Non è stato un debutto, è stato un battesimo: l’Inter U23 scende in campo e dichiara già visione. Davanti al Lumezzane, 16 agosto 2025, nella storia del club, i ragazzi di Vecchi hanno capito che ogni prima volta è una mini primavera da incorniciare.
Sul prato del Tullio Saleri, l’Inter U23 di Stefano Vecchi — tecnico scelto per il “fare, non promettere” — ha aperto il sipario mettendo la prima pietra di una stagione che conta. In porta, Melgrati è stato il custode delle aspettative: al 17’, eccezionale sul mancino di Malotti; alla mezz’ora ancora decisivo su Iori. L’esordio non perdona distrazioni, e lui ha risposto col guanto caldo.
Giocata e personalità: Zuberek lascia il segno con un diagonale che non trova lo specchio, ma spacca l’inerzia. Poi, al 41’, Malotti punisce un buco difensivo e porta il Lumezzane avanti — la regola del “gol sbagliato, gol subìto” in versione pratica.
Ma il riscatto è immediato. Prima dell’intervallo, Cinquegrano serve Zuberek in corsa: il polacco, che dopo stagioni in prestito è tornato all’Inter per scrivere pagine nuove, firma il primo gol ufficiale della squadra U23. Una virgola storica nel racconto nerazzurro.
La ripresa vive di nervi, falli e attese: la giocata la firma Kamate al 65’, un sinistro al volo che fulmina Bonardi e completa la rimonta. Il Lumezzane cerca una risposta, ma la difesa nerazzurra — costruita da Vecchi come una barricata — resiste. Primo turno archiviato, passaggio ottenuto.
È buona la prima, non perché facile, ma perché fatta col carattere: l’Inter U23 inaugura la sua storia con una rimonta. Sabato 16 agosto segna l’inizio del suo cammino in Coppa Italia Serie C e prepara il debutto in campionato contro il Novara, lunedì 25 agosto. Non servono proclami: i debutti si scrivono con i piedi, non con i taccuini.
Ieri sera Bari ci ha restituito una verità semplice: l’Inter non cerca alibi, li elenca solo per cancellarli. Dimarco segna con la puntualità di chi sa dove finisce il campo e comincia il culto; Thuram, invece, ricorda a tutti che la porta non è un’opinione. L’Olympiacos protesta per mestiere: legittimo, come gli occhiali scuri di notte—servono più a farsi notare che a vedere.
Sul mercato, qualcuno confonde le trattative con un reality. Lookman serve velocità, cioè quel bene raro che non si insegna: o ce l’hai, o rincorri chi ce l’ha. Kone è il contrario della didascalia: mezzala che non spiega, fa. E se domani arriveranno, sarà per aggiungere verbi, non aggettivi.
In società, Marotta azionista è la notizia meno glamour e più decisiva: c’è chi entra per apparire e chi firma perché sa leggere un bilancio senza labiale. La differenza la vedi quando piove—gli uni aprono l’ombrello, gli altri hanno già costruito il portico.
Il 3‑5‑2 resta l’abito su misura: non grida “moda”, sussurra “funziona”. Sucic regista d’emergenza dimostra che la regia è innanzitutto una buona educazione al pallone; Barella, quando arretra, sembra un cameriere d’alta scuola: si vede poco, ma se sbaglia te ne accorgi subito.
Il resto è un’Italia Nerazzurra che non chiede promesse, pretende esecuzioni. Lunedì c’è il Torino: meno trombe, più spartito. Perché i campionati non si vincono con gli slogan—si vincono come il buon tailleur: cucendo stretto, rifinendo bene, e lasciando agli altri la passerella.
Ci sono amichevoli che passano come acqua di fonte e altre che restano lì, a farti il solletico alla coscienza. Monza–Inter del 12 agosto 2025, finita 2-2 e poi vinta dai nerazzurri ai rigori, è di quelle che lasciano un retrogusto persistente. Non tanto per il punteggio, quanto per quello che ha svelato – e che, da buon interista pragmatico, non posso far finta di non aver visto.
