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  • Ajax-Inter 0-2

    Finalmente ci mettiamo la testa!

    C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’aver riscoperto l’Inter più vera all’ombra dei mulini e dei tulipani, tra i canali di Amsterdam. Alla Johan Cruijff Arena, Chivu ha tracciato una linea netta, di personalità, di concretezza, e – sorprendentemente – anche di bellezza calcistica.

    Dopo due scivoloni pesanti in Serie A, l’Inter era arrivata con gli occhi di chi cerca disperatamente un reset. Serviva una terapia d’urto, qualcosa che ricucisse fiducia e atmosfera. Amsterdam, con la sua storia europea e la tensione della Champions, è stata la cornice perfetta. Ma più del contesto è servita la sostanza: un gruppo raccolto, consapevole dei propri limiti e capace di trasformarli in spinta.

    E poi c’è stato Thuram. In quel sorriso, rabbioso e liberatorio, si legge un calcio meno pettinato e più vero. Nessun bisogno di invenzioni da laboratorio: bastano istinto, tempismo e la certezza che l’occasione, se capita, va convertita in condanna. Due corner di Calhanoglu, due stoccate da centravanti d’area. Thuram è il promemoria che la semplicità, se fatta bene, sa essere spietata.

    Tra le grandi seconde linee è spuntato il più giovane: Pio Esposito, al debutto da titolare in Champions, ha messo freschezza e furore. Non ha tremato, non ha abbassato lo sguardo. Si è preso la scena senza chiedere permesso, regalando a Chivu un’arma nuova e al pubblico un futuro da annotare.

    La parata di Sommer su Godts è stata il manifesto: riflesso, freddezza, mestiere. Non un gesto isolato ma l’immagine di una difesa ordinata, compatta, finalmente affidabile. Non si è cercato lo spettacolo, ma lo si è tirato fuori al momento giusto, senza disperdere energie in orpelli.

    Chivu ha parlato con le scelte: non serve rivoluzionare, serve fidarsi. Il modulo è lo stesso, i pilastri anche. A cambiare è la testa, la fame, l’atteggiamento. In Europa non vince chi si agita di più, vince chi ripete con lucidità i gesti che diventano muscoli.

    Così, lontano da San Siro e dai riflettori domestici, l’Inter ha ritrovato se stessa. È stato un ritorno di forza, un ritorno di testa, prima ancora che di gambe. Un colpo di Thuram, un applauso a Esposito, una parata di Sommer: tasselli di una serata che rimette ordine alle ambizioni.

    Senza sbroccare di entusiasmo, possiamo dirlo: almeno per una notte, l’Inter ha ricominciato a sentirsi grande.

  • La juve sparecchia, l’Inter paga il conto

    La juventus batte l’Inter 4-3 e qualcuno parla di “spettacolo”. Noi preferiamo la parola “farsa”: sette reti in novanta minuti, applausi a scena aperta, e l’Inter che esce con il vestito elegante macchiato di sugo. Un’altra volta.

    Cristian Chivu ha fatto la parte dell’uomo educato che a fine cena ammette: “abbiamo fatto la prestazione, ma negli ultimi dieci minuti è mancata lucidità”. Tradotto: gli altri hanno sparecchiato, noi abbiamo pagato il conto. È il riassunto perfetto di una squadra che produce, costruisce, ma al momento di sporcare la partita si ritrae come se il fango fosse veleno.

    Contro l’Udinese ne hai presi due, contro la juve tre più uno all’ultimo respiro. Sei in due partite. Non è un dettaglio: è una diagnosi. L’Inter si è convinta che la sua forza estetica basti, che il gioco pulito copra le smagliature dietro. Ma il calcio non è una sfilata: è un mestiere sporco.

    La juventus lo sa: si traveste da “provinciale di lusso”, alterna il gesto tecnico alla gomitata di mestiere, e alla fine vince. L’Inter invece continua a chiedere alla Serie A di applaudire le sue intenzioni. Peccato che il campionato non dia voti di comportamento, ma punti in classifica.

