Tag: Giuseppe Marotta

  • Marotta, l’addio che pesava più dei titoli

    Marotta, l’addio che pesava più dei titoli

    L’addio di Beppe Marotta alla juventus nel 2018, il ruolo della famiglia Agnelli, e le verità scomode, illeciti e controversie che hanno accompagnato quell’uscita, spesso avvolta da mezze verità e reticenze strategiche.

    Tra silenzi, Agnelli e retroscena mai chiariti: la verità dietro la separazione juventus–Marotta.

    Nel calcio, come nella politica, le uscite di scena più clamorose sono quelle che avvengono senza rumore. Così fu 7 anni fa, il 29 settembre 2018, quando la juventus annunciò che Giuseppe “Beppe” Marotta, l’uomo che aveva guidato la rinascita bianconera dopo Calciopoli, non avrebbe rinnovato il contratto in scadenza. Lo chiamarono “avvicendamento fisiologico”, ma la verità è che fu un licenziamento mascherato. E, forse, un tentativo di epurazione preventiva in vista delle tempeste giudiziarie che sarebbero arrivate anni dopo.

    Marotta e il “dissenso strategico”

    Secondo molti insider, la frattura tra Marotta e Andrea Agnelli iniziò ben prima del 2018. Da un lato, il dirigente varesino incarnava un modello sobrio, da azienda manifatturiera del Nord: bilanci in ordine, acquisti calibrati, mentalità operaia. Dall’altro, il presidente Agnelli inseguiva una visione più glamour, più Elkann-style, con l’arrivo di Cristiano Ronaldo come simbolo di una juventus globale e spettacolare. Marotta non era d’accordo. Non solo per ragioni economiche. Il suo calcio si fondava sulla sostenibilità, non sul marketing a debito.

    Il colpo Ronaldo fu la goccia. Marotta capì che non aveva più voce in capitolo. Il consiglio d’amministrazione lo mise fuori. La società, ufficialmente, lo salutò con onori. Ma i fatti raccontano una storia diversa.

    I conti che non tornavano

    Negli anni successivi emersero anomalie nei bilanci, inchieste su plusvalenze fittizie, manovre stipendi opache e comportamenti societari che portarono alla penalizzazione di 10 punti in classifica nel campionato 2022–2023 (inizialmente 15, poi ricalibrata) e all’esclusione dalle coppe europee 2023–2024, in seguito alla decisione dell’UEFA, che ha rilevato violazioni gravi del settlement agreement sul Fair Play Finanziario.

    Qui il nodo: molti dei comportamenti illeciti contestati alla juventus sono avvenuti dopo l’uscita di Marotta. Ma altri, in realtà, durante la sua gestione. La domanda resta: quanto sapeva Marotta? E perché si è tenuto lontano dai riflettori in piena tempesta Prisma?

    Una risposta possibile è che Marotta fosse contrario a certe pratiche, e che proprio per questo fu accompagnato alla porta. Ufficialmente, era per “fare spazio ai giovani” e a una juventus più “digitale”. Nei fatti, la sua cacciata fu una mossa politica.

    Il paradosso: l’uomo giusto al momento sbagliato

    Ironia della sorte, Marotta trovò rifugio e rivincita all’Inter. E mentre la juventus affondava nei guai giudiziari, lui costruiva un modello vincente, sostenibile e – per ora – giuridicamente intonso.

    Non che Marotta sia un santo. È un dirigente di razza, capace di muoversi nei grigi del regolamento. Ma la sua etica professionale, almeno rispetto alla spregiudicatezza della gestione Paratici-Nedved-Agnelli, appare oggi quasi francescana.

    Eredità tossica

    L’addio di Marotta non fu solo la fine di un ciclo. Fu l’inizio di un vuoto tecnico e morale. Paratici ereditò il comando ma non il metodo. Agnelli, da visionario, si trasformò in un imprenditore sotto assedio, fino a cadere anche lui nel 2023 sotto il peso delle inchieste.

    Oggi la juventus tenta di ripartire. Ma senza più quel dirigente che, nel bene e nel male, aveva riportato dignità, titoli e rigore. E che fu scartato come un pezzo d’antiquariato, solo perché non si prestava al gioco del “tutto è lecito”.

