Ci sono cose che nella vita vanno protette. Il buon gusto. Le farfalle. I bambini davanti alla VAR. Poi c’è Cristian Chivu, e la questione si complica. A chi sostiene che Chivu va protetto. Perché è giovane, è cresciuto in casa e rappresenta il futuro. Rispondo: perfetto.
Anche l’ornitorinco è giovane, cresciuto in casa e rappresenta il futuro dell’evoluzione sbagliata. Non per questo lo metti titolare in Champions.
Non fraintendiamoci. Chivu è un uomo intelligente. Uno che ha preso testate in faccia al Bernabéu ed è tornato a insegnare calcio in primavera. Solo che tra l’allenare la Primavera e guidare l’Inter c’è di mezzo qualcosa che si chiama: pressione, veleno, aspettative, e gente che ti vuole bene solo quando vinci. E a volte nemmeno allora.
La teoria del parafulmine rovesciato
Proteggere Chivu oggi non significa mettergli una coperta addosso. Significa dirgli la verità: stai entrando in una centrifuga emotiva dove il tuo passato non ti salverà e il tuo presente può durare quanto una story su Instagram.
Perché l’Inter non è una squadra. È una liturgia laica con milioni di fedeli, un algoritmo di speranza e angoscia, e tu sei lì al centro. A giocare con la tattica come se fossi ancora in Primavera. Ma qui i bambini piangono solo quando perdono. Gli adulti, invece, certe volte piangono anche quando vincono.
Chivu, il tecnico d’incubazione
Il vero rischio non è che Chivu sbagli. È che venga promosso non per meriti, ma perché non ci sono alternative più comode. È educato? Sì. Conosce l’ambiente? Sì. Costa poco? Eccoci.
Perché è questo il punto, no? Non che Chivu sia inadatto, ma che sia troppo adatto a un sistema che non ha il coraggio di scegliere un leader, quindi sceglie un volto familiare. È la logica dell’hotel a tre stelle: non ci vai per il lusso, ma perché almeno lì sai dov’è il bagno.
Proteggerlo da cosa?
Dal giudizio? Impossibile. Dalle aspettative? Buona fortuna. Dalla stampa? Ma se siete voi a scatenarla.
Cristian Chivu non ha bisogno di protezione. Ha bisogno di una strategia, una squadra definita, e qualcuno che gli dica in faccia che se perde tre partite di fila, non sarà la nostalgia dei suoi tackle in coppa a salvargli la panchina.
Chi invoca la “protezione di Chivu” in realtà sta solo cercando una scappatoia emotiva da un’eventuale catastrofe tecnica. Perché se fallisce lui, allora tocca guardarsi allo specchio e dire: “Abbiamo sbagliato di nuovo, ma questa volta con gentilezza.”
Ecco, io propongo l’opposto: trattatelo da adulto. Parlate di calcio, non di affetto. E lasciate che sia il campo a proteggerlo. O a crocifiggerlo, come succede a chi entra in questa casa bellissima e tossica che si chiama Inter.
Ovvero: come è andato in frantumi il sogno del Triplete.
Abbiamo creduto a tutto: al gruppo, alla famiglia, al progetto. Al Triplete che non era solo un sogno, ma li, a un paio di metri. E invece, ci siamo risvegliati in un incubo. Abbiamo ingoiato pareggi inspiegabili, sconfitte figlie di nervi a pezzi, partite decisive buttate via con una leggerezza imbarazzante. Ci avevano convinto: Lautaro e Thuram, fratelli di gol e di sangue calcistico. Ci avevamo creduto davvero. Ma alla prima frattura, ognuno per sé. L’argentino con la fascia e i nervi in mano. Il francese con i gol evaporati e la diplomazia social. Non c’è mai stato un gesto per fermare tutto, per dire “parliamone”, per proteggere la squadra. Solo gesti per distruggere.