Il primo sorso è amaro: al 26’ Ciurria, brianzolo acquisito e cuore biancorosso, sfrutta una dormita difensiva di Dimarco e infila un Caprari ispirato in versione assist-man. E qui la retroguardia nerazzurra ci ricorda, con la cortesia di un avviso di sfratto, che i vecchi fantasmi non traslocano mai da soli.
Il secondo, doppio, è più dolce: prima dell’intervallo arriva l’autogol di Birindelli, provocato da un cross di Dimarco – la legge del contrappasso, verrebbe da dire – e poi, a inizio ripresa, il colpo di tacco di Pio Esposito. Un gesto tecnico tanto bello quanto rabbioso, completato da una corsa a pugno stretto sotto il settore interista. Qui c’è il futuro: spalle larghe, falli conquistati, sponde da centravanti vero. Chivu lo conosce dall’Under 14 e sa che può farlo diventare il suo ariete.
Il terzo è quello della beffa: quando l’Inter pensa già al rinfresco post-partita, Azzi s’infila come un ospite non invitato e sigla il 2-2 all’89’. Pavard resta a guardare, come se qualcuno avesse tolto la batteria dall’orologio.
Tutti a segno i rigori di Lautaro, Bastoni, Barella, Acerbi e Thuram. Sardo, invece, trova sulla sua strada Josep Martínez, che para e chiude la pratica.
Il 3-5-2 di partenza si trasforma spesso in un 3-1-2-4, con Dimarco e Luis Henrique alti come ali d’altri tempi. L’idea è intrigante, ma dietro ogni mossa audace si nasconde il rischio di lasciare la porta socchiusa. Bene Sucic, sempre più a suo agio da mezzala; bene Bonny, anche se sottoporta deve ritrovare la mira; male Dimarco, che sbaglia sul vantaggio monzese e regala palloni pericolosi.
Dopo la vittoria a Montecarlo col Monaco, Chivu scopre che la strada è ancora lunga: difesa da registrare, intese da rifinire, giovani da far crescere. Ma se il buongiorno si vede dal tacco, il bambino Pio potrebbe diventare il sole di questa Inter.
Gol dopo due minuti, un rosso contestato, un’ora in inferiorità: i nerazzurri rispondono col carattere. Lautaro riapre, Bonny inventa, il Monaco si arrende.
Il copione iniziale è stato una doccia gelata: Akliouche, 2′ sul cronometro, taglia la difesa con una corsa e un tiro che Sommer può solo sfiorare. Il Monaco, squadra in condizione avanzata e all’ottava amichevole, annusa l’occasione di una passerella. Poi, la crepa: al 35′ Vernice, arbitro francese in vena di protagonismo, giudica da secondo giallo un intervento di Çalhanoğlu su Vanderson. È rosso. È discussione. È un ribaltamento tattico immediato. Persino Hütter, tecnico del Monaco, scuote la testa: avrebbe voluto un test vero, 11 contro 11.
Il rosso non piega Chivu, anzi lo costringe a stringere il disegno. Il 3-5-2 resta bussola, ma ora serve verticalità rapida, copertura feroce e lettura chirurgica delle ripartenze. Il Monaco cerca di sfruttare la superiorità, ma Sommer blocca e Acerbi tiene botta. Barella, pur affaticato, apre corridoi e Thuram sfiora il pari con un destro largo di un soffio.
Il vento cambia nella ripresa. Al 60′ Lautaro Martínez riceve in area, difende il pallone, resiste alla spinta e piazza il diagonale del pareggio. È un gesto di mestiere, ma anche di leadership pura: con un uomo in meno, il capitano sceglie il momento per ridare ossigeno alla squadra.
L’80′ è il minuto in cui il Principato cambia faccia. Bonny, entrato fresco ma affilato, strappa palla in pressione alta, dribbla con due finte che sanno di strada e di accademia, e chiude con un destro preciso. È la sua serata, il suo annuncio: l’Inter ha trovato un’arma nuova.
Gli ultimi minuti sono sofferenza e mestiere. Dumfries e Carlos Augusto chiudono i varchi, De Vrij legge ogni pallone alto, Pio Esposito difende la palla come un veterano. Il Monaco, pur più fresco, sbatte contro un muro e si arrende.