    Nel mezzo di tutto questo, la società rincorre “Ademola Lookman”. Attaccante rapido, verticale, dribbling nel sangue. Ottimo per accendere la luce quando la partita diventa un vicolo cieco. Ma la domanda resta: a che serve aggiungere lampadine se il tetto continua a perdere?

    Il senso, dicono, è questo: se porti Lookman davanti, costringi le difese avversarie a retrocedere, e di riflesso proteggi la tua. È un ragionamento logico, quasi da manuale di economia calcistica. Ma ha un limite: nessun contropiede ti salva se al minuto 91 non sai fare il fallo tattico o buttare la palla in tribuna senza sentirti in colpa.

    L’Inter oggi è un paradosso ambulante: produce abbastanza da vincere, concede abbastanza da perdere. Chivu lo sa, lo dice, lo ripete. Ma in campo resta l’impressione che questa squadra abbia paura di sembrare cinica, come se la concretezza fosse una brutta malattia.

    E allora la juve vince con la tranquillità di chi non ha paura del giudizio estetico. Provinciale di lusso, sì, ma vincente. L’Inter rimane sospesa: raffinata, bella, ma con l’ansia di sporcarsi i pantaloni.

    L’Inter non ha bisogno solo di Lookman. Ha bisogno di un corso accelerato in malizia, furbizia, sopravvivenza. Chiamatelo cinismo, chiamatelo mestiere, chiamatelo come volete: è il linguaggio che in Serie A vale più del fraseggio.

    Perché i campionati li vincono quelli che si sporcano le mani. E l’Inter, finché resterà convinta di poter vincere con i guanti bianchi, continuerà a uscire dagli stadi con i vestiti in ordine e il portafogli vuoto.

  • Le vecchie abitudini non muoiono mai

    Domenica 31 agosto 2025 – Dopo l’uragano col Torino, arriva la bonaccia contro l’Udinese. Non basta l’inizio illusorio col gol di Dumfries, non bastano quattro punte in campo nel finale, non basta neppure San Siro: finisce 1-2, con Atta e Davis a prendersi i titoli e a lasciare Chivu alla prima sconfitta in A da allenatore nerazzurro che arriva in casa, davanti a 70 mila volti increduli.

    La trama è antica: un gol costruito con grazia (Lautaro di tacco, Thuram che apre, Dimarco che restituisce, Dumfries che spinge dentro), poi l’illusione di avere già in mano la partita. L’Inter però si perde in ciò che la tormenta da 4-5 anni: non c’è chi salta l’uomo, non c’è un colpo verticale che spezzi il blocco. Zalewski era l’unico, ed è stato ceduto. Contro una squadra fisica e compatta come l’Udinese, buttare palloni alti è un esercizio di vanità.

    Dumfries in dieci minuti costruisce e distrugge: segna l’1-0, poi allarga il braccio e regala il rigore che Davis trasforma. Poco dopo, Atta — cresciuto a Rennes tra musei e case a graticcio — dipinge un destro da galleria: Bisseck lo guarda, lui lo fulmina.

    Il resto è un déjà-vu. Tanti cross, poche idee. Il 2-2 lo trova Dimarco ma Thuram è un’unghia avanti. Pio Esposito debutta tra gli applausi, sfiora il colpo di testa, non la gloria. Bonny entra per un 4-2-4 della disperazione: solo brividi.

    Chivu non si nasconde: «Dura cambiare abitudini radicate da anni. È diventata una partita da ‘vediamo cosa succede’ con quattro punte. Ci vogliono motivazioni più forti». Ha ragione: non è questione di mercato, ma di testa. Leziosità, frenesia, vecchi fantasmi. Questa squadra con Inzaghi ha toccato picchi altissimi di gioco, ma oggi inciampa sulle stesse crepe. Non cerca alibi: né il mercato bloccato, né l’arbitro, né i centimetri della difesa friulana. Il problema è nella testa: frenesia, leziosità, specchiarsi troppo e verticalizzare poco.