    📎 Fonti ufficiali e riferimenti:
    • Procura FIGC – Sentenza Plusvalenze juventus 2023
    • Inchiesta Prisma – Procura di Torino
    • Comunicati juventus su dimissioni Marotta (29/09/2018)
    • Interviste Marotta (Sky, Gazzetta, 2019-2024)
    • Verbali CDA juventus (riunione 2018 – Archivio Consob)

  • Oaktree & Marotta: la strana coppia che fa paura al bilancio (degli altri)

    Nel calcio italico, dove il bilancio è spesso un’opinione, e il mercato una corsa a chi spende (male) di più, esiste una coppia che non fa rumore ma fa risultati. Uno viene dalla finanza americana, l’altro dai bar di Varese passando per tutte le scrivanie più complicate del pallone. Insieme, Oaktree e Marotta stanno riscrivendo il manuale di gestione di un club di vertice. Con una particolarità: non stanno rovinando l’Inter, la stanno sistemando. E a guardare i bilanci — altrui — cominciano ad avere un problema: fanno paura.

    Uno porta i soldi, l’altro li moltiplica

    Oaktree, il fondo californiano che ha preso in mano l’Inter a maggio 2024, ha le idee molto chiare: niente deliri, niente sperperi, niente slogan. Vuole un club competitivo, ma sostenibile.
    E Marotta? Marotta gli consegna già la creatura pronta: rosa da 800 milioni, monte ingaggi sotto controllo, dirigenti solidi, conti migliorabili ma non più in apnea.

    Nel calcio italiano, dove i fondi spesso entrano per smontare, vendere e fuggire, Oaktree si trova in casa un club che sa già far quadrare i conti — giocando bene e vincendo. Il risultato? Il progetto prende una piega imprevista: costruire, non svendere.

    Una crescita silenziosa, ma spietata

    Dal 2021 a oggi, con Marotta al timone operativo, l’Inter ha:

    • Aumentato il valore della rosa da 500 a oltre 800 milioni;
    • Speso poco, spesso nulla, per giocatori poi diventati titolari assoluti (Thuram, Calhanoglu, Sommer, Darmian, Mkhitaryan);
    • Generato plusvalenze intelligenti, senza mai sventrare la squadra (Onana, Hakimi, Pinamonti);
    • E soprattutto: creato un modello replicabile, con margini di crescita e utenza globale.

    E oggi, con Oaktree, l’obiettivo dichiarato è semplice quanto rivoluzionario per l’Italia: utile operativo entro il 2025.

    Sì, avete letto bene. Non “non fare danni”. Non “resistere fino al prossimo prestito”. Proprio: guadagnare.

    E intanto gli altri fanno i conti (e non tornano)

    Nel frattempo:

    • La juventus cerca di ricostruire partendo da un buco di 124 milioni, sperando che il ritorno della ragione basti a risanare anni di creatività contabile.
    • L’altra squadra di Milano stringe i cordoni, chiude l’anno in utile ma con una rosa svalutata e una rivoluzione tecnica da digerire.
    • Il Napoli rincorre se stesso e il suo ex presidente in ogni angolo di Coverciano.

    L’Inter invece tiene i big, aggiunge titolari gratis, sistema i ruoli strategici e in investe sui giovani, il tutto col sorriso di Marotta, che fa sembrare tutto semplice. Come se bastasse leggere le righe dei bilanci per vincere le righe dei giornali.

    Una strana coppia, appunto

    Oaktree è la finanza che osserva, misura, controlla. Marotta è l’artigiano del pallone che tratta, anticipa e costruisce.
    Non si assomigliano. Ma insieme fanno un club che non solo funziona, ma dà fastidio. Perché dimostrano che si può vincere senza fare buffi, che si può crescere senza slogan e che non serve vendere ogni estate per stare in piedi.

    Altrove, ogni sessione è una roulette. A Milano, sponda nerazzurra, è una tabella Excel con senso logico.

    La vera plusvalenza è aver messo Marotta nelle mani giuste, e le mani giuste sull’Inter.

