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  • L’ombra del doping sulla juve di Lippi

    Il 28 giugno per molti, è probabilmente un giorno come un altro. Per molti, ma non per tutti, non per chi come noi custodisce memoria storica e non dimentica facilmente. Nel 2004, esattamente 21 anni fa, Giuseppe D’Onofrio depositava la sua perizia tecnica nel processo di doping alla juventus. Da allora, quella relazione è rimasta sospesa tra verità scientifica e assoluzione giuridica, tra condanna morale e prescrizione giudiziaria.

    Ematologo di fama internazionale, autore del saggio “Buon sangue non mente” (Minimum Fax, 2023), già stimato consulente della Commissione Antidoping FIGC, d’Onofrio fu il grande accusatore tecnico, chiamato a valutare le condizioni ematologiche dei calciatori bianconeri, in un’inchiesta avviata dal PM Raffaele Guariniello e culminata nel rinvio a giudizio del medico sociale Riccardo Agricola e dell’amministratore delegato Antonio Giraudo.

    Il processo si concentrava sull’utilizzo sistematico e non terapeutico di oltre 250 farmaci tra il 1994 e il 1998. Dopo anni di istruttoria impantanata, fu la stessa juventus a richiedere una perizia super partes, probabilmente convinta di potersi garantire una figura rassicurante, “di casa”. La scelta cadde su D’Onofrio, allora consulente della stessa Federcalcio. Una mossa che si sarebbe rivelata un clamoroso autogol.

    D’Onofrio, insieme al farmacologo Jean-Pierre Muller, si trovò davanti un archivio impressionante: centinaia di referti, esami ripetuti ogni due mesi, tracciati ematici di decine di calciatori. E da quella mole di dati emersero anomalie chiare, costanti, oggettive.

    Al quesito del giudice diretto: “Quei valori sono fisiologici?”

    D’Onofrio rispose in maniera inequivocabile:
    “No. I valori non sono fisiologici. In generale, possono essere indicatori di una stimolazione esterna.”

    In altre parole: oscillazioni sospette di emoglobina, alterazioni nei reticolociti, picchi coincidenti con le prestazioni sportive. Indizi fortemente compatibili con un uso sistemico di EPO o pratiche analoghe di doping ematico. Oggi, con gli strumenti del passaporto biologico WADA, quelle evidenze sarebbero state più che sufficienti per avviare un’indagine.


    Il 26 novembre 2004 arrivò la sentenza di primo grado.

    Riccardo Agricola: condannato a 22 mesi per frode sportiva e somministrazione di farmaci non necessari.

    Antonio Giraudo: assolto per insufficienza di prove.


    Le prime pagine dei giornali parlavano chiaro:

    “Un’ombra sugli scudetti” – La Stampa

    “Nessuno può esultare” – Corriere della Sera

    “Brutta botta per la juve da qualunque parte la si guardi” – Gianni Mura, La Repubblica


    Era la prima volta che un medico di una squadra di vertice veniva condannato per frode sportiva. E per la prima volta, in un’aula di giustizia, si pronunciava la parola “EPO” in relazione a una big del calcio italiano.

    Ma poi arrivò l’Appello (2007), e con esso il colpo di spugna: la perizia di D’Onofrio venne definita “fragile”. La sentenza fu ribaltata. Nel 2009, il sigillo della Cassazione: tutto prescritto. Nessun colpevole. Nessuna verità definitiva.

    Dopo la perizia, D’Onofrio scompare. Letteralmente. Nessun incarico federale. Nessuna convocazione dalla FIGC. Il consulente di fiducia diventato, improvvisamente, persona non grata.

    Nel suo libro, l’ematologo racconta: “Dal momento in cui consegnai la perizia, la Federazione scomparve. Non fui mai più convocato. Tutta la mia attività come consulente si interruppe.”

    Non solo oblio, ma anche discredito. Nelle intercettazioni di Calciopoli, emerge come la juventus e i suoi legali abbiano tentato di screditarlo accusandolo, grottescamente, di essere “un ultrà romanista”. In aula, anche Giraudo userà la stessa accusa, in un clima da processo inquisitorio più che scientifico:

    “Sembrava di aver calpestato una lesa maestà. Non cercavano il confronto, ma la delegittimazione.”

    Alla domanda — se la juventus fosse da assolvere o condannare — D’Onofrio ha risposto da scienziato:

    “Io non ho assolto i valori di emoglobina.”

    Una frase chirurgica. Non un’accusa, non un’assoluzione. Solo una constatazione. Perché il sangue, a differenza del sistema, non mente.

    D’Onofrio oggi lavora con la WADA, collabora con federazioni sportive internazionali. In Italia, il suo nome è scomparso dai documenti ufficiali. Ma non dai faldoni giudiziari.


    Fonti

    • Giuseppe D’Onofrio, Buon sangue non mente, Minimum Fax, 2023

    • Archivio processuale, Tribunale di Torino (2002–2009)

    • Intervista 24oredisport, 2024

    • La Repubblica, Gianni Mura, 27/11/2004

    • La Stampa, Corriere della Sera, 28/11/2004

    • Corriere dello Sport, arringa Giraudo, 2005

    • Sentenze I grado, Appello, Cassazione