Tag: Inter U23

  • La realtà che bussa alla porta

    Vecchi: “Qui non basta un po’ di qualità".
    Vecchi: “Qui non basta un po’ di qualità”.

    C’è chi ama le favole, e poi c’è la Serie C. L’Inter U23 aveva passato giornate a raccontarsi di non aver mai perso: due pareggi, un altro punticino, la sensazione di essere imbattuti. Una narrativa consolatoria, da calendario dell’Avvento. Ma la realtà non bussa: entra, spinge la porta e si accomoda. Il Lecco vince 1-0 a Milano e toglie il sonno ai nerazzurrini.

    E non è un caso isolato: sabato la prima squadra ha subito la sconfitta contro la juventus, un ko che peserà non soltanto nei numeri ma nella fiducia. Se la prima squadra vacilla, anche le seconde linee e le giovani promesse sentono il vento contrario.

    Dopo il triplice fischio, la partita si legge come un riassunto di educazione civica: il Lecco corre, pressa, prova, insiste. L’Inter osserva, resiste, attende il guizzo. Solo che il guizzo non arriva. E quando non arriva, il calcio è feroce: prima ti illude che basti l’ordine, poi ti punisce con un rimpallo, un corner, un tiro dal limite. È Metlika, entrato fresco come un’intrusione in una festa privata, a chiudere il discorso. Il resto è protocollo: attacchi confusi, qualche sostituzione e la convinzione che il tempo sia scaduto già da un pezzo.

    La Gumina non c’era, Berenbruch neppure, Zanchetta e Re Cecconi fermi. Una lista degna di un’unità di crisi, più che di un referto sportivo. Ma se la Serie C dovesse piangere per gli assenti, le classifiche resterebbero in bianco. Qui si gioca con quello che hai: giovani con i calzettoni abbassati, portieri chiamati all’ultimo, centrocampisti catapultati dentro. Stefano Vecchi ha provato a muovere i pezzi, ma la scacchiera gli ha restituito lo stesso finale: scacco al re e complimenti all’avversario.

    Questa è la prima sconfitta stagionale, e fa più rumore delle altre non-vittorie. Perché i pareggi, alla lunga, sono un sonnifero: ti convincono di essere in equilibrio, quando in realtà stai galleggiando. La sconfitta, invece, sveglia. Ricorda a tutti che il calcio non è un corso di formazione, ma un mestiere spietato: tre punti al vincente, niente al perdente. Lezione semplice, come la tabellina del due. E altrettanto inesorabile.

    Ora l’Inter U23 ha davanti uno specchio. Può continuare a raccontarsi la storia rassicurante della crescita graduale, della pazienza, delle partite utili comunque. Oppure può fare quello che le squadre adulte imparano presto: vincere sporco, accettare l’errore, usare la fatica come benzina. Il Lecco ha dato la dimostrazione pratica: basta un episodio, ma serve la fame di trasformarlo in un gol.

    In fondo, la morale non c’è. La Serie C non insegna: interroga, giudica, archivia. Al massimo concede una seconda possibilità, ma non per gentilezza, solo perché c’è un calendario da rispettare. La prossima partita arriva comunque, e lì vedremo se la lezione è stata capita. L’Inter U23 può riprendere il discorso o farsi ripetere l’interrogazione. Intanto il Lecco torna a casa con i tre punti, e il lusso di non dover spiegare niente a nessuno.

  • Giovani vecchi e vecchi giovani

    Domenica 31 agosto 2025 – C’è chi la domenica sceglie il Gran Premio a Monza e chi, più eccentricamente, si accomoda sugli spalti per vedere l’Inter U23. Non sfrecciano bolidi ma ventenni con i calzettoni abbassati e la licenza di sbagliare. E in mezzo a loro spunta Antonino La Gumina, quasi trent’anni, ex promessa che si rifiuta di andare in pensione. Due gol — uno da rapace, uno da esteta — e per qualche minuto sembra di assistere a un pomeriggio senza scosse.

