbe un illecito” — ecco che la politica si muove. Abete, timoroso della furia juventina (che non si era mai placata), fiuta la possibilità di un gesto simbolico per “bilanciare” moralmente Calciopoli. Ma non potendo fare nulla sul piano giuridico, si affida a un marchingegno grottesco: chiedere a Moratti di autoaccusarsi, o quantomeno di auto-processarsi.
Un teatro per riscrivere la storia
La richiesta non è mai stata neutrale. È nata da una pressione ambientale fortissima. La juventus di Andrea Agnelli stava cercando una riabilitazione postuma, dopo aver perso su ogni fronte legale. Il mantra era uno solo: “Tutti facevano così. E allora perché solo noi?”
L’obiettivo non era punire l’Inter, ma sporcargli la memoria. Far passare l’idea che “se anche loro sono colpevoli, allora nessuno è innocente”. La banalizzazione del male, versione pallonara.
In questo contesto, Abete e Palazzi hanno scelto la via più comoda: spostare la responsabilità sulla vittima. Moratti non ha mai fatto pressioni, non ha scelto arbitri, non ha guidato alcun sistema. Ma improvvisamente viene messo sotto il riflettore dell’equivalenza morale.
Una richiesta giuridicamente scorretta, eticamente pericolosa
L’azione della FIGC è doppiamente discutibile:
Sul piano giuridico, è una violazione del principio di non colpevolezza. Se non c’è stato processo, non c’è condanna. E non si può chiedere a nessuno di rinunciare al proprio diritto solo per placare l’opinione pubblica.
Sul piano etico, è un’operazione di delegittimazione. Perché insinua il dubbio in assenza di prove, getta ombre su chi ha denunciato, e cerca un capro espiatorio simbolico per tenere buoni gli sconfitti di Calciopoli.
Moratti, l’unico a non dover dimostrare nulla
Moratti, con la sua solita sobrietà, rifiuta. Non per arroganza, ma per coerenza.
“Rinunciare alla prescrizione significherebbe ammettere qualcosa che non ho fatto.”
E ha ragione. Perché in questa vicenda, l’unico a non dover giustificare nulla è proprio lui. È stato l’unico presidente ad appoggiare il lavoro della magistratura. L’unico a non intrattenere rapporti opachi con i designatori. L’unico a vincere sul campo e nei tribunali.
Quella richiesta dice più su chi la fece, che su chi la ricevette
Il tentativo di Abete e Palazzi di indurre l’Inter a “rinunciare alla prescrizione” è uno di quei momenti in cui il diritto si piega alla politica, e la giustizia diventa teatrino. Volevano riscrivere la storia. Volevano un gesto per dire: “Vedete? Anche loro non sono così puri.” Ma non funziona così. La verità non si negozia, e la memoria non si sporca per comodità.
Perché l’Inter non è uscita pulita da Calciopoli per fortuna. Ma per scelta. Una scelta che altri, ancora oggi, non riescono a perdonarle.
Ecco una memoria difensiva formale che contesta, punto per punto, il documento Palazzi intitolato “L’Inter violò l’articolo 6”.
Contestazione integrale del documento “Palazzi – L’Inter violò l’art. 6”
Premessa
La presente memoria intende confutare, punto per punto, le argomentazioni contenute nel documento prodotto dal Procuratore Stefano Palazzi nel 2011, relativo al presunto coinvolgimento dell’F.C. Internazionale Milano in condotte ascrivibili all’art. 6 del Codice di Giustizia Sportiva (2005), ovvero in “illecito sportivo”.
Tale analisi evidenzia gravi forzature interpretative, omissioni probatorie e una costruzione logica deduttiva priva di fondamento oggettivo.
📌 1. L’applicazione impropria dell’articolo 6
Tesi di Palazzi: l’Inter, nella persona di Giacinto Facchetti, avrebbe realizzato un “sistema di condizionamento” volto ad assicurarsi vantaggi in classifica, assimilabile all’illecito sportivo ex art. 6.
Confutazione:
• L’articolo 6, comma 1 (2005):
“Costituisce illecito sportivo qualsiasi atto diretto ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara…”
→ Non vi è alcuna prova concreta che dimostri la manipolazione di una gara da parte dell’Inter.