Albino, 6 agosto 2025 – L’aria è di quelle che sanno ancora d’amichevole, ma la sostanza è già da categoria. L’Inter U23 torna a casa con il suo primo successo estivo, 1-2 all’Albinoleffe, e non è solo un punteggio a mettere in moto le sinapsi del progetto Vecchi: è il come. Perché la partita, vera e sporca come dev’essere quando affronti chi condividerà il tuo stesso girone in Serie C, racconta di una squadra che inizia a riconoscersi in se stessa. E questo, ad agosto, vale più di tre punti.
Il primo graffio arriva da Kamate, che scappa sulla destra e mette in mezzo un pallone velenoso. La deviazione sfortunata di Potop firma l’autogol che sblocca la partita. È un’autorete, certo. Ma dentro c’è l’intenzione: verticalità, aggressione, coraggio.
L’Albinoleffe pareggia a inizio ripresa con Agostinelli, che riceve in area e batte Raimondi. Il gol che ti aspetti in una partita vera, dove basta un’esitazione per finire in fondo alla propria rete. Lì, l’Inter barcolla un po’. Non tanto per fragilità, quanto per gioventù. Ma non crolla.
Anzi, prende appunti. Vecchi cambia volto alla squadra. Dentro Zuberek, e tutto cambia. All’86’ è lui a prendere la scena: si invola, viene steso in area – rigore netto. E dal dischetto, nonostante l’intuizione del portiere, la palla si insacca: 1-2. Gol, firma, stretta di mano col destino.
Il successo ha il peso specifico dell’umiltà. Perché questa non è la Prima Squadra, dove puoi permetterti di gestire. Qui ogni pallone va guadagnato, ogni rotazione conta, ogni duello è una lezione. Spinaccè, Zarate, Berenbruch, Agbonifo – tutti ragazzi che stanno imparando la Serie C centimetro dopo centimetro. Fontanarosa e Kamate rispondono presenti. È un’orchestra che ancora prova, ma almeno le note non sono stonate.
Dall’altra parte, l’Albinoleffe di Lopez non ha fatto sconti. Ha lottato, ha pareggiato, ha provato a colpire ancora. Buoni segnali da una squadra che sarà avversaria vera nel girone A. Intanto, oggi, è stata una partita che non si può archiviare come semplice test. Perché nell’ultima mezz’ora si è giocato sul serio.
Stefano Vecchi, pragmatico e lucido, sa bene che non è tempo di entusiasmi. Ma dentro al suo taccuino oggi ci sono due certezze: la squadra comincia a respirare come un corpo solo, e Zuberek ha i numeri giusti per prendersi la scena. In silenzio, com’è giusto che sia.
L’Inter U23 vince, soffre, si sporca. Comincia a somigliare a quello che vuole essere. Ed è già qualcosa.
Appiano Gentile, 3 agosto 2025 – Sette gol, due stili, un solo messaggio: l’Inter è tornata. Non tanto nei numeri, larghi e fragorosi quanto basta per titillare i nostalgici delle goleade estive, ma nella postura con cui ha affrontato se stessa. O meglio, la sua versione giovane, rampante e per nulla intimidita, quella Under 23 allenata da Stefano Vecchi che tra un pressing intelligente e due reti oneste ha dimostrato che il vivaio nerazzurro respira ossigeno vero.
Ma la scena – com’è giusto che sia a inizio agosto – se la prendono gli uomini di Cristian Chivu, che inaugura il suo primo atto da allenatore della “prima” con un 7-2 tanto largo quanto pieno di spunti da archivio, se non da agenda. L’agenda, per esempio, di Piero Ausilio e Beppe Marotta, appostati a bordo campo. Il primo prende appunti, il secondo digita messaggi. Chissà, magari proprio a Percassi, nome che rimbalza ogni volta che si nomina Lookman. Ma se il nigeriano per ora è un’ombra di mercato, Bonny è già carne e corsa.