    Illusione. Perché la Serie C non regala niente: ti accompagna fino alla porta e poi ti dà uno spintone giù per le scale. La Pro Patria rimonta, strappa un pareggio e consegna agli interisti il biglietto da visita più utile: questo è un campionato dove il talento non basta, serve cattiveria.

    La squadra di Vecchi è un laboratorio a cielo aperto, non un esperimento da archivio. Ci sono i veterani che reggono la baracca — Prestia con l’elmetto, Melgrati coi guanti, Fiordilino in mezzo — e attorno a loro una gioventù che si accende e si spegne, che inventa e subito dopo dimentica. Antonio David mette personalità, Stante piazza un paio di chiusure salvavita. Ma basta un quarto d’ora di sbandamento e i mattoni messi in fila nel primo tempo crollano senza resistenza.

    Il simbolo resta La Gumina: un quasi trentenne che segna due gol in una squadra creata per i ventenni. Giovani vecchi, vecchi giovani. Un paradosso nerazzurro che funziona per un tempo e poi implode alla prima scossa.

    Sugli spalti i dirigenti osservano e prendono appunti. Forse annotano che l’Inter ha bisogno di più ragazzi che saltino l’uomo, forse scrivono che senza malizia non si sopravvive. In ogni caso, la lezione è arrivata: meglio impararla subito che tardi.

    La seconda squadra serve a questo, a sbagliare senza che crolli il mondo, a soffrire prima di vincere, a crescere dentro partite che sembrano trappole più che trionfi. E allora la Pro Patria porta via un punto e lascia un avviso. L’Inter U23, per ora, ha solo intuito.

  • 5 colpi per dire che il tempo non esiste

    Più che una partita è stato un avviso di sfratto: 5-0 al Torino, e l’Inter ha già messo il cartello “abitato” sul campionato. Chi cercava esitazioni ha trovato Thuram in doppia copia, Lautaro indemoniato, Bastoni col vizio del gol e Bonny che si presenta come se San Siro fosse un oratorio di quartiere.

    La serata inizia con Bastoni che anticipa tutti su corner di Barella: il difensore che segna il primo gol stagionale è un manifesto. Poi Thuram si riprende il sorriso con due gol da centravanti completo: un diagonale lucido e un colpo di testa d’antologia. Lautaro, capitano e predicatore, ci mette la scivolata rabbiosa che vale il 3-0: é l’istantanea di un leader che lotta persino per una rimessa laterale. Bonny, cinque minuti dopo l’ingresso, chiude la manita: esordio, gol e una certezza in più.

    Il Toro? Preso in mezzo dal pressing alto, costretto a vivere senza rifornimenti. Il 4-3-3 granata sembrava una diga, ma al primo impatto è parso solo un ombrello sotto la grandine.

    Chivu non urla, spiega: “Calma, è solo la prima.” Ma intanto ha ridisegnato l’Inter: Sucic in regia al posto dello squalificato Calhanoglu, Barella traslocato senza mugugni, Diouf in campo da debuttante con la valigia ancora aperta. Meno palleggio sterile, più aggressioni alte; meno rotazioni da laboratorio, più sostanza.

    L’Inter di Chivu non ha protettori né parafulmini: ha cinque gol e un messaggio. All’Inter il tempo non esiste, e se qualcuno pensava di concedersi il lusso della gradualità, ha appena scoperto che i nerazzurri hanno scelto la via breve: partire forte da subito.

    Contestualmente, a Novara, i ragazzi dell’U23 inaugurano la loro avventura in Serie C con un 1-1 che assomiglia a un biglietto da visita. Topalovic firma il primo storico punto con una magia su punizione.

    Il giovane Topalovic incanta: conquista la punizione e la trasforma con una pennellata che lascia di sasso il portiere. Il Novara reagisce nella ripresa, aumenta i giri e colpisce con Da Graca da centro area. Melgrati tiene in piedi i nerazzurri con parate decisive nei momenti di tensione. La gara si spezzetta, diventa nervosa, ma l’Inter U23 non arretra: esordio con carattere, punto meritato.

    Vecchi, al termine, non si illude né si nasconde: “Buon punto di partenza. La squadra ha tenuto botta, non ha mai mollato. È solo l’inizio di un percorso.”