→ Nessuna designazione arbitrale è mai risultata viziata da pressioni o accordi.
• La giurisprudenza sportiva ha più volte ribadito che la mera interlocuzione con i designatori arbitrali non costituisce illecito, in assenza di effetti concreti (cfr. Corte di Giustizia Federale, sent. juventus 2006).
📌 2. La presunta “rete consolidata di rapporti”
Tesi di Palazzi: l’Inter avrebbe intrattenuto contatti abituali con i designatori, simili a quelli imputati ad altri club.
Confutazione:
• Il “rapporto consolidato” non è di per sé illecito.
→ Nessuna delle telefonate tra Facchetti e Bergamo/Pairetto contiene indicazioni di pressioni, intimidazioni o istruzioni tecniche su griglie o arbitri specifici.
• Al contrario, emerge un tono formale e deferente, ben distante dai toni imperativi usati da altri soggetti (cfr. intercettazioni Moggi, Giraudo, Bergamo).
📌 3. Le griglie arbitrali e l’accusa su Collina
Tesi di Palazzi: la richiesta dell’arbitro Collina è un indizio di condotta illecita.
Confutazione:
• La perizia fonica ha stabilito che fu Bergamo il primo a nominare Collina, non Facchetti.
→ Quindi, nessuna “richiesta” finalizzata a ottenere un vantaggio, ma un colloquio informale e reattivo.
• La preferenza per un arbitro di comprovata neutralità non può configurare illecito.
→ Se chiedere Collina è illecito, chiedere arbitri più compiacenti (come accertato per altre squadre) dovrebbe esserlo di più.
📌 4. La prescrizione come surrogato della colpevolezza
Tesi di Palazzi: l’Inter è responsabile, ma non punibile solo per effetto della prescrizione.
Confutazione:
• La prescrizione non equivale a sentenza di colpevolezza.
→ La giustizia sportiva non ha mai deferito né sanzionato l’Inter, nonostante l’accesso agli atti avvenuto nel 2010.
→ Non si può colmare l’assenza di prove con un giudizio “morale”.
• Come affermato dalla giurisprudenza (TAR Lazio, sent. 2010), in assenza di procedimento formale, non si può costruire retroattivamente un impianto accusatorio per meri scopi narrativi.
📌 5. Nessun vantaggio in classifica dimostrabile
Tesi di Palazzi: le condotte dell’Inter sarebbero state finalizzate a ottenere vantaggi.
Confutazione:
• La stagione 2004/05 si concluse con l’Inter al terzo posto, con un rendimento arbitrale altalenante, spesso sfavorevole.
→ Nessuna correlazione fra le telefonate e risultati concreti.
• Nessuna partita è stata oggetto di indagine per alterazione, a differenza di quanto accaduto per altri club (cfr. juve–Lazio, Reggina–juventus, ecc.).
📌 6. Assenza di strumenti occulti o sistemi paralleli
Tesi di Palazzi: anche l’Inter avrebbe agito per “influenzare” il sistema arbitrale.
Confutazione:
• L’inchiesta non ha rilevato schede estere, centralini riservati, circuiti paralleli come nel caso Moggiopoli.
→ La condotta dell’Inter fu alla luce del sole, senza clandestinità.
• La Procura di Napoli non ha mai chiesto rinvii a giudizio per dirigenti nerazzurri, né nel penale né nel sportivo.
📌 Conclusione
Il documento Palazzi presenta un’interpretazione ideologica, non giuridica della responsabilità. Le accuse mosse all’Inter:
• Si basano su sospetti, deduzioni soggettive e ricostruzioni forzate.
• Non trovano riscontro in atti concreti né in norme giuridicamente applicabili al caso.
L’art. 6 richiede un quid pluris, ovvero un atto diretto ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara, che qui è totalmente assente.