    L’Udinese invece sa chi è: squadra corta, compatta, cattiva. Solet chiude tutto, Atta giganteggia come se San Siro fosse la sua Scala privata. Runjaic sorride, Chivu mastica amaro.

    L’Inter resta un cantiere che non può permettersi di restare aperto troppo a lungo. Ha preso cinque under 23, nessun titolare. Tutti gli altri hanno un anno in più, un passo più lento, un vizio in più. È stata l’ultima a partire in ritiro, e ora lo paga.

    La classifica dice che Napoli, Juve, Roma e persino la Cremonese scappano. Il calendario dice che c’è lo Stadium. Il cuore dice che l’Inter non è guarita.

    Non è un ritorno al passato, è la prova che il presente non perdona. Il 5-0 era stato un manifesto, questo 1-2 è un memorandum: per restare in alto non basta cambiare modulo, serve cambiare mentalità. E a San Siro il tempo, come sempre, non esiste.

  • 5 colpi per dire che il tempo non esiste

    Più che una partita è stato un avviso di sfratto: 5-0 al Torino, e l’Inter ha già messo il cartello “abitato” sul campionato. Chi cercava esitazioni ha trovato Thuram in doppia copia, Lautaro indemoniato, Bastoni col vizio del gol e Bonny che si presenta come se San Siro fosse un oratorio di quartiere.

    La serata inizia con Bastoni che anticipa tutti su corner di Barella: il difensore che segna il primo gol stagionale è un manifesto. Poi Thuram si riprende il sorriso con due gol da centravanti completo: un diagonale lucido e un colpo di testa d’antologia. Lautaro, capitano e predicatore, ci mette la scivolata rabbiosa che vale il 3-0: é l’istantanea di un leader che lotta persino per una rimessa laterale. Bonny, cinque minuti dopo l’ingresso, chiude la manita: esordio, gol e una certezza in più.

    Il Toro? Preso in mezzo dal pressing alto, costretto a vivere senza rifornimenti. Il 4-3-3 granata sembrava una diga, ma al primo impatto è parso solo un ombrello sotto la grandine.

    Chivu non urla, spiega: “Calma, è solo la prima.” Ma intanto ha ridisegnato l’Inter: Sucic in regia al posto dello squalificato Calhanoglu, Barella traslocato senza mugugni, Diouf in campo da debuttante con la valigia ancora aperta. Meno palleggio sterile, più aggressioni alte; meno rotazioni da laboratorio, più sostanza.

    L’Inter di Chivu non ha protettori né parafulmini: ha cinque gol e un messaggio. All’Inter il tempo non esiste, e se qualcuno pensava di concedersi il lusso della gradualità, ha appena scoperto che i nerazzurri hanno scelto la via breve: partire forte da subito.

    Contestualmente, a Novara, i ragazzi dell’U23 inaugurano la loro avventura in Serie C con un 1-1 che assomiglia a un biglietto da visita. Topalovic firma il primo storico punto con una magia su punizione.

    Il giovane Topalovic incanta: conquista la punizione e la trasforma con una pennellata che lascia di sasso il portiere. Il Novara reagisce nella ripresa, aumenta i giri e colpisce con Da Graca da centro area. Melgrati tiene in piedi i nerazzurri con parate decisive nei momenti di tensione. La gara si spezzetta, diventa nervosa, ma l’Inter U23 non arretra: esordio con carattere, punto meritato.

    Vecchi, al termine, non si illude né si nasconde: “Buon punto di partenza. La squadra ha tenuto botta, non ha mai mollato. È solo l’inizio di un percorso.”

    Un pari non è una vittoria, ma è già una carezza al futuro. L’Inter U23 ha giocato da pari, senza complessi: Topalovic ha aperto un conto, Da Graca lo ha pareggiato. E Vecchi ha lasciato il campo con l’aria di chi sa che il tempo, per i giovani, non si teme: si conquista un punto alla volta.