    Un pari non è una vittoria, ma è già una carezza al futuro. L’Inter U23 ha giocato da pari, senza complessi: Topalovic ha aperto un conto, Da Graca lo ha pareggiato. E Vecchi ha lasciato il campo con l’aria di chi sa che il tempo, per i giovani, non si teme: si conquista un punto alla volta.

  • Inter U23, buona… la prima

    Non è stato un debutto, è stato un battesimo: l’Inter U23 scende in campo e dichiara già visione. Davanti al Lumezzane, 16 agosto 2025, nella storia del club, i ragazzi di Vecchi hanno capito che ogni prima volta è una mini primavera da incorniciare.

    Sul prato del Tullio Saleri, l’Inter U23 di Stefano Vecchi — tecnico scelto per il “fare, non promettere” — ha aperto il sipario mettendo la prima pietra di una stagione che conta. In porta, Melgrati è stato il custode delle aspettative: al 17’, eccezionale sul mancino di Malotti; alla mezz’ora ancora decisivo su Iori. L’esordio non perdona distrazioni, e lui ha risposto col guanto caldo.

    Giocata e personalità: Zuberek lascia il segno con un diagonale che non trova lo specchio, ma spacca l’inerzia. Poi, al 41’, Malotti punisce un buco difensivo e porta il Lumezzane avanti — la regola del “gol sbagliato, gol subìto” in versione pratica.

    Ma il riscatto è immediato. Prima dell’intervallo, Cinquegrano serve Zuberek in corsa: il polacco, che dopo stagioni in prestito è tornato all’Inter per scrivere pagine nuove, firma il primo gol ufficiale della squadra U23. Una virgola storica nel racconto nerazzurro.

    La ripresa vive di nervi, falli e attese: la giocata la firma Kamate al 65’, un sinistro al volo che fulmina Bonardi e completa la rimonta. Il Lumezzane cerca una risposta, ma la difesa nerazzurra — costruita da Vecchi come una barricata — resiste. Primo turno archiviato, passaggio ottenuto.

    È buona la prima, non perché facile, ma perché fatta col carattere: l’Inter U23 inaugura la sua storia con una rimonta. Sabato 16 agosto segna l’inizio del suo cammino in Coppa Italia Serie C e prepara il debutto in campionato contro il Novara, lunedì 25 agosto. Non servono proclami: i debutti si scrivono con i piedi, non con i taccuini.

  • Il primo morso dei cuccioli

    Albino, 6 agosto 2025 – L’aria è di quelle che sanno ancora d’amichevole, ma la sostanza è già da categoria. L’Inter U23 torna a casa con il suo primo successo estivo, 1-2 all’Albinoleffe, e non è solo un punteggio a mettere in moto le sinapsi del progetto Vecchi: è il come. Perché la partita, vera e sporca come dev’essere quando affronti chi condividerà il tuo stesso girone in Serie C, racconta di una squadra che inizia a riconoscersi in se stessa. E questo, ad agosto, vale più di tre punti.

    Il primo graffio arriva da Kamate, che scappa sulla destra e mette in mezzo un pallone velenoso. La deviazione sfortunata di Potop firma l’autogol che sblocca la partita. È un’autorete, certo. Ma dentro c’è l’intenzione: verticalità, aggressione, coraggio.

    L’Albinoleffe pareggia a inizio ripresa con Agostinelli, che riceve in area e batte Raimondi. Il gol che ti aspetti in una partita vera, dove basta un’esitazione per finire in fondo alla propria rete. Lì, l’Inter barcolla un po’. Non tanto per fragilità, quanto per gioventù. Ma non crolla.

    Anzi, prende appunti. Vecchi cambia volto alla squadra. Dentro Zuberek, e tutto cambia. All’86’ è lui a prendere la scena: si invola, viene steso in area – rigore netto. E dal dischetto, nonostante l’intuizione del portiere, la palla si insacca: 1-2. Gol, firma, stretta di mano col destino.