Col passare del tempo, i contorni dell’intervento pubblico di Beppe Marotta iniziano a farsi più nitidi. Quando il dirigente ha indicato Calhanoglu come destinatario implicito delle critiche di Lautaro Martinez, forse non voleva solo difendere il capitano. Piuttosto, ha cercato di delimitare il perimetro del malcontento, circoscrivendolo attorno a un giocatore – il turco – che aveva già dato segnali informali di voler lasciare. Una manovra utile a evitare una frattura più ampia. Ma nel frattempo, quella frattura si è aperta comunque. Perché i veri nodi si sono intrecciati tra Lautaro e Thuram, e poi si sono estesi a Dumfries. Le crepe adesso non sono più invisibili. Lautaro accusa, Calhanoglu risponde, Thuram appoggia il turco e Dumfries invoca il silenzio. È il segnale che il gruppo non è più allineato, che la frustrazione ha scavato, che la leadership è messa in discussione.
Il Toro ha sbagliato modi e tempi? Forse. Ma viene da chiedersi se non sia anche il solo ad aver capito che qualcosa stava sfuggendo di mano, che serviva una scossa. E quando ha visto il compagno Marcus affrontare da spettatore il Fluminense, mentre la baracca affondava, non ci ha visto più.
Non è solo una questione di gol (pure quelli sono mancati), ma di atteggiamento, fame, orgoglio. Lautaro ha visto un freno a mano tirato. E nel silenzio di Thuram ha letto qualcosa di peggio: il dubbio, il disincanto, forse la resa.
Il punto è che questa Inter non poteva permetterselo. Non dopo aver buttato via un campionato e una Champions. Non con un attacco che ha segnato poco e male, e che non ha mai davvero avuto alternative. Un problema tecnico, sì. Ma anche mentale. Perché quando due come Lautaro e Thuram segnano un solo gol a testa insieme in tutta la stagione, vuol dire che qualcosa si è incrinato nell’anima della squadra.
Dopo la stagione trionfale della seconda stella, il 2024-25 è stato un anno anomalo. I numeri dicono tutto: 63 partite, zero trofei. Ma anche la coppia d’attacco ha vissuto una stagione a fasi alterne. Fino a Natale, Thuram è stato più vicino all’area, e i gol portavano la sua firma. Dopo gennaio, Lautaro si è ripreso la scena, ma anche lui ha visto momenti di appannamento, culminati con l’assenza in semifinale e finale, a causa degli infortuni. E alla lunga, la mancanza di alternative vere in attacco li ha logorati più di quanto non appaia a occhio nudo. Nessun ricambio, troppi minuti, poche scintille.
Martedì mattina, un confronto diretto tra Lautaro e Thuram ha provato a raffreddare gli animi. Nessuna rottura ufficiale, ma il messaggio è passato: la fiducia reciproca va riconquistata, e serve una base tecnica e motivazionale più solida per evitare nuovi screzi. Servono garanzie tecniche per evitare un ridimensionamento che rischia di essere fatale. E anche la freddezza con Dumfries non è un dettaglio da ignorare. Lo spogliatoio è diventato un luogo delicato, dove il malessere si insinua nei dettagli.
Ci credete? Dopo una stagione che ci ha regalato emozioni da brivido e colpi di scena pirotecnici, siamo qui a parlare di un presidente che interpreta a modo suo le parole del capitano. Sembra la trama di una delle peggio sitcom, ma è la tragica realtà.
Lautaro Martinez, stanco, frustrato e forse un po’ esasperato, lancia un messaggio in tv: “Ho visto cose che non mi sono piaciute. Chiedo scusa ai tifosi venuti fin qui per starci vicino. Chi non vuole restare qui se ne deve andare, il mio messaggio è chiaro”. Semplice, diretto, senza nomi, senza accuse precise. Un richiamo d’allarme a tutto il gruppo e alla società.
E invece? Arriva Beppe Marotta e getta benzina sul fuoco. Ma guarda un po’: per lui, quelle parole erano un messaggio cifrato diretto a Calhanoglu. Sì, proprio lui, il colpevole designato senza appello, scelto dal presidente con la leggerezza di un arbitro che fischia un rigore al buio.
Ora, domandiamoci: ma perché? Se il capitano avesse voluto fare nomi, li avrebbe fatti. Ma no, invece preferisce rivolgersi al gruppo e alla società con un appello chiaro e corale.
