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  • L’Inter e la rivoluzione che non c’è (e forse va bene così)

    Visto da fuori, questo luglio nerazzurro somiglia a quei silenzi che precedono i temporali. Ma non i temporali veri, quelli coi lampi e i tuoni. No: quelli che si annunciano e poi non arrivano. Perché all’Inter, quest’estate, il temporale non è scoppiato. Nonostante tutto. Nonostante Monaco, Fluminense, Pedro al 90esimo e qualche scaramuccia social degna più di un reality che di uno spogliatoio da scudetto.

    Eppure — e qui va riconosciuto un certo coraggio — non si è cambiato nulla. O quasi. Via Inzaghi, dentro Chivu. Un po’ come togliere il maggiordomo e mettere il nipote del portiere. Ma va bene così, dicono.

    L’Inter non ha rivoluzionato la rosa. Ha scelto di restare fedele a se stessa. Qualcuno lo chiama “progetto di continuità”, altri lo chiamerebbero testardaggine. Io, da buon interista, mi limito a dire che bisogna avere una certa dose di incoscienza per pensare che gli stessi uomini, dopo esser caduti rovinosamente, possano rialzarsi con lo stesso vestito e fare finta di nulla.

    Perché la facciata è la stessa: Sommer, Calhanoglu, Barella, Lautaro. Anche i fantasmi sono gli stessi. Pedro, Monaco, il rigore, la stanchezza, l’infermeria piena come la Milano Centrale a Ferragosto. Però c’è fiducia. Che non guasta mai, eh. Ma sarebbe meglio accompagnarla con qualche certezza in più.

    Che poi, a dirla tutta, pare che il momento più importante dell’estate interista si sia consumato… su WhatsApp. Perché se oggi Lautaro e Thuram tornano a sorridersi, non è per una mediazione aziendale, un summit a porte chiuse o un abbraccio epico sotto la pioggia. No, è per un commento su Instagram. “Attento, che non sai nuotare”. E così la ThuLa è rinata.

    Mi verrebbe da dire che ai miei tempi i dissapori si risolvevano negli spogliatoi, tra uomini, magari con una pacca sulla spalla o uno sguardo feroce. Ma tant’è: oggi si fa la pace con un cuoricino sotto le foto. L’importante è che si faccia. Anche se viene il sospetto che a nuotare in acque agitate, quest’anno, non sarà solo Lautaro.

    L’unica vera novità, quella vera, si chiama Cristian Chivu. Uomo elegante, interista vero, e perfetto per il ruolo. Ma anche, diciamolo, esordiente in un circo come la Serie A. Avrà tra le mani uno spogliatoio più vissuto di un bar alle tre del mattino, con personalità forti, qualche nervo scoperto e lo spettro dell’anno scorso sempre pronto a rifarsi vivo. A lui il compito di riportare fame, gioco e dignità. Più che un allenatore, servirà uno psicologo con brevetto da artificiere. Se ci riesce, lo portiamo in processione.

    Una settantina di milioni spesi. Non poco, ma neanche abbastanza da far tremare le rivali. I rinforzi? Più profondità che qualità. Bonny, Zielinski, il giovane Sucic, Frattesi da rilanciare e il bambino Pio da valorizzare. Nessun colpo da poster, nessuna figurina da mettere in vetrina. Un mercato da calcolatori, non da sognatori. E anche questo, forse, è coerente con l’aria che tira.

    Obiettivo? Lo scudetto. Perché all’Inter, se non si punta a vincere, tanto vale non scendere in campo. Sia chiaro: non ci interessa arrivare tra le prime quattro. L’Inter non partecipa per partecipare. L’Inter vuole comandare. Tornare a vincere. A dominare. A far tremare gli stadi. Ma per farlo non basterà un gruppo di bravi ragazzi con tanti minuti sulle gambe. Servirà cattiveria, lucidità e memoria corta. Perché se alla prima sconfitta si torna a parlare di Monaco, Fluminense e rigori, allora siamo punto e a capo.