    Il successo ha il peso specifico dell’umiltà. Perché questa non è la Prima Squadra, dove puoi permetterti di gestire. Qui ogni pallone va guadagnato, ogni rotazione conta, ogni duello è una lezione. Spinaccè, Zarate, Berenbruch, Agbonifo – tutti ragazzi che stanno imparando la Serie C centimetro dopo centimetro. Fontanarosa e Kamate rispondono presenti. È un’orchestra che ancora prova, ma almeno le note non sono stonate.

    Dall’altra parte, l’Albinoleffe di Lopez non ha fatto sconti. Ha lottato, ha pareggiato, ha provato a colpire ancora. Buoni segnali da una squadra che sarà avversaria vera nel girone A. Intanto, oggi, è stata una partita che non si può archiviare come semplice test. Perché nell’ultima mezz’ora si è giocato sul serio.

    Stefano Vecchi, pragmatico e lucido, sa bene che non è tempo di entusiasmi. Ma dentro al suo taccuino oggi ci sono due certezze: la squadra comincia a respirare come un corpo solo, e Zuberek ha i numeri giusti per prendersi la scena. In silenzio, com’è giusto che sia.

    L’Inter U23 vince, soffre, si sporca. Comincia a somigliare a quello che vuole essere. Ed è già qualcosa.

  • Inter vs Inter U23: un racconto di famiglia con futuro dentro

    Appiano Gentile, 3 agosto 2025 – Sette gol, due stili, un solo messaggio: l’Inter è tornata. Non tanto nei numeri, larghi e fragorosi quanto basta per titillare i nostalgici delle goleade estive, ma nella postura con cui ha affrontato se stessa. O meglio, la sua versione giovane, rampante e per nulla intimidita, quella Under 23 allenata da Stefano Vecchi che tra un pressing intelligente e due reti oneste ha dimostrato che il vivaio nerazzurro respira ossigeno vero.

    Ma la scena – com’è giusto che sia a inizio agosto – se la prendono gli uomini di Cristian Chivu, che inaugura il suo primo atto da allenatore della “prima” con un 7-2 tanto largo quanto pieno di spunti da archivio, se non da agenda. L’agenda, per esempio, di Piero Ausilio e Beppe Marotta, appostati a bordo campo. Il primo prende appunti, il secondo digita messaggi. Chissà, magari proprio a Percassi, nome che rimbalza ogni volta che si nomina Lookman. Ma se il nigeriano per ora è un’ombra di mercato, Bonny è già carne e corsa.

    Il francese ha dato il primo segnale del giorno con una zampata rapace, dopo l’assist verticale del solito Lautaro. Ma più che il gol, a colpire è stata la sua presenza: movimenti ampi, spallate intelligenti, un rigore procurato con una progressione mancinissima sulla fascia sinistra. Promosso senza nota, promosso per distacco. In attesa del lookmanismo, c’è già un Bonny-style.

    Lautaro ha giocato la parte dell’attore consumato: un assist, un rigore provocato, e un pallonetto d’autore per il momentaneo 4-2. Ha alternato la maschera del 10 rifinitore a quella del 9, con una leggerezza che somiglia alla leadership. Accanto a lui, nel primo tempo, il sistema “inzaghiano” ha retto bene, con Sucic a dettare tempi da mezzala e Asslani a convertire in rigore il break di Bonny. Poi Chivu ha cambiato spartito, passando al 3-4-2-1 con due trequartisti e una punta: test tattico interessante, ancora da rodare, ma già ricco di prospettive.

    Il quinto gol è opera di Pio Esposito, che fa quello che i nove devono fare: capitalizzare una palla sporca con un tocco secco, d’istinto, da dentro l’area. Il sesto lo firma Luis Henrique, con un destro da fuori che non è solo un gol, ma un manifesto. Palla sotto l’incrocio, stadio in piedi. Il settimo è un classico Calhanoglu: destro rasoterra da fuori, chirurgico, definitivo.

    Ma chi pensa a un monologo, sbaglia. L’Under 23 ha fatto la sua parte, e non solo in controluce. Spinaccè ha sorpreso tutti sbloccando il match, Mosconi ha siglato il momentaneo 2-2 sfruttando un errore di Dumfries – sponda involontaria di testa, errore da matita rossa. Ma quel che conta è l’identità mostrata: Berenbruch, Cocchi, Agbonifo, lo stesso Mosconi, ragazzi che giocano con la testa alta e le idee dritte. Il 16 agosto cominceranno la loro stagione vera contro il Lumezzane, in Coppa Italia Serie C. Ma un pezzo di essa è già cominciato oggi.