E che fa Marotta? Invece di prendere atto del problema – che sembra essere ben più grande di un solo giocatore – preferisce il gioco delle colpe individuali, un “scarica barile” degno di miglior causa.
Se davvero Calhanoglu fosse stato il nemico pubblico numero uno, Lautaro avrebbe potuto risolvere tutto a voce, nello spogliatoio, magari davanti ai dirigenti. Ma no, la questione è più vasta, più profonda. E forse la società avrebbe dovuto capire prima, senza attendere lo sfogo pubblico.
Insomma, mentre noi tifosi ci sbracciavamo a seguire partite tese, piene di colpi di scena, in casa Inter montava il dramma.
Alla fine, dopo tutto questo teatrino, ci ritroviamo con una squadra divisa e un ambiente tossico. Senza considerare che adesso il cartellino dei giocatori esposti alla bufera mediatica (leggi Thuram e Chalanoglu) sarà ritoccato inesorabilmente verso il basso.
Le cosa più inspiegabile di tutte per me è proprio questa, vale a dire l’operato di colui che ho sempre considerato un superman del calcio gestionale. Se qualcuno conosce le risposte sarei felice di ascoltarle.
Ovvero: come è andato in frantumi il sogno del Triplete.
Abbiamo creduto a tutto: al gruppo, alla famiglia, al progetto. Al Triplete che non era solo un sogno, ma li, a un paio di metri. E invece, ci siamo risvegliati in un incubo. Abbiamo ingoiato pareggi inspiegabili, sconfitte figlie di nervi a pezzi, partite decisive buttate via con una leggerezza imbarazzante. Ci avevano convinto: Lautaro e Thuram, fratelli di gol e di sangue calcistico. Ci avevamo creduto davvero. Ma alla prima frattura, ognuno per sé. L’argentino con la fascia e i nervi in mano. Il francese con i gol evaporati e la diplomazia social. Non c’è mai stato un gesto per fermare tutto, per dire “parliamone”, per proteggere la squadra. Solo gesti per distruggere.
C’era una volta l’Inter da Triplete. O almeno così sembrava, a inizio stagione. Un gruppo maturo, con una coppia d’attacco affiatata, una difesa solida, un centrocampo dominante e un tecnico – il Demone – amato da tutto il popolo nerazzurro. C’erano le premesse per sognare in grande, forse troppo in grande. Poi è bastato un mese, un pugno di partite decisive, per smascherare quello che era solo un equilibrio apparente. Il finale di stagione ha tolto la maschera a una squadra che si è sbriciolata sotto il peso delle tensioni interne, dei nervosismi, della stanchezza fisica e, a questo punto mi pare ovvio, soprattutto mentale.
A marzo l’Inter era ancora in corsa su tutti i fronti. A luglio, si ritrova con le mani vuote. La disfatta contro il PSG in Champions League ha dato il via al crollo. La sconfitta in campionato con la Lazio ha fatto scivolare lo scudetto. La Coppa Italia è svanita in semifinale, in silenzio. Il Mondiale per Club, infine, ha rappresentato la caduta definitiva, con il ko amarissimo contro il Fluminense e la tempesta mediatica scoppiata subito dopo.
Lo sapeva da tempo, Simone. Che sarebbe andato all’Al Hilal. Che questo sarebbe stato il suo ultimo giro. Ma ha scelto il silenzio. Ha scelto di fare l’allenatore part-time, presente col corpo ma altrove con la testa. Il PSG ci ha travolti? Certo, erano più forti. Ma eravamo preparati a perdere così, senza anima? Frattesi non entra nemmeno nel finale, le rotazioni si azzerano, i titolari affondano e nessuno li salva. Una gestione suicida, fatta da un uomo che aveva già deciso di scappare. Simone Inzaghi è stato il primo tassello a cadere. Dietro un’apparente serenità, si celava già un addio scritto. Il tecnico, promessosi da tempo all’Al Hilal, ha portato avanti la stagione con la testa altrove. Una separazione silenziosa, consumata con comunicazione unilaterale alla società dopo la notte di Monaco. Una gestione tecnica che, nella fase decisiva, si è fatta rigida, timorosa, prevedibile. Le riserve sono rimaste tali, i titolari – stanchi – hanno steccato. Il simbolo? Frattesi, rimasto in panchina per tutta la sfida col PSG, esploso di rabbia a fine gara.