  • Inter-Olympiacos 2-0

    Ieri sera Bari ci ha restituito una verità semplice: l’Inter non cerca alibi, li elenca solo per cancellarli. Dimarco segna con la puntualità di chi sa dove finisce il campo e comincia il culto; Thuram, invece, ricorda a tutti che la porta non è un’opinione. L’Olympiacos protesta per mestiere: legittimo, come gli occhiali scuri di notte—servono più a farsi notare che a vedere.

    Sul mercato, qualcuno confonde le trattative con un reality. Lookman serve velocità, cioè quel bene raro che non si insegna: o ce l’hai, o rincorri chi ce l’ha. Kone è il contrario della didascalia: mezzala che non spiega, fa. E se domani arriveranno, sarà per aggiungere verbi, non aggettivi.

    In società, Marotta azionista è la notizia meno glamour e più decisiva: c’è chi entra per apparire e chi firma perché sa leggere un bilancio senza labiale. La differenza la vedi quando piove—gli uni aprono l’ombrello, gli altri hanno già costruito il portico.

    Il 3‑5‑2 resta l’abito su misura: non grida “moda”, sussurra “funziona”. Sucic regista d’emergenza dimostra che la regia è innanzitutto una buona educazione al pallone; Barella, quando arretra, sembra un cameriere d’alta scuola: si vede poco, ma se sbaglia te ne accorgi subito.

    Il resto è un’Italia Nerazzurra che non chiede promesse, pretende esecuzioni. Lunedì c’è il Torino: meno trombe, più spartito. Perché i campionati non si vincono con gli slogan—si vincono come il buon tailleur: cucendo stretto, rifinendo bene, e lasciando agli altri la passerella.

  • Monza-Inter 2-2 (5-7 dcr)

    Ci sono amichevoli che passano come acqua di fonte e altre che restano lì, a farti il solletico alla coscienza. Monza–Inter del 12 agosto 2025, finita 2-2 e poi vinta dai nerazzurri ai rigori, è di quelle che lasciano un retrogusto persistente. Non tanto per il punteggio, quanto per quello che ha svelato – e che, da buon interista pragmatico, non posso far finta di non aver visto.

    Il primo sorso è amaro: al 26’ Ciurria, brianzolo acquisito e cuore biancorosso, sfrutta una dormita difensiva di Dimarco e infila un Caprari ispirato in versione assist-man. E qui la retroguardia nerazzurra ci ricorda, con la cortesia di un avviso di sfratto, che i vecchi fantasmi non traslocano mai da soli.

    Il secondo, doppio, è più dolce: prima dell’intervallo arriva l’autogol di Birindelli, provocato da un cross di Dimarco – la legge del contrappasso, verrebbe da dire – e poi, a inizio ripresa, il colpo di tacco di Pio Esposito. Un gesto tecnico tanto bello quanto rabbioso, completato da una corsa a pugno stretto sotto il settore interista. Qui c’è il futuro: spalle larghe, falli conquistati, sponde da centravanti vero. Chivu lo conosce dall’Under 14 e sa che può farlo diventare il suo ariete.

    Il terzo è quello della beffa: quando l’Inter pensa già al rinfresco post-partita, Azzi s’infila come un ospite non invitato e sigla il 2-2 all’89’. Pavard resta a guardare, come se qualcuno avesse tolto la batteria dall’orologio.

    Tutti a segno i rigori di Lautaro, Bastoni, Barella, Acerbi e Thuram. Sardo, invece, trova sulla sua strada Josep Martínez, che para e chiude la pratica.

    Il 3-5-2 di partenza si trasforma spesso in un 3-1-2-4, con Dimarco e Luis Henrique alti come ali d’altri tempi. L’idea è intrigante, ma dietro ogni mossa audace si nasconde il rischio di lasciare la porta socchiusa. Bene Sucic, sempre più a suo agio da mezzala; bene Bonny, anche se sottoporta deve ritrovare la mira; male Dimarco, che sbaglia sul vantaggio monzese e regala palloni pericolosi.