    La difesa della prima squadra, invece, è ancora nella fase embrionale. Thuram è sembrato spento, De Vrij e Acerbi non impeccabili. Ma è agosto, ed è giusto così. L’importante è il tono generale: verticalità, pressione, linea alta. Chivu chiede esattamente ciò che predicava, e i giocatori lo seguono.

    Sette gol, sette segnali. Il calcio d’estate vale ciò che vale: nulla, se si guarda solo il punteggio. Tutto, se si legge tra le righe. E oggi le righe nerazzurre raccontano di una squadra già viva, già affamata, e con qualche certezza in più rispetto al previsto.

    Sotto il sole di Appiano, non è (solo) sudore. È una prima bozza di futuro.

  • Nella patria dei bilanci col cerchio, debutta l’unico progetto con la testa: Inter U23

    Dopo la juve next gen, il milan futuro (retrocesso in serie D) e l’Atalanta U23, da quest’anno ci sono anche i nostri ragazzi.

    In un calcio dove ogni passo in avanti sembra un retro-passaggio al portiere del ‘94, l’Inter fa qualcosa di spudoratamente sensato: fonda una seconda squadra per far giocare i giovani. Già questo, in Italia, è un atto rivoluzionario. Se poi questi giovani pareggiano in rimonta al debutto, con spirito, ardore e una certa impudenza tattica, allora possiamo pure dire che la storia è cominciata col piede giusto. E senza infradito.

    Il 27 luglio 2025 resterà inciso nella memoria nerazzurra non per il risultato – un 2-2 che fa curriculum più che statistica – ma per l’atto inaugurale di un’idea concreta, moderna e (mi perdonerete l’eresia) europea. Il calcio italiano, abituato a mettere la tuta a pensionati in cerca di ultime panchine, guarda con sospetto chi investe sui ventenni. L’Inter, invece, osa. Crea. E costruisce un ponte tra la Primavera e San Siro, passando per la trincea vera della Serie C.

    E allora eccoli, questi ragazzi vestiti di nerazzurro ma col cuore sgualcito dalla prima maglia vera. Prendono gol? Sì. Reagiscono? Soprattutto. Pareggiano nel recupero con un colpo di testa da calcio d’angolo che sa di giovinezza e di fame. E lo fanno contro un Trento tosto, in uno stadio vero, con la pressione di chi non può permettersi il lusso di sbagliare perché ogni errore pesa doppio, quando sei il primo della tua specie.

    Chi pensava a un Inter U23 come una passerella per figli di papà si ricreda. Qui si fatica. Si suda. Si incassano legnate vere, non like su Instagram. E c’è un certo Stefano Vecchi, uomo d’ordine e di sostanza, a fare da lievito madre. Uno che la categoria la conosce come le curve della tangenziale Est. Uno che se deve alzare la voce, la alza in dialetto e senza filtro.

    L’importanza di questa partita non sta solo nei gol. Sta nel messaggio: l’Inter non aspetta i talenti. Li fabbrica. Li tempra. Li manda in campo in uno dei tornei più duri, senza Photoshop. Perché crescere in Serie C è come imparare a nuotare buttati nel Naviglio: se galleggi qui, puoi andare ovunque.

    E infine un pensiero, che se fossimo in un processo lo definirebbero “circostanziale ma significativo”: mentre altrove si parla ancora di multiproprietà, debiti a rotazione e bilanci creativi come un corso di acquarello, l’Inter presenta un progetto solido, sostenibile, e persino romantico. Roba da far girare la testa ai contabili della FIGC e agli esperti di fanta-finanza.

    Il 2-2 di Trento è un pareggio? Sì. Ma è anche una dichiarazione d’intenti. E se l’U23 è il futuro, allora possiamo dormire sereni.
    Sempre che ci lascino sognare.