E poi lo spogliatoio. Altro che gruppo. Altro che fratelli del destino. Calhanoglu che tratta sottobanco con il Galatasaray mentre noi sogniamo il suo rinnovo. Lautaro che sbrocca in diretta, e apre una ferita impossibile da ricucire. Thuram che invece di mettersi in mezzo per unire, clicca un like che pesa come un pugno nello stomaco. E Arnautovic? E la moglie di Inzaghi? E tutti gli altri che si sono schierati con un post, con un commento, con un silenzio? Se Inzaghi se n’è andato in silenzio, Lautaro Martinez ha scelto il microfono. Dopo il Mondiale per Club, lo sfogo del capitano è stato durissimo: “Chi vuole restare resti, chi vuole andarsene vada via. Ho visto cose che non mi sono piaciute”. Il bersaglio, neanche troppo velato, era Hakan Calhanoglu, da settimane in contatto col Galatasaray. La risposta del turco è arrivata via social: “Un vero leader non cerca colpevoli”. A mettere ulteriore benzina sul fuoco, il like – eloquente – di Marcus Thuram, compagno di reparto di Lautaro.
Un gesto che ha aperto un nuovo fronte interno. La ThuLa, la coppia perfetta, si è incrinata. E con essa, l’intero equilibrio dello spogliatoio, improvvisamente diviso in fazioni. Arnautovic, la moglie di Inzaghi e altri senatori hanno preso posizione. Il clima ad Appiano è diventato irrespirabile.
E Marotta? Che scopre che Inzaghi se ne va solo dopo la disfatta di Monaco? Che va in tv a confermare che Lautaro ce l’aveva con Calhanoglu? Ma siamo seri? Abbiamo perso lo scudetto, la Champions, la coppetta nazionale e il Mondiale per Club, e l’unica reazione è un’intervista postuma? Abbiamo concesso a un allenatore di rescindere unilateralmente un contratto fino al 2026 senza nemmeno imporgli condizioni. E poi ci stupiamo se la squadra è impazzita? Una dirigenza colpita e – apparentemente – spiazzata. Giuseppe Marotta ha confermato tutto in diretta TV, ammettendo lo scontro tra Lautaro e Calhanoglu, senza cercare di nascondere o attutire il colpo. Difficile capire quanto la società sapesse o volesse intervenire prima. Di certo, il vuoto lasciato da Inzaghi e il mancato controllo dello spogliatoio hanno pesato tantissimo.
Alzi la mano chi non si è sentito preso per il culo.
Poi arriva Chivu. Uno che almeno si mette davanti, chiama tutti in hotel, pretende confronto. È l’unico, finora, che ha fatto quello che avrebbero dovuto fare da mesi. Ma arriva a tempesta già passata. A trofei persi. A cocci sparsi. A stagione finita.
Chivu non doveva rimettere insieme i pezzi. Doveva esserci prima, quando i pezzi iniziavano a creparsi. A cercare di ricucire lo strappo, Cristian Chivu. Subentrato dopo il divorzio con Inzaghi, l’ex capitano ha chiamato la squadra a un confronto diretto in hotel, prima del rientro in Italia. A viso aperto, senza sconti, con la presenza di Lautaro e Thuram. Non una pace definitiva, ma un primo passo. La società ha apprezzato l’autorità del nuovo tecnico, che dovrà adesso gestire un’estate difficile e un gruppo da rifondare – non tanto nei nomi, quanto nei valori e nella coesione.
Usciamo dalla stagione più promettente degli ultimi anni senza titoli, con un progetto tecnico da riformulare e uno spogliatoio da ricompattare. Il crollo finale, in Serie A, in Europa e nel Mondiale per Club, non è frutto del caso: è il risultato di tensioni irrisolte, di scelte tecniche discutibili e di un’unità di facciata che non ha retto alla pressione. Il nuovo corso dovrà partire da qui: dalla consapevolezza che i titoli si costruiscono prima nello spogliatoio, poi in campo.