    Dopo la vittoria a Montecarlo col Monaco, Chivu scopre che la strada è ancora lunga: difesa da registrare, intese da rifinire, giovani da far crescere. Ma se il buongiorno si vede dal tacco, il bambino Pio potrebbe diventare il sole di questa Inter.

  • Monaco-Inter 1-2 al Louis II

    Gol dopo due minuti, un rosso contestato, un’ora in inferiorità: i nerazzurri rispondono col carattere. Lautaro riapre, Bonny inventa, il Monaco si arrende.

    Il copione iniziale è stato una doccia gelata: Akliouche, 2′ sul cronometro, taglia la difesa con una corsa e un tiro che Sommer può solo sfiorare. Il Monaco, squadra in condizione avanzata e all’ottava amichevole, annusa l’occasione di una passerella. Poi, la crepa: al 35′ Vernice, arbitro francese in vena di protagonismo, giudica da secondo giallo un intervento di Çalhanoğlu su Vanderson. È rosso. È discussione. È un ribaltamento tattico immediato. Persino Hütter, tecnico del Monaco, scuote la testa: avrebbe voluto un test vero, 11 contro 11.

    Il rosso non piega Chivu, anzi lo costringe a stringere il disegno. Il 3-5-2 resta bussola, ma ora serve verticalità rapida, copertura feroce e lettura chirurgica delle ripartenze. Il Monaco cerca di sfruttare la superiorità, ma Sommer blocca e Acerbi tiene botta. Barella, pur affaticato, apre corridoi e Thuram sfiora il pari con un destro largo di un soffio.

    Il vento cambia nella ripresa. Al 60′ Lautaro Martínez riceve in area, difende il pallone, resiste alla spinta e piazza il diagonale del pareggio. È un gesto di mestiere, ma anche di leadership pura: con un uomo in meno, il capitano sceglie il momento per ridare ossigeno alla squadra.

    L’80′ è il minuto in cui il Principato cambia faccia. Bonny, entrato fresco ma affilato, strappa palla in pressione alta, dribbla con due finte che sanno di strada e di accademia, e chiude con un destro preciso. È la sua serata, il suo annuncio: l’Inter ha trovato un’arma nuova.

    Gli ultimi minuti sono sofferenza e mestiere. Dumfries e Carlos Augusto chiudono i varchi, De Vrij legge ogni pallone alto, Pio Esposito difende la palla come un veterano. Il Monaco, pur più fresco, sbatte contro un muro e si arrende.

  • Inter vs Inter U23: un racconto di famiglia con futuro dentro

    Appiano Gentile, 3 agosto 2025 – Sette gol, due stili, un solo messaggio: l’Inter è tornata. Non tanto nei numeri, larghi e fragorosi quanto basta per titillare i nostalgici delle goleade estive, ma nella postura con cui ha affrontato se stessa. O meglio, la sua versione giovane, rampante e per nulla intimidita, quella Under 23 allenata da Stefano Vecchi che tra un pressing intelligente e due reti oneste ha dimostrato che il vivaio nerazzurro respira ossigeno vero.

    Ma la scena – com’è giusto che sia a inizio agosto – se la prendono gli uomini di Cristian Chivu, che inaugura il suo primo atto da allenatore della “prima” con un 7-2 tanto largo quanto pieno di spunti da archivio, se non da agenda. L’agenda, per esempio, di Piero Ausilio e Beppe Marotta, appostati a bordo campo. Il primo prende appunti, il secondo digita messaggi. Chissà, magari proprio a Percassi, nome che rimbalza ogni volta che si nomina Lookman. Ma se il nigeriano per ora è un’ombra di mercato, Bonny è già carne e corsa.

    Il francese ha dato il primo segnale del giorno con una zampata rapace, dopo l’assist verticale del solito Lautaro. Ma più che il gol, a colpire è stata la sua presenza: movimenti ampi, spallate intelligenti, un rigore procurato con una progressione mancinissima sulla fascia sinistra. Promosso senza nota, promosso per distacco. In attesa del lookmanismo, c’è già un Bonny-style.