C’era una volta l’Inter da Triplete. O almeno così sembrava, a inizio stagione. Un gruppo maturo, con una coppia d’attacco affiatata, una difesa solida, un centrocampo dominante e un tecnico – il Demone – amato da tutto il popolo nerazzurro. C’erano le premesse per sognare in grande, forse troppo in grande. Poi è bastato un mese, un pugno di partite decisive, per smascherare quello che era solo un equilibrio apparente. Il finale di stagione ha tolto la maschera a una squadra che si è sbriciolata sotto il peso delle tensioni interne, dei nervosismi, della stanchezza fisica e, a questo punto mi pare ovvio, soprattutto mentale.
A marzo l’Inter era ancora in corsa su tutti i fronti. A luglio, si ritrova con le mani vuote. La disfatta contro il PSG in Champions League ha dato il via al crollo. La sconfitta in campionato con la Lazio ha fatto scivolare lo scudetto. La Coppa Italia è svanita in semifinale, in silenzio. Il Mondiale per Club, infine, ha rappresentato la caduta definitiva, con il ko amarissimo contro il Fluminense e la tempesta mediatica scoppiata subito dopo.
Lo sapeva da tempo, Simone. Che sarebbe andato all’Al Hilal. Che questo sarebbe stato il suo ultimo giro. Ma ha scelto il silenzio. Ha scelto di fare l’allenatore part-time, presente col corpo ma altrove con la testa. Il PSG ci ha travolti? Certo, erano più forti. Ma eravamo preparati a perdere così, senza anima? Frattesi non entra nemmeno nel finale, le rotazioni si azzerano, i titolari affondano e nessuno li salva. Una gestione suicida, fatta da un uomo che aveva già deciso di scappare. Simone Inzaghi è stato il primo tassello a cadere. Dietro un’apparente serenità, si celava già un addio scritto. Il tecnico, promessosi da tempo all’Al Hilal, ha portato avanti la stagione con la testa altrove. Una separazione silenziosa, consumata con comunicazione unilaterale alla società dopo la notte di Monaco. Una gestione tecnica che, nella fase decisiva, si è fatta rigida, timorosa, prevedibile. Le riserve sono rimaste tali, i titolari – stanchi – hanno steccato. Il simbolo? Frattesi, rimasto in panchina per tutta la sfida col PSG, esploso di rabbia a fine gara.
E poi lo spogliatoio. Altro che gruppo. Altro che fratelli del destino. Calhanoglu che tratta sottobanco con il Galatasaray mentre noi sogniamo il suo rinnovo. Lautaro che sbrocca in diretta, e apre una ferita impossibile da ricucire. Thuram che invece di mettersi in mezzo per unire, clicca un like che pesa come un pugno nello stomaco. E Arnautovic? E la moglie di Inzaghi? E tutti gli altri che si sono schierati con un post, con un commento, con un silenzio? Se Inzaghi se n’è andato in silenzio, Lautaro Martinez ha scelto il microfono. Dopo il Mondiale per Club, lo sfogo del capitano è stato durissimo: “Chi vuole restare resti, chi vuole andarsene vada via. Ho visto cose che non mi sono piaciute”. Il bersaglio, neanche troppo velato, era Hakan Calhanoglu, da settimane in contatto col Galatasaray. La risposta del turco è arrivata via social: “Un vero leader non cerca colpevoli”. A mettere ulteriore benzina sul fuoco, il like – eloquente – di Marcus Thuram, compagno di reparto di Lautaro.
Un gesto che ha aperto un nuovo fronte interno. La ThuLa, la coppia perfetta, si è incrinata. E con essa, l’intero equilibrio dello spogliatoio, improvvisamente diviso in fazioni. Arnautovic, la moglie di Inzaghi e altri senatori hanno preso posizione. Il clima ad Appiano è diventato irrespirabile.