E se Chivu riuscirà a trasformare questa crisi in opportunità, solo allora potremo parlare davvero di rinascita.
Alzi la mano chi, ieri sera, non ha rivisto per lunghi tratti l’Inter di Monaco. Quella lenta, spenta, senza identità. La squadra che avrebbe dovuto cambiare pelle, a Charlotte ha finito per ripetere la peggior serata dell’intero anno. Il Mondiale per club finisce con un’eliminazione amarissima, ma tutt’altro che imprevedibile: alla luce del 2-0 incassato dal Fluminense è facile imputare al mister scelte sbagliate, la verità è che sono apparse evidenti le condizioni fisiche precarie e una stanchezza mentale mai veramente superata.
Christian Chivu, chiamato alla gestione del “supplemento” di stagione, ha avuto il merito di salvare la faccia dell’Inter contro il River Plate. Ma alla prima vera difficoltà, ha scelto la via più prudente. Ha rimandato la rivoluzione, quando invece serviva il coraggio di stravolgere tutto.
Era chiaro che il Mondiale per club, con la sua collocazione estiva e le condizioni ambientali proibitive, non potesse diventare il punto esclamativo di una stagione piena di parentesi aperte. Ma almeno i quarti – obiettivo minimo – dovevano essere raggiunti. Non solo per i 12,2 milioni in palio, ma per dare un senso alla tournée americana, per restituire energia a un progetto tecnico uscito ammaccato dal finale di stagione europea.
E invece, a Charlotte, l’Inter si è presentata con l’abito peggiore, mettendo in mostra la versione più faticosa e prevedibile di se stessa. Un undici titolare formato da molti reduci logori – Thuram su tutti – e da gerarchie che hanno frenato l’energia dei giovani. Il caldo, l’umidità, il campo secco e il viaggio coast-to-coast non sono scuse: sono dati di fatto. Ma sono gli stessi che avrebbero consigliato, se non imposto, un approccio più coraggioso.
Pronti via, regaliamo l’1-0 al Fluminense. Una sequenza imbarazzante tra De Vrij, Bastoni e Sommer, chiusa dal colpo di testa di Cano che buca il portiere sotto le gambe. È il prologo a un primo tempo che sa di déjà vu. Ritmi bassi, passaggi orizzontali, zero profondità. Dimarco ci prova un paio di volte, ma è l’unica fiammella nel buio. Mentre il Fluminense, squadra modesta ma ordinata, gioca con mestiere: disturba la costruzione dal basso e poi si chiude a riccio, contando sull’arbitro Barton, poco reattivo e spesso ingannato da teatrini carioca d’altri tempi.
Nella ripresa, finalmente, Chivu cambia. Dentro Sucic, Luis Henrique, Carboni. Esce la vecchia Inter, entra quella che forse avrebbe dovuto partire dall’inizio. I ragazzi guadagnano campo, creano occasioni, colpiscono un palo con Lautaro e sprecano un’occasione clamorosa con Sebastiano Esposito. Ma la rimonta non arriva. E nel recupero, mentre l’Inter meriterebbe il pareggio, arriva il 2-0 di Hercules. Chiusura simbolica e amara.
Il mister aveva di fronte un bivio. Poteva dare subito spazio a chi aveva gamba e motivazioni, o affidarsi ancora alla vecchia guardia, a una squadra che ha corso più di 5.000 minuti in stagione e che non ha più energie. Ha scelto la seconda. Pagando dazio. Forse ha pensato che l’esperienza potesse bastare contro un Fluminense armato solo di compattezza. Ma il calcio non aspetta nessuno, e il fisico non si comanda.
I dati sono impietosi: questa è la stagione più lunga della storia nerazzurra (63 partite), senza neanche un trofeo da esibire. Ci sono stati momenti straordinari – la doppia sfida col Barcellona su tutti – e c’è stata anche la capacità di rispondere a una crisi societaria silenziosa con dignità e risultati economici (oltre 100 milioni di ricavi tra UEFA e FIFA). Ma l’Inter è l’Inter e non può finire l’anno a mani vuote senza considerarlo fallimentare.
