
Torino, ma anche un po’ Bucarest
Che la juventus fosse una realtà avanti coi tempi lo avevamo capito da tempo. Pionieri nella moviola in campo (quando conveniva), innovatori della plusvalenza creativa, esploratori delle giustificazioni post-sentenza. Ma ora – attenzione – la vecchia signora entra anche nell’etica giornalistica, organizza corsi sul diritto all’oblio e, con un colpo da maestro, trasforma la rimozione selettiva della memoria in un credito formativo.
Sì, avete capito bene: nel 2020 si è svolto un corso per giornalisti, approvato dall’Ordine il 29 giugno, esattamente 5 anni or sono, tenuto non da un editore, non da un’università, ma dalla juventus stessa. Un club condannato per frode sportiva che insegna ai cronisti quando è giusto non ricordare. Geniale. Praticamente Orwell con la maglia di Del Piero.
Dimenticare, ma con stile
Il tema è nobile, per carità: il diritto all’oblio, il rispetto per chi ha pagato il suo debito con la giustizia, l’equilibrio tra informazione e dignità personale. Ma qui non è il principio a scandalizzare, é chi se ne fa portabandiera. E vedere proprio la juventus ergersi a paladina della selettività storica è come vedere Dracula fondare l’AVIS.
Nel paese in cui la memoria è già corta, serviva davvero che qualcuno si prendesse l’onere di insegnare a dimenticare meglio?
Un diritto che diventa strategia
Dietro il paravento giuridico, l’operazione odora di ripulitura. L’intento non pare tanto quello di proteggere l’ex galeotto dal linciaggio mediatico, quanto di rieditare la narrazione su Calciopoli, magari rendendola “inesistente” agli occhi delle nuove generazioni di lettori. In fondo, se oggi anche Google può “deindicizzare” un contenuto, perché non dovrebbe farlo anche un redattore bianconero con spirito aziendale?
Giornalismo o marketing?
Chi ha autorizzato questo corso ha, almeno formalmente, rispettato le regole. L’Ordine dei Giornalisti ha detto: “non c’è scritto da nessuna parte che non si possa”. Verissimo. Ma non c’è scritto neppure che si debba. Il problema non è la norma, è il principio: un’azienda che ha un interesse diretto nella rimozione di fatti storici non può essere soggetto neutro nella formazione di chi quei fatti deve raccontarli.
È come far tenere un corso sulla dieta mediterranea a un dirigente McDonald’s.
Una memoria che fa comodo
A Torino si vuole l’oblio, ma selettivo: dimenticare Calciopoli, ricordare solo la prescrizione. Dimenticare le intercettazioni, ma incorniciare i titoli tolti. Rimuovere il passato giudiziario, ma lasciare intatta la narrazione vittimista. E se qualche giornalista giovane, alla ricerca di crediti formativi facili, casca nel tranello? Be’, tanto meglio: il nuovo che avanza ha meno zavorre di memoria.
Noi non dimentichiamo
Noi interisti – e direi, noi uomini liberi – siamo per il diritto all’oblio, quando è esercitato da chi ha diritto, non da chi ha interesse. Perché dimenticare si può. Ma pretendere che lo facciano anche gli altri, specialmente se si è responsabili dei fatti, è un’altra storia.
E allora sì: onore al giornalismo libero, a chi non dimentica per convenienza, e a chi ancora distingue la penna dal comunicato stampa. Perché l’ironia è la miglior vendetta contro chi vuole riscrivere la realtà.
E noi, fortunatamente, ce la ricordiamo tutta.