Il francese ha dato il primo segnale del giorno con una zampata rapace, dopo l’assist verticale del solito Lautaro. Ma più che il gol, a colpire è stata la sua presenza: movimenti ampi, spallate intelligenti, un rigore procurato con una progressione mancinissima sulla fascia sinistra. Promosso senza nota, promosso per distacco. In attesa del lookmanismo, c’è già un Bonny-style.
Lautaro ha giocato la parte dell’attore consumato: un assist, un rigore provocato, e un pallonetto d’autore per il momentaneo 4-2. Ha alternato la maschera del 10 rifinitore a quella del 9, con una leggerezza che somiglia alla leadership. Accanto a lui, nel primo tempo, il sistema “inzaghiano” ha retto bene, con Sucic a dettare tempi da mezzala e Asslani a convertire in rigore il break di Bonny. Poi Chivu ha cambiato spartito, passando al 3-4-2-1 con due trequartisti e una punta: test tattico interessante, ancora da rodare, ma già ricco di prospettive.
Il quinto gol è opera di Pio Esposito, che fa quello che i nove devono fare: capitalizzare una palla sporca con un tocco secco, d’istinto, da dentro l’area. Il sesto lo firma Luis Henrique, con un destro da fuori che non è solo un gol, ma un manifesto. Palla sotto l’incrocio, stadio in piedi. Il settimo è un classico Calhanoglu: destro rasoterra da fuori, chirurgico, definitivo.
Ma chi pensa a un monologo, sbaglia. L’Under 23 ha fatto la sua parte, e non solo in controluce. Spinaccè ha sorpreso tutti sbloccando il match, Mosconi ha siglato il momentaneo 2-2 sfruttando un errore di Dumfries – sponda involontaria di testa, errore da matita rossa. Ma quel che conta è l’identità mostrata: Berenbruch, Cocchi, Agbonifo, lo stesso Mosconi, ragazzi che giocano con la testa alta e le idee dritte. Il 16 agosto cominceranno la loro stagione vera contro il Lumezzane, in Coppa Italia Serie C. Ma un pezzo di essa è già cominciato oggi.
La difesa della prima squadra, invece, è ancora nella fase embrionale. Thuram è sembrato spento, De Vrij e Acerbi non impeccabili. Ma è agosto, ed è giusto così. L’importante è il tono generale: verticalità, pressione, linea alta. Chivu chiede esattamente ciò che predicava, e i giocatori lo seguono.
Sette gol, sette segnali. Il calcio d’estate vale ciò che vale: nulla, se si guarda solo il punteggio. Tutto, se si legge tra le righe. E oggi le righe nerazzurre raccontano di una squadra già viva, già affamata, e con qualche certezza in più rispetto al previsto.
Sotto il sole di Appiano, non è (solo) sudore. È una prima bozza di futuro.
Ci sono cose che nella vita vanno protette. Il buon gusto. Le farfalle. I bambini davanti alla VAR. Poi c’è Cristian Chivu, e la questione si complica. A chi sostiene che Chivu va protetto. Perché è giovane, è cresciuto in casa e rappresenta il futuro. Rispondo: perfetto.
Anche l’ornitorinco è giovane, cresciuto in casa e rappresenta il futuro dell’evoluzione sbagliata. Non per questo lo metti titolare in Champions.
Non fraintendiamoci. Chivu è un uomo intelligente. Uno che ha preso testate in faccia al Bernabéu ed è tornato a insegnare calcio in primavera. Solo che tra l’allenare la Primavera e guidare l’Inter c’è di mezzo qualcosa che si chiama: pressione, veleno, aspettative, e gente che ti vuole bene solo quando vinci. E a volte nemmeno allora.
La teoria del parafulmine rovesciato
Proteggere Chivu oggi non significa mettergli una coperta addosso. Significa dirgli la verità: stai entrando in una centrifuga emotiva dove il tuo passato non ti salverà e il tuo presente può durare quanto una story su Instagram.
Perché l’Inter non è una squadra. È una liturgia laica con milioni di fedeli, un algoritmo di speranza e angoscia, e tu sei lì al centro. A giocare con la tattica come se fossi ancora in Primavera. Ma qui i bambini piangono solo quando perdono. Gli adulti, invece, certe volte piangono anche quando vincono.