    L’Inter oggi è come una casa nobile con le tapparelle abbassate. Dentro c’è ancora argenteria preziosa, ma anche qualche crepa nei muri e qualche quadro storto. L’obiettivo è raddrizzare, non ricostruire. Ma guai a pensare che basti l’autostima per vincere il campionato. Il rischio non è quello di cambiare troppo. È quello di non cambiare abbastanza. E nel calcio, come nella vita, chi resta fermo sperando che il vento giri spesso finisce per essere travolto.

    La faccenda Çalhanoğlu

    C’era una volta l’Inter che vinceva in silenzio e perdeva facendo rumore. Ora, invece, ci si becca via messaggio, si recita la pace su WhatsApp e si fa il tagliando del rispetto reciproco a colpi di like. Pare che Lautaro e Calhanoglu si siano “sentiti”. Sentiti, non “parlati”. Come a dire: abbiamo girato intorno al problema, rigorosamente senza toccarlo.

    Che poi si dice che non è successo niente. Solo una scenata a distanza, qualche moglie spazientita, la rabbia post-Fluminense e le solite parole da spogliatoio col volume alzato. Insomma: nulla che non succeda nelle migliori famiglie. Peccato che qui non parliamo del vice portiere e dell’ultimo primavera, ma di due colonne portanti. Una è il capitano. L’altro è il regista. Se questi due litigano, non è un battibecco, è una scossa di assestamento. E quando in una squadra tremano le fondamenta, anche il parquet del campo balla.

    Calhanoglu è, con buona pace di chi preferisce i mezzi piedi ai piedi buoni, un regista eccellente, forse il più completo che l’Inter abbia avuto negli ultimi anni. Non Rodri, certo, ma nemmeno Brozovic con il giorno libero. L’Inter con lui gira meglio. Il problema è che negli ultimi mesi, più che girare, è sembrata inciampare. E nei momenti di difficoltà, lo spogliatoio ha mostrato le sue crepe.

    Che Lautaro fosse arrabbiato, lo sapevamo tutti. Che il suo sfogo avesse più destinatari di un bollettino condominiale, anche. Ma tra tutti, proprio Calha è stato quello che ha reagito da personaggio laterale di una telenovela: post su Instagram, risposta piccata, silenzio glaciale. Il tutto mentre il Fluminense ci mandava a casa e Monaco ci mostrava che la Champions si vince con testa e nervi, non con le gif motivazionali.

    Ora tocca a Chivu, l’unico a cui nessuno ha ancora detto “sei fuori ruolo”, sistemare un’Inter dove i ruoli tecnici sono chiari ma quelli umani molto meno. Deve ringiovanire, rigenerare, riplasmare. In pratica, rifare il lavoro che Conte e Inzaghi si erano passati a metà, ma con in più il compito di gestire un duello interno tra primedonne.

    Il problema non è tecnico. Calha può restare. O andare. In ogni caso, serve una soluzione. Ederson sarebbe il nome giusto, ma non è una copia carbone. È un’altra cosa. Più corsa, meno tocco. Più muscolo, meno musica. E comunque, se non vendi Calhanoglu, non compri nemmeno la versione turca del caffè al ginseng.

    Certo, ci diranno che lo spogliatoio ha visto di peggio. Brozovic e Icardi che si ignoravano come due vicini di casa in causa per il posto auto. Eppure, la domenica, correvano. Qui invece il rischio è che la tensione personale diventi passività agonistica. E se in campo cominci a vedersi chi non si parla, allora sì che siamo nei guai.

    Anche perché la differenza tra chiarirsi e spiegarsi è la stessa che passa tra una stretta di mano e una riconciliazione vera. E oggi, a giudicare dalla distanza tra le località balneari di Lautaro, Barella e Calhanoglu, di riconciliazione non si vede nemmeno l’ombrellone all’orizzonte.

    In tutto questo, l’Inter resta una squadra forte. Ma anche stanca. Non solo fisicamente: emotivamente svuotata, come chi si è illuso troppo a lungo. Ora serve una scossa. Non un’altra dichiarazione conciliatoria. Non un altro “ci siamo chiariti”. Serve un gesto concreto, o una decisione chiara.