  • Quando l’Inter diventa teatro dell’assurdo

    Ci credete? Dopo una stagione che ci ha regalato emozioni da brivido e colpi di scena pirotecnici, siamo qui a parlare di un presidente che interpreta a modo suo le parole del capitano. Sembra la trama di una delle peggio sitcom, ma è la tragica realtà.

    Lautaro Martinez, stanco, frustrato e forse un po’ esasperato, lancia un messaggio in tv: “Ho visto cose che non mi sono piaciute. Chiedo scusa ai tifosi venuti fin qui per starci vicino. Chi non vuole restare qui se ne deve andare, il mio messaggio è chiaro”. Semplice, diretto, senza nomi, senza accuse precise. Un richiamo d’allarme a tutto il gruppo e alla società.

    E invece? Arriva Beppe Marotta e getta benzina sul fuoco. Ma guarda un po’: per lui, quelle parole erano un messaggio cifrato diretto a Calhanoglu. Sì, proprio lui, il colpevole designato senza appello, scelto dal presidente con la leggerezza di un arbitro che fischia un rigore al buio.

    Ora, domandiamoci: ma perché? Se il capitano avesse voluto fare nomi, li avrebbe fatti. Ma no, invece preferisce rivolgersi al gruppo e alla società con un appello chiaro e corale.

    E che fa Marotta? Invece di prendere atto del problema – che sembra essere ben più grande di un solo giocatore – preferisce il gioco delle colpe individuali, un “scarica barile” degno di miglior causa.

    Se davvero Calhanoglu fosse stato il nemico pubblico numero uno, Lautaro avrebbe potuto risolvere tutto a voce, nello spogliatoio, magari davanti ai dirigenti. Ma no, la questione è più vasta, più profonda. E forse la società avrebbe dovuto capire prima, senza attendere lo sfogo pubblico.

    Insomma, mentre noi tifosi ci sbracciavamo a seguire partite tese, piene di colpi di scena, in casa Inter montava il dramma.

    Alla fine, dopo tutto questo teatrino, ci ritroviamo con una squadra divisa e un ambiente tossico. Senza considerare che adesso il cartellino dei giocatori esposti alla bufera mediatica (leggi Thuram e Chalanoglu) sarà ritoccato inesorabilmente verso il basso.

    Le cosa più inspiegabile di tutte per me è proprio questa, vale a dire l’operato di colui che ho sempre considerato un superman del calcio gestionale. Se qualcuno conosce le risposte sarei felice di ascoltarle.

  • L’Inter e la stagione del rimpianto

    Ovvero: come è andato in frantumi il sogno del Triplete.

    Abbiamo creduto a tutto: al gruppo, alla famiglia, al progetto. Al Triplete che non era solo un sogno, ma li, a un paio di metri. E invece, ci siamo risvegliati in un incubo. Abbiamo ingoiato pareggi inspiegabili, sconfitte figlie di nervi a pezzi, partite decisive buttate via con una leggerezza imbarazzante. Ci avevano convinto: Lautaro e Thuram, fratelli di gol e di sangue calcistico. Ci avevamo creduto davvero. Ma alla prima frattura, ognuno per sé. L’argentino con la fascia e i nervi in mano. Il francese con i gol evaporati e la diplomazia social. Non c’è mai stato un gesto per fermare tutto, per dire “parliamone”, per proteggere la squadra. Solo gesti per distruggere.

    C’era una volta l’Inter da Triplete. O almeno così sembrava, a inizio stagione. Un gruppo maturo, con una coppia d’attacco affiatata, una difesa solida, un centrocampo dominante e un tecnico – il Demone – amato da tutto il popolo nerazzurro. C’erano le premesse per sognare in grande, forse troppo in grande. Poi è bastato un mese, un pugno di partite decisive, per smascherare quello che era solo un equilibrio apparente. Il finale di stagione ha tolto la maschera a una squadra che si è sbriciolata sotto il peso delle tensioni interne, dei nervosismi, della stanchezza fisica e, a questo punto mi pare ovvio, soprattutto mentale.