Chivu, il tecnico d’incubazione
Il vero rischio non è che Chivu sbagli. È che venga promosso non per meriti, ma perché non ci sono alternative più comode. È educato? Sì. Conosce l’ambiente? Sì. Costa poco? Eccoci.
Perché è questo il punto, no? Non che Chivu sia inadatto, ma che sia troppo adatto a un sistema che non ha il coraggio di scegliere un leader, quindi sceglie un volto familiare. È la logica dell’hotel a tre stelle: non ci vai per il lusso, ma perché almeno lì sai dov’è il bagno.
Proteggerlo da cosa?
Dal giudizio? Impossibile. Dalle aspettative? Buona fortuna. Dalla stampa? Ma se siete voi a scatenarla.
Cristian Chivu non ha bisogno di protezione. Ha bisogno di una strategia, una squadra definita, e qualcuno che gli dica in faccia che se perde tre partite di fila, non sarà la nostalgia dei suoi tackle in coppa a salvargli la panchina.
Chi invoca la “protezione di Chivu” in realtà sta solo cercando una scappatoia emotiva da un’eventuale catastrofe tecnica. Perché se fallisce lui, allora tocca guardarsi allo specchio e dire: “Abbiamo sbagliato di nuovo, ma questa volta con gentilezza.”
Ecco, io propongo l’opposto: trattatelo da adulto. Parlate di calcio, non di affetto. E lasciate che sia il campo a proteggerlo. O a crocifiggerlo, come succede a chi entra in questa casa bellissima e tossica che si chiama Inter.
Non me ne vogliano gli estimatori del calcio moderno – quello fatto di highlights, grafiche 3D e aste tra fondi di investimento – ma sentire che si vorrebbero spendere 50 milioni per acquistare Ademola Lookman mi provoca un leggero prurito contabile, seguito da un discreto mal di pancia nerazzurro.
Sia chiaro: Lookman è un ottimo giocatore. Bravo, veloce, funambolico, elegante come una giacchetta doppiopetto alla Scala, e a volte pure letale. Ma da qui a diventare un acquisto da mezza manovra finanziaria, ce ne passa. La tripletta in finale di Europa League non è un curriculum, è un picco. I picchi, come sa chi frequenta la montagna e non solo la Borsa, sono bellissimi, ma pericolosi: da lì si può solo scendere.
Spendere 50 milioni per un attaccante, in una squadra che ha già Lautaro, Thuram, Taremi, Bonny e l’astro nascente Pio Esposito, è come ordinare il caviale su un risotto già condito: un lusso che confonde il gusto e rovina la digestione.
E mentre ci si svena per aggiungere pepe a un reparto già piccante, a centrocampo si arranca, con Barella che gioca ogni partita come se dovesse coprire tre maglie, e in difesa si balla, con un Acerbi stanco e un De Vrij che guarda più la panchina che l’avversario.
Insomma, prima di comprare un Lookman, guardiamoci in faccia (e in bilancio): servono muscoli freschi a metà campo, un vice-Barella vero, non uno di passaggio; serve una falcata giovane in fascia sinistra, per non dover riesumare ogni anno Darmian come fosse Highlander; serve un centrale difensivo di domani, che inizi a respirare l’aria di Bastoni e Pavard.
L’Inter, quella vera, è una società che ha vinto con idee e rigore, non con lo shopping compulsivo. Marotta non è uno che compra per vanità: lui sa riconoscere un affare da un capriccio. E questo, al momento, puzza di capriccio mediatico da fine luglio. Spendere 50 milioni per Lookman è come ordinare uno champagne da 800 euro e poi scoprire che sei astemio. Meglio un buon “novello” tattico, se è quello che ti serve per restare in piedi fino a maggio.