    E se la vendita di Calha accontenta tutti — Lautaro, la dirigenza, il giocatore stesso — allora forse va fatta. Ma se resta, servono regole nuove. Anche perché la stagione che arriva non perdonerà chi sbaglia i fondamentali: gioco, gruppo, convinzione.

    Tra tutte le cose che servivano a Chivu per iniziare, una bella faida intestina tra titolarissimi non era in lista. Ma del resto, se non succedesse all’Inter, non sarebbe l’Inter.

    E allora, forza ragazzi: magari non vi amate tra voi, ma amate almeno la maglia che indossate. Il pubblico vi perdonerà ogni passaggio sbagliato, ma non il muso lungo dopo un gol.

    L’arte perduta del prendere in giro (senza prendersi sul serio)

    Nel calcio moderno, dove ogni emoji vale quanto un contratto e ogni “like” può far saltare una trattativa, c’è da rallegrarsi se qualcuno torna a comunicare con la lingua più umana che esista: quella dell’ironia da spogliatoio.

    Zalewski, riscattato dall’Inter e fresco di buone intenzioni, si presenta su Instagram con la voglia di spaccare il mondo e le foto degli allenamenti in solitaria. Classico entusiasmo da nuovo acquisto con ambizioni di titolare e playlist motivazionale nelle cuffie. E fin qui nulla di strano: tutti a luglio sembrano professionisti modello. Poi arriva Thuram, che non commenta il rendimento, non parla di tattiche, né di obiettivi. Gli chiede solo: “Ma continui con la 59?”.

    Che dire? Più che una domanda, è un assist a centrocampo per l’armonia di squadra.

    Perché in un’estate in cui abbiamo visto capitani lanciare strali, registi replicare a mezzo comunicato e mogli più attive dei procuratori, una battuta di Thuram su un numero di maglia suona come il canto di un uccellino in mezzo a una fabbrica in fiamme.

    Zalewski coglie l’occasione al volo e risponde con la miglior arma del mestiere: la provocazione simpatica. “Prendo il 9”, scrive. E in quel momento, per chi ha la mente allenata alla semantica del calcio, si capisce tutto: non ci sono frizioni, ma frizzantezza. Non rancore, ma spirito. E in uno spogliatoio, lo spirito è il primo collante. I moduli vengono dopo.

    E pensare che fino a pochi giorni fa, Thuram sembrava sulla via di trasformarsi in un caso diplomatico. Il like al post di Calhanoglu (ex compagno di risate e forse anche di qualcos’altro) sembrava una dichiarazione di guerra a Lautaro. Poi il commento sotto le foto del capitano in vacanza: “Attento che non sai nuotare”. E ora il siparietto con Zalewski.

    Morale? Thuram non si è trasformato in un problema, ma in una risorsa sociale. Una sorta di cerimoniere digitale dell’Inter, capace di tenere vivo il clima tra un allenamento solitario e l’altro. Perché, si sa, le squadre vincenti iniziano a vincere negli spogliatoi, non negli schemi. E una battuta al momento giusto vale più di un ritiro a porte chiuse in Val Camonica.

    Quanto a Zalewski, il ragazzo ha capito subito una cosa che molti veterani ancora ignorano: all’Inter, prima di fare il terzino, devi saper fare il compagno. Il numero 59 potrà pure restare sulle spalle, ma lo spirito dev’essere quello della 10 di Mazzola: umiltà fuori, fuoco dentro. Se giochi bene, magari ti danno anche la 3 di Facchetti. Ma intanto, rispondi con classe e sorriso al francese. E guadagni punti veri.

    In una fase in cui Cristian Chivu si trova più psicologo che tecnico, ogni piccolo gesto che porta distensione e armonia vale più di mille schemi offensivi. Con Calha e Lautaro ancora ai ferri corti, con il morale di squadra ancora da rimettere in piedi dopo Monaco e Fluminense, vedere due giocatori scambiarsi battute e sfottersi bonariamente non è folklore: è ossigeno.