Al triplice fischio, Lautaro Martinez ha detto quello che molti pensano: «Chi non vuole lottare, vada via». Parole pesanti, da capitano vero. Uno sfogo che ha scosso l’ambiente e che, a giudicare dai sussurri, non è del tutto scollegato dalla posizione di alcuni senatori — Calhanoglu in primis. È il segnale che qualcosa si è rotto, o quanto meno incrinato, all’interno di un gruppo che negli ultimi mesi ha perso intensità, fame, direzione.
La consolazione è che non ripartiamo da zero. L’eliminazione non mette in discussione la programmazione estiva: ci saranno rinforzi, c’è un mercato da costruire con lucidità e alcune fondamenta su cui contare. Ma da oggi, Chivu non può più permettersi esitazioni. Dovrà fare scelte chiare, anche dolorose. Dovrà decidere su chi puntare davvero. Perché la rivoluzione non può essere rimandata ancora. Dopo Monaco, Charlotte ha detto che l’Inter ha bisogno di cambiare pelle. Stavolta per davvero.
C’è un momento, un’ora abbondante a dire il vero, in cui la squadra non solo vince, ma convince, cresce, si riconosce. L’Inter che ha battuto il River Plate 2-0 al Lumen Field di Seattle non è solo una squadra agli ottavi del Mondiale per Club: è il primo, nitido frammento di qualcosa che somiglia a un’identità. Forse – anche se lui preferisce evitare – è l’alba dell’Inter di Chivu.
“Non iniziamo con queste cose, manca solo da dire ‘chivulismo’ adesso”, ha tagliato corto il tecnico romeno nel dopopartita, con l’ironia di chi conosce bene le trappole dell’entusiasmo. Ma è proprio in quella sobrietà che si intravede la forza del progetto: niente proclami, solo lavoro, rigore e appartenenza.
Il 2-0 con cui l’Inter ha liquidato il River non racconta tutto. Perché la partita – durissima, vera, intensa – ha mostrato un’Inter capace di adattarsi, soffrire, reggere, e poi imporsi. Il River, spinto da oltre 20 mila tifosi e da una tradizione orgogliosa, ha scelto la strada dell’agonismo: pressing alto, uomo contro uomo, duelli fino all’ultimo centimetro. Chivu aveva previsto tutto. In conferenza aveva evocato la necessità di “mangiare merda” e il campo gli ha dato ragione: nel primo tempo i nerazzurri hanno retto l’urto, nel secondo hanno alzato l’intensità, preso in mano il centrocampo e dominato la scena.
Una gara da Mondiale vero, altro che amichevole estiva. Il livello dello scontro è stato altissimo: 120 contrasti, 66 vinti dall’Inter, falli duri, nervi tesi. E alla fine, anche una rissa. Ma a prevalere è stata la lucidità.
È il primo gol di Pio Esposito con l’Inter, ma non è solo un gol. Il bambino (cit.), classe 2005, al debutto da titolare, si è preso la scena con una prestazione da centravanti vero. Sportellate con Diaz e Martinez Quarta, sponde, movimenti giusti, freddezza. Il gol, arrivato su assist perfetto di Sucic, è il coronamento di una serata da incorniciare.
Ma anche su di lui, Chivu frena: “Con calma. Non dimentichiamoci che è un 2005. Ha margini di crescita importanti, ma deve continuare a lavorare”. E in un calcio che troppo spesso brucia i talenti, questo approccio vale oro.
“Sono 14 giorni che siamo in ritiro e i ragazzi rispondono così dal punto di vista caratteriale”, continua il mister. Ed è vero. L’Inter ha mostrato un’anima collettiva, fatta di disponibilità, sacrificio, adattamento. Sommer guida la difesa con esperienza, Bastoni – capitano – sigilla il match con un gol da leader. Mkhitaryan e Barella non si tirano mai indietro. Sucic entra e cambia la partita. Lautaro è ovunque, colpisce un palo, crea, si immola. Dimarco ritrova brillantezza, Dumfries rientra con una corsa inarrestabile.