Nel calcio italico, dove il bilancio è spesso un’opinione, e il mercato una corsa a chi spende (male) di più, esiste una coppia che non fa rumore ma fa risultati. Uno viene dalla finanza americana, l’altro dai bar di Varese passando per tutte le scrivanie più complicate del pallone. Insieme, Oaktree e Marotta stanno riscrivendo il manuale di gestione di un club di vertice. Con una particolarità: non stanno rovinando l’Inter, la stanno sistemando. E a guardare i bilanci — altrui — cominciano ad avere un problema: fanno paura.
Uno porta i soldi, l’altro li moltiplica
Oaktree, il fondo californiano che ha preso in mano l’Inter a maggio 2024, ha le idee molto chiare: niente deliri, niente sperperi, niente slogan. Vuole un club competitivo, ma sostenibile. E Marotta? Marotta gli consegna già la creatura pronta: rosa da 800 milioni, monte ingaggi sotto controllo, dirigenti solidi, conti migliorabili ma non più in apnea.
Nel calcio italiano, dove i fondi spesso entrano per smontare, vendere e fuggire, Oaktree si trova in casa un club che sa già far quadrare i conti — giocando bene e vincendo. Il risultato? Il progetto prende una piega imprevista: costruire, non svendere.
Una crescita silenziosa, ma spietata
Dal 2021 a oggi, con Marotta al timone operativo, l’Inter ha:
Aumentato il valore della rosa da 500 a oltre 800 milioni;
Speso poco, spesso nulla, per giocatori poi diventati titolari assoluti (Thuram, Calhanoglu, Sommer, Darmian, Mkhitaryan);
Generato plusvalenze intelligenti, senza mai sventrare la squadra (Onana, Hakimi, Pinamonti);
E soprattutto: creato un modello replicabile, con margini di crescita e utenza globale.
E oggi, con Oaktree, l’obiettivo dichiarato è semplice quanto rivoluzionario per l’Italia: utile operativo entro il 2025.
Sì, avete letto bene. Non “non fare danni”. Non “resistere fino al prossimo prestito”. Proprio: guadagnare.
E intanto gli altri fanno i conti (e non tornano)
Nel frattempo:
La juventus cerca di ricostruire partendo da un buco di 124 milioni, sperando che il ritorno della ragione basti a risanare anni di creatività contabile.
L’altra squadra di Milano stringe i cordoni, chiude l’anno in utile ma con una rosa svalutata e una rivoluzione tecnica da digerire.
Il Napoli rincorre se stesso e il suo ex presidente in ogni angolo di Coverciano.
L’Inter invece tiene i big, aggiunge titolari gratis, sistema i ruoli strategici e in investe sui giovani, il tutto col sorriso di Marotta, che fa sembrare tutto semplice. Come se bastasse leggere le righe dei bilanci per vincere le righe dei giornali.
Una strana coppia, appunto
Oaktree è la finanza che osserva, misura, controlla. Marotta è l’artigiano del pallone che tratta, anticipa e costruisce. Non si assomigliano. Ma insieme fanno un club che non solo funziona, ma dà fastidio. Perché dimostrano che si può vincere senza fare buffi, che si può crescere senza slogan e che non serve vendere ogni estate per stare in piedi.
Altrove, ogni sessione è una roulette. A Milano, sponda nerazzurra, è una tabella Excel con senso logico.
La vera plusvalenza è aver messo Marotta nelle mani giuste, e le mani giuste sull’Inter.
Il 28 luglio di due anni fa l’UEFA escludeva la juventus dalla Conference League
Se qualcuno cerca ancora di raccontare la storiella della “juventus punita per le plusvalenze come tutti”, è bene che si fermi un attimo. E legga le carte, possibilmente quelle scritte in italiano giuridico, non in dialetto da curva.
Perché la realtà, al netto dei comunicati e delle conferenze stampa, è una: la juventus è stata l’unica a essere punita perché l’unica che ha falsificato i bilanci.
Il peccato originale non sono le plusvalenze, ma il falso
Tutti, nel calcio italiano, hanno provato l’ebbrezza della plusvalenza creativa.
Tutti si sono scambiati primavera con clausole esoteriche e valutazioni più adatte a un catalogo d’arte contemporanea che a un registro contabile.