    Diceva qualcuno che la maglia dell’Inter si indossa con orgoglio, si onora con sudore e si protegge con l’ironia. E in questo, Zalewski e Thuram si sono comportati da interisti veri: pochi proclami, qualche sorriso e un numero di maglia che, a questo punto, vale come una stretta di mano tra gentiluomini. In un calcio che ha sostituito le pacche sulle spalle con le notifiche, una battuta così vale come un gol al novantesimo.

    Levi Colwill, Chelsea: “Il PSG è una squadra incredibile, ma noi non siamo né l’Inter né il Real”.

    E per fortuna, aggiungerei: sarebbe come dire che un casinò di Dubai non è né il Louvre né il Duomo di Milano. È vero, non lo è. Né per storia, né per gloria. E soprattutto non lo è per cultura sportiva.

  • L’Inter e la stagione del rimpianto

    Ovvero: come è andato in frantumi il sogno del Triplete.

    Abbiamo creduto a tutto: al gruppo, alla famiglia, al progetto. Al Triplete che non era solo un sogno, ma li, a un paio di metri. E invece, ci siamo risvegliati in un incubo. Abbiamo ingoiato pareggi inspiegabili, sconfitte figlie di nervi a pezzi, partite decisive buttate via con una leggerezza imbarazzante. Ci avevano convinto: Lautaro e Thuram, fratelli di gol e di sangue calcistico. Ci avevamo creduto davvero. Ma alla prima frattura, ognuno per sé. L’argentino con la fascia e i nervi in mano. Il francese con i gol evaporati e la diplomazia social. Non c’è mai stato un gesto per fermare tutto, per dire “parliamone”, per proteggere la squadra. Solo gesti per distruggere.

    C’era una volta l’Inter da Triplete. O almeno così sembrava, a inizio stagione. Un gruppo maturo, con una coppia d’attacco affiatata, una difesa solida, un centrocampo dominante e un tecnico – il Demone – amato da tutto il popolo nerazzurro. C’erano le premesse per sognare in grande, forse troppo in grande. Poi è bastato un mese, un pugno di partite decisive, per smascherare quello che era solo un equilibrio apparente. Il finale di stagione ha tolto la maschera a una squadra che si è sbriciolata sotto il peso delle tensioni interne, dei nervosismi, della stanchezza fisica e, a questo punto mi pare ovvio, soprattutto mentale.

    A marzo l’Inter era ancora in corsa su tutti i fronti. A luglio, si ritrova con le mani vuote. La disfatta contro il PSG in Champions League ha dato il via al crollo. La sconfitta in campionato con la Lazio ha fatto scivolare lo scudetto. La Coppa Italia è svanita in semifinale, in silenzio. Il Mondiale per Club, infine, ha rappresentato la caduta definitiva, con il ko amarissimo contro il Fluminense e la tempesta mediatica scoppiata subito dopo.

    Lo sapeva da tempo, Simone. Che sarebbe andato all’Al Hilal. Che questo sarebbe stato il suo ultimo giro. Ma ha scelto il silenzio. Ha scelto di fare l’allenatore part-time, presente col corpo ma altrove con la testa. Il PSG ci ha travolti? Certo, erano più forti. Ma eravamo preparati a perdere così, senza anima? Frattesi non entra nemmeno nel finale, le rotazioni si azzerano, i titolari affondano e nessuno li salva. Una gestione suicida, fatta da un uomo che aveva già deciso di scappare. Simone Inzaghi è stato il primo tassello a cadere. Dietro un’apparente serenità, si celava già un addio scritto. Il tecnico, promessosi da tempo all’Al Hilal, ha portato avanti la stagione con la testa altrove. Una separazione silenziosa, consumata con comunicazione unilaterale alla società dopo la notte di Monaco. Una gestione tecnica che, nella fase decisiva, si è fatta rigida, timorosa, prevedibile. Le riserve sono rimaste tali, i titolari – stanchi – hanno steccato. Il simbolo? Frattesi, rimasto in panchina per tutta la sfida col PSG, esploso di rabbia a fine gara.