    A marzo l’Inter era ancora in corsa su tutti i fronti. A luglio, si ritrova con le mani vuote. La disfatta contro il PSG in Champions League ha dato il via al crollo. La sconfitta in campionato con la Lazio ha fatto scivolare lo scudetto. La Coppa Italia è svanita in semifinale, in silenzio. Il Mondiale per Club, infine, ha rappresentato la caduta definitiva, con il ko amarissimo contro il Fluminense e la tempesta mediatica scoppiata subito dopo.

    Lo sapeva da tempo, Simone. Che sarebbe andato all’Al Hilal. Che questo sarebbe stato il suo ultimo giro. Ma ha scelto il silenzio. Ha scelto di fare l’allenatore part-time, presente col corpo ma altrove con la testa. Il PSG ci ha travolti? Certo, erano più forti. Ma eravamo preparati a perdere così, senza anima? Frattesi non entra nemmeno nel finale, le rotazioni si azzerano, i titolari affondano e nessuno li salva. Una gestione suicida, fatta da un uomo che aveva già deciso di scappare. Simone Inzaghi è stato il primo tassello a cadere. Dietro un’apparente serenità, si celava già un addio scritto. Il tecnico, promessosi da tempo all’Al Hilal, ha portato avanti la stagione con la testa altrove. Una separazione silenziosa, consumata con comunicazione unilaterale alla società dopo la notte di Monaco. Una gestione tecnica che, nella fase decisiva, si è fatta rigida, timorosa, prevedibile. Le riserve sono rimaste tali, i titolari – stanchi – hanno steccato. Il simbolo? Frattesi, rimasto in panchina per tutta la sfida col PSG, esploso di rabbia a fine gara.

    E poi lo spogliatoio. Altro che gruppo. Altro che fratelli del destino. Calhanoglu che tratta sottobanco con il Galatasaray mentre noi sogniamo il suo rinnovo. Lautaro che sbrocca in diretta, e apre una ferita impossibile da ricucire. Thuram che invece di mettersi in mezzo per unire, clicca un like che pesa come un pugno nello stomaco. E Arnautovic? E la moglie di Inzaghi? E tutti gli altri che si sono schierati con un post, con un commento, con un silenzio? Se Inzaghi se n’è andato in silenzio, Lautaro Martinez ha scelto il microfono. Dopo il Mondiale per Club, lo sfogo del capitano è stato durissimo: “Chi vuole restare resti, chi vuole andarsene vada via. Ho visto cose che non mi sono piaciute”. Il bersaglio, neanche troppo velato, era Hakan Calhanoglu, da settimane in contatto col Galatasaray. La risposta del turco è arrivata via social: “Un vero leader non cerca colpevoli”. A mettere ulteriore benzina sul fuoco, il like – eloquente – di Marcus Thuram, compagno di reparto di Lautaro.

    Un gesto che ha aperto un nuovo fronte interno. La ThuLa, la coppia perfetta, si è incrinata. E con essa, l’intero equilibrio dello spogliatoio, improvvisamente diviso in fazioni. Arnautovic, la moglie di Inzaghi e altri senatori hanno preso posizione. Il clima ad Appiano è diventato irrespirabile.

    E Marotta? Che scopre che Inzaghi se ne va solo dopo la disfatta di Monaco? Che va in tv a confermare che Lautaro ce l’aveva con Calhanoglu? Ma siamo seri? Abbiamo perso lo scudetto, la Champions, la coppetta nazionale e il Mondiale per Club, e l’unica reazione è un’intervista postuma? Abbiamo concesso a un allenatore di rescindere unilateralmente un contratto fino al 2026 senza nemmeno imporgli condizioni. E poi ci stupiamo se la squadra è impazzita? Una dirigenza colpita e – apparentemente – spiazzata. Giuseppe Marotta ha confermato tutto in diretta TV, ammettendo lo scontro tra Lautaro e Calhanoglu, senza cercare di nascondere o attutire il colpo. Difficile capire quanto la società sapesse o volesse intervenire prima. Di certo, il vuoto lasciato da Inzaghi e il mancato controllo dello spogliatoio hanno pesato tantissimo.

    Alzi la mano chi non si è sentito preso per il culo.