Ma c’è una differenza tra vendere bene e falsificare un bilancio con atti contrari alla legge.
La juventus è finita sotto sanzione sportiva perché, a differenza degli altri, ha:
registrato plusvalenze fittizie con dolo provato
creato accordi occulti sugli stipendi
omesso comunicazioni dovute agli azionisti
architettato manovre contabili con tanto di documentazione interna
E lo ha fatto da società quotata in Borsa, aggravando il quadro.
📌 Cosa sono le plusvalenze?
Le plusvalenze sono i guadagni realizzati dalla vendita di un calciatore per un prezzo superiore a quello a bilancio.
Se un club vende un giovane valutato 0 a 10 milioni, registra +10 a bilancio.
Il problema nasce quando i valori sono gonfiati di proposito, senza reale corrispettivo di mercato, per migliorare artificiosamente il bilancio.
Le date non mentono: quando arrivano le prove, arrivano le condanne
Nel gennaio 2023, la Corte d’Appello FIGC punisce la juventus con -15 punti per le plusvalenze.
Il Collegio di Garanzia del CONI, ad aprile, chiede di motivare meglio.
E a maggio, arriva la conferma definitiva: -10 punti, inflitti per violazione dell’art. 4 (lealtà sportiva) con documentazione concreta: intercettazioni, fogli Excel, accordi verbali registrati.
Tutto questo mentre le altre società coinvolte non sono state sanzionate semplicemente perché non esistevano “fatti nuovi”, cioè non erano emerse prove di dolo.
📌 Articolo 4 Codice di Giustizia sportiva
L’art. 4 punisce ogni comportamento che violi il principio di lealtà, correttezza e probità sportiva.
È un articolo “ombrello”, usato per sanzionare condotte gravi anche se non direttamente previste altrove.
Nel caso juve, è stato applicato in base ai documenti emersi dall’indagine Prisma.
Stagione 2023/24: la juve si salva… pagando
Nel maggio 2023, la juventus accetta un patteggiamento con la FIGC per evitare il secondo round: quello della “manovra stipendi”.
Risultato?
Multa da 718 mila euro
Nessuna penalizzazione nella stagione 2023/24
Ma attenzione: se la juve non avesse patteggiato, erano concrete le ipotesi di ulteriori punti di penalizzazione, cumulabili con quelli già inflitti per le plusvalenze (10 punti nel 2022/23).
In parole povere: altro giro, altra penalizzazione.
📌 Cosa significa “manovra stipendi”?
Durante la pandemia, la juventus comunicò ufficialmente di aver tagliato 4 mensilità agli stipendi dei calciatori.
In realtà, erano stati firmati accordi privati non depositati per restituire quelle mensilità “in nero” negli anni successivi.
Una manovra contabile falsa, mai contabilizzata, con effetti sul bilancio e sulle comunicazioni alla Consob.
E gli altri? Nessuna prova = nessuna sanzione
L’Inter, il Napoli, la Roma, l’Atalanta, la Sampdoria e compagnia citate nelle carte iniziali non sono state punite perché non sono emersi elementi nuovi di reato.
Senza mail compromettenti, senza confessioni interne, senza Excel sospetti, la giustizia sportiva non può sanzionare sulla base di valutazioni “soggettive”.
Chiedere di punire “anche gli altri” in assenza di prove significa voler trasformare il diritto in un esercizio da moviola televisiva.
Ma qui non siamo a Tiki Taka: siamo in un’aula con codici e sentenze.
📌 Cosa sono i “fatti nuovi”?
Per riaprire un processo sportivo già archiviato, servono nuovi elementi non noti al tempo della prima decisione.
Nel caso juventus, le carte dell’indagine Prisma hanno fornito intercettazioni e documenti inediti, che hanno permesso di riaprire il caso.
Per gli altri club non è emerso nulla di nuovo o penalmente rilevante.
Lezione contabile: chi sbaglia e lascia traccia, paga
Se la juventus avesse semplicemente scambiato giocatori a valutazioni alte, sarebbe rimasta nella zona grigia in cui oggi prosperano tanti.