E Marotta? Che scopre che Inzaghi se ne va solo dopo la disfatta di Monaco? Che va in tv a confermare che Lautaro ce l’aveva con Calhanoglu? Ma siamo seri? Abbiamo perso lo scudetto, la Champions, la coppetta nazionale e il Mondiale per Club, e l’unica reazione è un’intervista postuma? Abbiamo concesso a un allenatore di rescindere unilateralmente un contratto fino al 2026 senza nemmeno imporgli condizioni. E poi ci stupiamo se la squadra è impazzita? Una dirigenza colpita e – apparentemente – spiazzata. Giuseppe Marotta ha confermato tutto in diretta TV, ammettendo lo scontro tra Lautaro e Calhanoglu, senza cercare di nascondere o attutire il colpo. Difficile capire quanto la società sapesse o volesse intervenire prima. Di certo, il vuoto lasciato da Inzaghi e il mancato controllo dello spogliatoio hanno pesato tantissimo.
Alzi la mano chi non si è sentito preso per il culo.
Poi arriva Chivu. Uno che almeno si mette davanti, chiama tutti in hotel, pretende confronto. È l’unico, finora, che ha fatto quello che avrebbero dovuto fare da mesi. Ma arriva a tempesta già passata. A trofei persi. A cocci sparsi. A stagione finita.
Chivu non doveva rimettere insieme i pezzi. Doveva esserci prima, quando i pezzi iniziavano a creparsi. A cercare di ricucire lo strappo, Cristian Chivu. Subentrato dopo il divorzio con Inzaghi, l’ex capitano ha chiamato la squadra a un confronto diretto in hotel, prima del rientro in Italia. A viso aperto, senza sconti, con la presenza di Lautaro e Thuram. Non una pace definitiva, ma un primo passo. La società ha apprezzato l’autorità del nuovo tecnico, che dovrà adesso gestire un’estate difficile e un gruppo da rifondare – non tanto nei nomi, quanto nei valori e nella coesione.
Usciamo dalla stagione più promettente degli ultimi anni senza titoli, con un progetto tecnico da riformulare e uno spogliatoio da ricompattare. Il crollo finale, in Serie A, in Europa e nel Mondiale per Club, non è frutto del caso: è il risultato di tensioni irrisolte, di scelte tecniche discutibili e di un’unità di facciata che non ha retto alla pressione. Il nuovo corso dovrà partire da qui: dalla consapevolezza che i titoli si costruiscono prima nello spogliatoio, poi in campo.
E se Chivu riuscirà a trasformare questa crisi in opportunità, solo allora potremo parlare davvero di rinascita.
Arrivo ad Appiano, primo allenamento, presentazione (presentazione o primo allenamento, fate voi), dopodomani partenza per gli Stati Uniti. Il tempo di disfare i bagagli, un salto alla pinetina, un paio di pasti coi ragazzi, con quelli che non sono in giro con le nazionali perlomeno, due chiacchiere, due calci al pallone e poi via al Mondiale. Bentornato a casa Cristian.
Addio 3-5-2. Con Cristian Chivu torneremo a 4, le fasce saranno protagoniste e in centrocampo si darà battaglia. Rivedremo corsa e dribbling, un approccio più aggressivo e verticale e più occasioni da gol. Magari all’inizio balleremo un po’ dietro, ma col tempo necessario mi aspetto un’Inter più moderna, più europea, votata all’attacco e al pressing alto ma con l’attenzione alla difesa di sempre. Questo potrebbe essere domani.
Oggi i ragazzi che si allenano ad Appiano hanno caratteristiche ben diverse da questa idea di calcio. Durante l’esperienza nel nostro settore giovanile Chivu ha dimostrato di sapersi adattare alla rosa disponibile, e questa è un’ottima cosa. Ha salvato il Parma giocando col 5-3-2. Se muteremo pelle, il cambiamento dovrà essere graduale e Chivu sembra possedere l’intelligenza necessaria per capirlo e sostenere il progetto a lungo.
Personalmente sono molto contento della soluzione trovata da Marotta, è una scelta coraggiosa e di prospettiva, è anche uno dei nostri. L’Inter agli interisti. Mi piace. Bentornato a casa Cristian.