    Lautaro ha giocato la parte dell’attore consumato: un assist, un rigore provocato, e un pallonetto d’autore per il momentaneo 4-2. Ha alternato la maschera del 10 rifinitore a quella del 9, con una leggerezza che somiglia alla leadership. Accanto a lui, nel primo tempo, il sistema “inzaghiano” ha retto bene, con Sucic a dettare tempi da mezzala e Asslani a convertire in rigore il break di Bonny. Poi Chivu ha cambiato spartito, passando al 3-4-2-1 con due trequartisti e una punta: test tattico interessante, ancora da rodare, ma già ricco di prospettive.

    Il quinto gol è opera di Pio Esposito, che fa quello che i nove devono fare: capitalizzare una palla sporca con un tocco secco, d’istinto, da dentro l’area. Il sesto lo firma Luis Henrique, con un destro da fuori che non è solo un gol, ma un manifesto. Palla sotto l’incrocio, stadio in piedi. Il settimo è un classico Calhanoglu: destro rasoterra da fuori, chirurgico, definitivo.

    Ma chi pensa a un monologo, sbaglia. L’Under 23 ha fatto la sua parte, e non solo in controluce. Spinaccè ha sorpreso tutti sbloccando il match, Mosconi ha siglato il momentaneo 2-2 sfruttando un errore di Dumfries – sponda involontaria di testa, errore da matita rossa. Ma quel che conta è l’identità mostrata: Berenbruch, Cocchi, Agbonifo, lo stesso Mosconi, ragazzi che giocano con la testa alta e le idee dritte. Il 16 agosto cominceranno la loro stagione vera contro il Lumezzane, in Coppa Italia Serie C. Ma un pezzo di essa è già cominciato oggi.

    La difesa della prima squadra, invece, è ancora nella fase embrionale. Thuram è sembrato spento, De Vrij e Acerbi non impeccabili. Ma è agosto, ed è giusto così. L’importante è il tono generale: verticalità, pressione, linea alta. Chivu chiede esattamente ciò che predicava, e i giocatori lo seguono.

    Sette gol, sette segnali. Il calcio d’estate vale ciò che vale: nulla, se si guarda solo il punteggio. Tutto, se si legge tra le righe. E oggi le righe nerazzurre raccontano di una squadra già viva, già affamata, e con qualche certezza in più rispetto al previsto.

    Sotto il sole di Appiano, non è (solo) sudore. È una prima bozza di futuro.

  • La verità su Chivu: più che proteggerlo, bisognerebbe spiegarglielo

    Ci sono cose che nella vita vanno protette. Il buon gusto. Le farfalle. I bambini davanti alla VAR. Poi c’è Cristian Chivu, e la questione si complica. A chi sostiene che Chivu va protetto. Perché è giovane, è cresciuto in casa e rappresenta il futuro. Rispondo: perfetto.

    Anche l’ornitorinco è giovane, cresciuto in casa e rappresenta il futuro dell’evoluzione sbagliata. Non per questo lo metti titolare in Champions.

    Non fraintendiamoci. Chivu è un uomo intelligente. Uno che ha preso testate in faccia al Bernabéu ed è tornato a insegnare calcio in primavera. Solo che tra l’allenare la Primavera e guidare l’Inter c’è di mezzo qualcosa che si chiama: pressione, veleno, aspettative, e gente che ti vuole bene solo quando vinci. E a volte nemmeno allora.

    La teoria del parafulmine rovesciato

    Proteggere Chivu oggi non significa mettergli una coperta addosso. Significa dirgli la verità: stai entrando in una centrifuga emotiva dove il tuo passato non ti salverà e il tuo presente può durare quanto una story su Instagram.