Ma ha lasciato documenti, conversazioni, conti truccati. E li ha lasciati a procuratori, Consob, UEFA, e FIGC.
Non c’è complotto. C’è un reato sportivo e penale.
📌 Il ruolo della CONSOB e della UEFA
Essendo quotata in Borsa, la juventus è soggetta ai controlli della Consob.
Comunicare dati falsi o incompleti costituisce reato.
La UEFA, da parte sua, ha escluso la juve dalla Conference League 2023/24 per violazione delle regole di fair play finanziario.
Capitolo UEFA: l’Europa non perdona
Nel luglio 2023, mentre in Italia si chiudeva con un patteggiamento, l’UEFA calava la mannaia.
Niente sentimentalismi, niente attenuanti.
La juventus viene esclusa dalla Conference League 2023/24 per violazione del Settlement Agreement e delle regole sul fair play finanziario.
Motivo? Comunicazioni fuorvianti e documentazione contabile alterata.
La UEFA non si è limitata a una multa simbolica: ha scelto l’esclusione dalle coppe, la sanzione più dura.
E lo ha fatto senza alcun bisogno delle polemiche da bar: ha letto i bilanci, ha trovato le manipolazioni, e ha sanzionato.
📌 Che cos’è il “settlement agreement”?
È un accordo firmato tra un club e la UEFA per rientrare gradualmente nei parametri del Financial Fair Play.
Nel 2022, la juventus si era impegnata a rispettare determinati vincoli economici.
Ma ha violato quell’accordo con manovre contabili irregolari, documentate anche dalle autorità italiane.
Reati sportivi e finanziari: i due fronti della sanzione
Il caso juventus è un unicum perché agisce su due binari paralleli, entrambi gravi:
La giustizia sportiva italiana, che ha sanzionato la società con –10 punti nel 2022/23 e poi ha chiuso con il patteggiamento nel secondo filone (stipendi e rapporti opachi con agenti).
La giustizia UEFA, che ha inflitto una squalifica dalle competizioni europee, privando la juventus della Conference League 2023/24, con danni d’immagine e mancati introiti stimati in oltre 25 milioni di euro.
📌 Il ruolo dell’UEFA
L’UEFA valuta l’equilibrio economico dei club che partecipano alle sue competizioni.
Nel caso juventus, ha riscontrato che la società aveva “alterato i propri conti” per ottenere la licenza UEFA.
Una condotta giudicata “inaccettabile e sleale” verso gli altri club partecipanti.
Quando le carte parlano, le scuse tacciono
L’Italia ha punito la juventus perché le carte erano schiaccianti.
L’Europa l’ha esclusa perché i bilanci erano truccati.
Né in FIGC, né a Nyon si può entrare con la cravatta elegante e uscirne con una carezza sulla spalla.
Chi omette obblighi verso Consob, simula tagli agli stipendi che non ha fatto, genera plusvalenze fasulle con giocatori da figurine Panini, e poi firma accordi per nascondere tutto… non può aspettarsi clemenza.
Può solo ringraziare chi gli ha permesso di patteggiare.
📌 Cosa conteneva l’indagine “Prisma”
L’inchiesta della Procura di Torino ha portato alla luce:
Intercettazioni compromettenti tra dirigenti
Accordi nascosti con calciatori e agenti
Bilanci manomessi per ottenere iscrizioni e licenze
Questi documenti sono stati usati sia dalla FIGC sia dall’UEFA per adottare le proprie sanzioni.
Il nodo è contabile, non mediatico
Chi racconta che la juventus è stata l’unica punita per le plusvalenze omette un dettaglio fondamentale:
la juventus è stata punita per il falso in bilancio.
Non per il valore gonfiato di un calciatore, ma per aver manomesso i conti e averlo coperto con atti occulti.
Non è persecuzione, è illecito documentato.
È stata salvata da ulteriori penalizzazioni solo grazie a un patteggiamento, che ha chiuso il secondo filone senza punti in meno, ma con l’ammissione delle violazioni.
E mentre in Italia si cerca ancora la cornice giusta per questo quadro, l’Europa ha già staccato il chiodo dal muro.