Non è solo tattica. È mentalità, quella che serve per affrontare un Mondiale con ambizione.
La svolta arriva al 65’, quando Martinez Quarta stende Mkhitaryan lanciato a rete: rosso diretto, River in 10. Da lì è un assolo nerazzurro. L’Inter sfonda con continuità, colleziona occasioni, e infine passa: Pio Esposito segna, Bastoni raddoppia in pieno recupero con una grande azione personale.
Il River chiude in 9, nervoso, stremato, incapace di reagire. Ma onore ai Millonarios e ai loro tifosi, capaci di trasformare Seattle in una piccola Buenos Aires. Perché, come dice Chivu, “mi ha fatto piacere vedere la loro passione”.
Lunedì 30 giugno alle 21 italiane a Charlotte, sarà sfida al Fluminense di Thiago Silva. Un’altra battaglia, un altro scontro ad alta intensità, e noi ci arriviamo un po’ più consapevoli, un po’ più convinti e un po’ più squadra.
Nel calcio, ci sono partite che non si vincono con il gioco, ma col carattere. L’Inter porta a casa proprio una di queste, e ci mette 92 minuti per trovare il modo. Il tabellino dice 2-1 contro l’Urawa Red Diamonds, ma basta uno sguardo al campo per capire che è una vittoria più mentale che tecnica, più di carattere che di brillantezza. Un successo sporco, pesante, necessario. Soprattutto per Chivu, alla sua prima gioia da tecnico nerazzurro.
Eppure, la sfida sembrava destinata ad altro. La rete di Watanabe nel primo tempo – un regalo confezionato da Dimarco, Carlos Augusto e Luis Henrique – riassume perfettamente l’Inter attuale: distratta, appesantita, fragile. Un’Inter ancora scossa dai fantasmi del disastro di Monaco, incapace di trasformare il possesso in pericolo, che per lunghi tratti rumina palloni senza costrutto, si incarta davanti al muro giapponese trasformato da 4 a 6 difensori con elasticità e disciplina tattica.
A brillare è il capitano, che al 78’ piazza un gol da fuoriclasse assoluto: spalle alla porta, si esibisce in un gesto tecnico difficilissimo, una sorta di semi rovesciata verticale con l’esterno del piede destro. Completa la rimonta l’altro argentino, Valentin Carboni, che nel recupero capitalizza un’azione confusa ma disperata, chiude la rimonta e ci regala tre punti vitali.
Il destino vuole che anche stavolta, come 46 giorni fa con Acerbi contro il Barcellona, sia un sinistro a chiudere il sipario. Un’altra gioia che arriva allo scadere, come se questa squadra avesse bisogno del dramma per accendersi. E nonostante le lacune evidenti – una transizione tattica non ancora digerita, un modulo che zoppica e una rosa corta in attacco – la reazione c’è. Confusa, forse. Ma c’è.
Perché se è vero che la qualità appare a tratti desolante, la voglia di ribaltare il destino non manca mai. Il ritorno al 3-5-2 dà ordine, Mkhitaryan porta esperienza e stabilità, seppur non incisività. Mancano come il pane giocatori che saltano l’uomo, mancano fantasia e brio. Intanto portiamo a casa questa vittoria fondamentale, non tanto per il cammino in sé, quanto per l’importanza che riveste sul piano psicologico. Provate a pensare se l’avessimo persa o pareggiata.
Chivu ora sa che la qualificazione agli ottavi è lì, a un passo. Basta fare risultato contro il River Plate. Ma capisce anche che senza Thuram questa squadra perde profondità, che Esposito ha ancora troppa timidezza, e che per competere serve ben altro che un buon possesso palla sterile. Serve concretezza. E magari anche qualche mente libera come quella di Carboni o Sucic – ragazzi che non vivono il trauma del PSG e che giocano con incoscienza, e forse proprio per questo fanno la differenza.
In fondo, la lezione è chiara: si può anche giocare male. Ma certe partite, se le vinci, valgono doppio. Per la classifica. E per la testa.