    Poi arriva Chivu. Uno che almeno si mette davanti, chiama tutti in hotel, pretende confronto. È l’unico, finora, che ha fatto quello che avrebbero dovuto fare da mesi. Ma arriva a tempesta già passata. A trofei persi. A cocci sparsi. A stagione finita.

    Chivu non doveva rimettere insieme i pezzi. Doveva esserci prima, quando i pezzi iniziavano a creparsi. A cercare di ricucire lo strappo, Cristian Chivu. Subentrato dopo il divorzio con Inzaghi, l’ex capitano ha chiamato la squadra a un confronto diretto in hotel, prima del rientro in Italia. A viso aperto, senza sconti, con la presenza di Lautaro e Thuram. Non una pace definitiva, ma un primo passo. La società ha apprezzato l’autorità del nuovo tecnico, che dovrà adesso gestire un’estate difficile e un gruppo da rifondare – non tanto nei nomi, quanto nei valori e nella coesione.

    Usciamo dalla stagione più promettente degli ultimi anni senza titoli, con un progetto tecnico da riformulare e uno spogliatoio da ricompattare. Il crollo finale, in Serie A, in Europa e nel Mondiale per Club, non è frutto del caso: è il risultato di tensioni irrisolte, di scelte tecniche discutibili e di un’unità di facciata che non ha retto alla pressione. Il nuovo corso dovrà partire da qui: dalla consapevolezza che i titoli si costruiscono prima nello spogliatoio, poi in campo.

    E se Chivu riuscirà a trasformare questa crisi in opportunità, solo allora potremo parlare davvero di rinascita.

  • L’uomo forte

    Quando nel 2018 l’Inter prese Marotta ero felice — e per una volta, unica volta, grato al presidente della juve. Dopo anni di sventure, tornava finalmente in società la figura dell’uomo forte: capace di andare ben oltre le competenze legate alla gestione dell’area sportiva e di costruire squadre competitive anche sotto stringenti vincoli economici. Marotta è ascoltato nei palazzi che contano — e non per fare imbrogli, come qualcuno crede — ma perché è uno stratega totale del mondo del pallone. Ma questo non è bastato a trattenere in nerazzurro il demone, che si dice stanco e spossato. E nutro il sospetto che stavolta l’uomo forte sia stato colto un po’ di sorpresa. Con il Mondiale alle porte, l’addio dell’allenatore è un problema nel problema, e mettere le mani sul tesoretto appare, a questo punto, una faccenda complicatissima.

    Inzaghi sceglie dunque di uscire dal calcio che conta. Si lascia alle spalle quattro stagioni entusiasmanti ma che tirando una riga, in termini di trofei hanno prodotto poco. Sarà ricordato per sempre come “il mister che avrebbe potuto essere, se…”. Tuttavia sono scelte personali, e non sarò certo io a biasimarlo per aver scambiato l’Inter con denaro a palate e serenità. C’è però un pensiero malevolo che si insinua in coda a questa faccenda. Col trascorrere del tempo si fanno sempre più insistenti certe voci secondo le quali Inzaghi, avrebbe preparato la finalona con un contratto già firmato, nelle mani e nei pensieri. C’è anche chi sostiene che abbia condiviso la notizia con lo spogliatoio prima del 31 maggio. Questo spiegherebbe molte cose: la svagatezza difensiva, l’approccio inadeguato alla gara, l’incapacità del mister di leggere la partita in corsa e la mancanza di reazione di una squadra apparsa sin da subito svuotata, quasi apatica.

    Mentre scrivo siamo già in piena fase toto-allenatori. Non sarà affatto semplice predisporre la rosa in funzione del nuovo mister, che difficilmente — molto difficilmente — indosserà comodamente i panni lasciati frettolosamente nell’armadio da Inzaghi. Date le circostanze, Beppe Marotta è l’uomo migliore che l’Inter potesse sperare di avere in casa in un momento come questo. A noi non resta che augurarci che le malelingue siano appunto, solo malelingue, se così non fosse si allungherebbero brutte ombre sulla disfatta di Monaco e l’imputato numero uno potrebbe non essere più solo la stanchezza fisica. In tal caso prepariamoci a mandar giù l’ennesimo boccone amaro di una stagione sciagurata.