    E poi lo spogliatoio. Altro che gruppo. Altro che fratelli del destino. Calhanoglu che tratta sottobanco con il Galatasaray mentre noi sogniamo il suo rinnovo. Lautaro che sbrocca in diretta, e apre una ferita impossibile da ricucire. Thuram che invece di mettersi in mezzo per unire, clicca un like che pesa come un pugno nello stomaco. E Arnautovic? E la moglie di Inzaghi? E tutti gli altri che si sono schierati con un post, con un commento, con un silenzio? Se Inzaghi se n’è andato in silenzio, Lautaro Martinez ha scelto il microfono. Dopo il Mondiale per Club, lo sfogo del capitano è stato durissimo: “Chi vuole restare resti, chi vuole andarsene vada via. Ho visto cose che non mi sono piaciute”. Il bersaglio, neanche troppo velato, era Hakan Calhanoglu, da settimane in contatto col Galatasaray. La risposta del turco è arrivata via social: “Un vero leader non cerca colpevoli”. A mettere ulteriore benzina sul fuoco, il like – eloquente – di Marcus Thuram, compagno di reparto di Lautaro.

    Un gesto che ha aperto un nuovo fronte interno. La ThuLa, la coppia perfetta, si è incrinata. E con essa, l’intero equilibrio dello spogliatoio, improvvisamente diviso in fazioni. Arnautovic, la moglie di Inzaghi e altri senatori hanno preso posizione. Il clima ad Appiano è diventato irrespirabile.

    E Marotta? Che scopre che Inzaghi se ne va solo dopo la disfatta di Monaco? Che va in tv a confermare che Lautaro ce l’aveva con Calhanoglu? Ma siamo seri? Abbiamo perso lo scudetto, la Champions, la coppetta nazionale e il Mondiale per Club, e l’unica reazione è un’intervista postuma? Abbiamo concesso a un allenatore di rescindere unilateralmente un contratto fino al 2026 senza nemmeno imporgli condizioni. E poi ci stupiamo se la squadra è impazzita? Una dirigenza colpita e – apparentemente – spiazzata. Giuseppe Marotta ha confermato tutto in diretta TV, ammettendo lo scontro tra Lautaro e Calhanoglu, senza cercare di nascondere o attutire il colpo. Difficile capire quanto la società sapesse o volesse intervenire prima. Di certo, il vuoto lasciato da Inzaghi e il mancato controllo dello spogliatoio hanno pesato tantissimo.

    Alzi la mano chi non si è sentito preso per il culo.

    Poi arriva Chivu. Uno che almeno si mette davanti, chiama tutti in hotel, pretende confronto. È l’unico, finora, che ha fatto quello che avrebbero dovuto fare da mesi. Ma arriva a tempesta già passata. A trofei persi. A cocci sparsi. A stagione finita.

    Chivu non doveva rimettere insieme i pezzi. Doveva esserci prima, quando i pezzi iniziavano a creparsi. A cercare di ricucire lo strappo, Cristian Chivu. Subentrato dopo il divorzio con Inzaghi, l’ex capitano ha chiamato la squadra a un confronto diretto in hotel, prima del rientro in Italia. A viso aperto, senza sconti, con la presenza di Lautaro e Thuram. Non una pace definitiva, ma un primo passo. La società ha apprezzato l’autorità del nuovo tecnico, che dovrà adesso gestire un’estate difficile e un gruppo da rifondare – non tanto nei nomi, quanto nei valori e nella coesione.

    Usciamo dalla stagione più promettente degli ultimi anni senza titoli, con un progetto tecnico da riformulare e uno spogliatoio da ricompattare. Il crollo finale, in Serie A, in Europa e nel Mondiale per Club, non è frutto del caso: è il risultato di tensioni irrisolte, di scelte tecniche discutibili e di un’unità di facciata che non ha retto alla pressione. Il nuovo corso dovrà partire da qui: dalla consapevolezza che i titoli si costruiscono prima nello spogliatoio, poi in campo.

    E se Chivu riuscirà a trasformare questa crisi in opportunità, solo allora potremo parlare davvero di rinascita.