    Perché l’Inter non è una squadra. È una liturgia laica con milioni di fedeli, un algoritmo di speranza e angoscia, e tu sei lì al centro. A giocare con la tattica come se fossi ancora in Primavera. Ma qui i bambini piangono solo quando perdono. Gli adulti, invece, certe volte piangono anche quando vincono.

    Chivu, il tecnico d’incubazione

    Il vero rischio non è che Chivu sbagli. È che venga promosso non per meriti, ma perché non ci sono alternative più comode. È educato? Sì. Conosce l’ambiente? Sì. Costa poco? Eccoci.

    Perché è questo il punto, no? Non che Chivu sia inadatto, ma che sia troppo adatto a un sistema che non ha il coraggio di scegliere un leader, quindi sceglie un volto familiare. È la logica dell’hotel a tre stelle: non ci vai per il lusso, ma perché almeno lì sai dov’è il bagno.

    Proteggerlo da cosa?

    Dal giudizio? Impossibile. Dalle aspettative? Buona fortuna. Dalla stampa? Ma se siete voi a scatenarla.

    Cristian Chivu non ha bisogno di protezione. Ha bisogno di una strategia, una squadra definita, e qualcuno che gli dica in faccia che se perde tre partite di fila, non sarà la nostalgia dei suoi tackle in coppa a salvargli la panchina.

    Chi invoca la “protezione di Chivu” in realtà sta solo cercando una scappatoia emotiva da un’eventuale catastrofe tecnica. Perché se fallisce lui, allora tocca guardarsi allo specchio e dire: “Abbiamo sbagliato di nuovo, ma questa volta con gentilezza.”

    Ecco, io propongo l’opposto: trattatelo da adulto. Parlate di calcio, non di affetto. E lasciate che sia il campo a proteggerlo. O a crocifiggerlo, come succede a chi entra in questa casa bellissima e tossica che si chiama Inter.

  • 50 milioni per Lookman. Ma anche no…

    Non me ne vogliano gli estimatori del calcio moderno – quello fatto di highlights, grafiche 3D e aste tra fondi di investimento – ma sentire che si vorrebbero spendere 50 milioni per acquistare Ademola Lookman mi provoca un leggero prurito contabile, seguito da un discreto mal di pancia nerazzurro.

    Sia chiaro: Lookman è un ottimo giocatore. Bravo, veloce, funambolico, elegante come una giacchetta doppiopetto alla Scala, e a volte pure letale. Ma da qui a diventare un acquisto da mezza manovra finanziaria, ce ne passa. La tripletta in finale di Europa League non è un curriculum, è un picco. I picchi, come sa chi frequenta la montagna e non solo la Borsa, sono bellissimi, ma pericolosi: da lì si può solo scendere.

    Spendere 50 milioni per un attaccante, in una squadra che ha già Lautaro, Thuram, Taremi, Bonny e l’astro nascente Pio Esposito, è come ordinare il caviale su un risotto già condito: un lusso che confonde il gusto e rovina la digestione.

    E mentre ci si svena per aggiungere pepe a un reparto già piccante, a centrocampo si arranca, con Barella che gioca ogni partita come se dovesse coprire tre maglie, e in difesa si balla, con un Acerbi stanco e un De Vrij che guarda più la panchina che l’avversario.

    Insomma, prima di comprare un Lookman, guardiamoci in faccia (e in bilancio): servono muscoli freschi a metà campo, un vice-Barella vero, non uno di passaggio; serve una falcata giovane in fascia sinistra, per non dover riesumare ogni anno Darmian come fosse Highlander; serve un centrale difensivo di domani, che inizi a respirare l’aria di Bastoni e Pavard.

    L’Inter, quella vera, è una società che ha vinto con idee e rigore, non con lo shopping compulsivo. Marotta non è uno che compra per vanità: lui sa riconoscere un affare da un capriccio. E questo, al momento, puzza di capriccio mediatico da fine luglio. Spendere 50 milioni per Lookman è come ordinare uno champagne da 800 euro e poi scoprire che sei astemio. Meglio un buon “novello” tattico, se è quello che ti serve per restare in piedi fino a maggio.