Categoria: Baüscia

Opinioni sui match dell’Inter.

  • Monaco-Inter 1-2 al Louis II

    Gol dopo due minuti, un rosso contestato, un’ora in inferiorità: i nerazzurri rispondono col carattere. Lautaro riapre, Bonny inventa, il Monaco si arrende.

    Il copione iniziale è stato una doccia gelata: Akliouche, 2′ sul cronometro, taglia la difesa con una corsa e un tiro che Sommer può solo sfiorare. Il Monaco, squadra in condizione avanzata e all’ottava amichevole, annusa l’occasione di una passerella. Poi, la crepa: al 35′ Vernice, arbitro francese in vena di protagonismo, giudica da secondo giallo un intervento di Çalhanoğlu su Vanderson. È rosso. È discussione. È un ribaltamento tattico immediato. Persino Hütter, tecnico del Monaco, scuote la testa: avrebbe voluto un test vero, 11 contro 11.

    Il rosso non piega Chivu, anzi lo costringe a stringere il disegno. Il 3-5-2 resta bussola, ma ora serve verticalità rapida, copertura feroce e lettura chirurgica delle ripartenze. Il Monaco cerca di sfruttare la superiorità, ma Sommer blocca e Acerbi tiene botta. Barella, pur affaticato, apre corridoi e Thuram sfiora il pari con un destro largo di un soffio.

    Il vento cambia nella ripresa. Al 60′ Lautaro Martínez riceve in area, difende il pallone, resiste alla spinta e piazza il diagonale del pareggio. È un gesto di mestiere, ma anche di leadership pura: con un uomo in meno, il capitano sceglie il momento per ridare ossigeno alla squadra.

    L’80′ è il minuto in cui il Principato cambia faccia. Bonny, entrato fresco ma affilato, strappa palla in pressione alta, dribbla con due finte che sanno di strada e di accademia, e chiude con un destro preciso. È la sua serata, il suo annuncio: l’Inter ha trovato un’arma nuova.

    Gli ultimi minuti sono sofferenza e mestiere. Dumfries e Carlos Augusto chiudono i varchi, De Vrij legge ogni pallone alto, Pio Esposito difende la palla come un veterano. Il Monaco, pur più fresco, sbatte contro un muro e si arrende.

  • Il primo morso dei cuccioli

    Albino, 6 agosto 2025 – L’aria è di quelle che sanno ancora d’amichevole, ma la sostanza è già da categoria. L’Inter U23 torna a casa con il suo primo successo estivo, 1-2 all’Albinoleffe, e non è solo un punteggio a mettere in moto le sinapsi del progetto Vecchi: è il come. Perché la partita, vera e sporca come dev’essere quando affronti chi condividerà il tuo stesso girone in Serie C, racconta di una squadra che inizia a riconoscersi in se stessa. E questo, ad agosto, vale più di tre punti.

    Il primo graffio arriva da Kamate, che scappa sulla destra e mette in mezzo un pallone velenoso. La deviazione sfortunata di Potop firma l’autogol che sblocca la partita. È un’autorete, certo. Ma dentro c’è l’intenzione: verticalità, aggressione, coraggio.

    L’Albinoleffe pareggia a inizio ripresa con Agostinelli, che riceve in area e batte Raimondi. Il gol che ti aspetti in una partita vera, dove basta un’esitazione per finire in fondo alla propria rete. Lì, l’Inter barcolla un po’. Non tanto per fragilità, quanto per gioventù. Ma non crolla.

    Anzi, prende appunti. Vecchi cambia volto alla squadra. Dentro Zuberek, e tutto cambia. All’86’ è lui a prendere la scena: si invola, viene steso in area – rigore netto. E dal dischetto, nonostante l’intuizione del portiere, la palla si insacca: 1-2. Gol, firma, stretta di mano col destino.

    Il successo ha il peso specifico dell’umiltà. Perché questa non è la Prima Squadra, dove puoi permetterti di gestire. Qui ogni pallone va guadagnato, ogni rotazione conta, ogni duello è una lezione. Spinaccè, Zarate, Berenbruch, Agbonifo – tutti ragazzi che stanno imparando la Serie C centimetro dopo centimetro. Fontanarosa e Kamate rispondono presenti. È un’orchestra che ancora prova, ma almeno le note non sono stonate.

    Dall’altra parte, l’Albinoleffe di Lopez non ha fatto sconti. Ha lottato, ha pareggiato, ha provato a colpire ancora. Buoni segnali da una squadra che sarà avversaria vera nel girone A. Intanto, oggi, è stata una partita che non si può archiviare come semplice test. Perché nell’ultima mezz’ora si è giocato sul serio.

    Stefano Vecchi, pragmatico e lucido, sa bene che non è tempo di entusiasmi. Ma dentro al suo taccuino oggi ci sono due certezze: la squadra comincia a respirare come un corpo solo, e Zuberek ha i numeri giusti per prendersi la scena. In silenzio, com’è giusto che sia.

    L’Inter U23 vince, soffre, si sporca. Comincia a somigliare a quello che vuole essere. Ed è già qualcosa.

  • Inter vs Inter U23: un racconto di famiglia con futuro dentro

    Appiano Gentile, 3 agosto 2025 – Sette gol, due stili, un solo messaggio: l’Inter è tornata. Non tanto nei numeri, larghi e fragorosi quanto basta per titillare i nostalgici delle goleade estive, ma nella postura con cui ha affrontato se stessa. O meglio, la sua versione giovane, rampante e per nulla intimidita, quella Under 23 allenata da Stefano Vecchi che tra un pressing intelligente e due reti oneste ha dimostrato che il vivaio nerazzurro respira ossigeno vero.

    Ma la scena – com’è giusto che sia a inizio agosto – se la prendono gli uomini di Cristian Chivu, che inaugura il suo primo atto da allenatore della “prima” con un 7-2 tanto largo quanto pieno di spunti da archivio, se non da agenda. L’agenda, per esempio, di Piero Ausilio e Beppe Marotta, appostati a bordo campo. Il primo prende appunti, il secondo digita messaggi. Chissà, magari proprio a Percassi, nome che rimbalza ogni volta che si nomina Lookman. Ma se il nigeriano per ora è un’ombra di mercato, Bonny è già carne e corsa.

    Il francese ha dato il primo segnale del giorno con una zampata rapace, dopo l’assist verticale del solito Lautaro. Ma più che il gol, a colpire è stata la sua presenza: movimenti ampi, spallate intelligenti, un rigore procurato con una progressione mancinissima sulla fascia sinistra. Promosso senza nota, promosso per distacco. In attesa del lookmanismo, c’è già un Bonny-style.

    Lautaro ha giocato la parte dell’attore consumato: un assist, un rigore provocato, e un pallonetto d’autore per il momentaneo 4-2. Ha alternato la maschera del 10 rifinitore a quella del 9, con una leggerezza che somiglia alla leadership. Accanto a lui, nel primo tempo, il sistema “inzaghiano” ha retto bene, con Sucic a dettare tempi da mezzala e Asslani a convertire in rigore il break di Bonny. Poi Chivu ha cambiato spartito, passando al 3-4-2-1 con due trequartisti e una punta: test tattico interessante, ancora da rodare, ma già ricco di prospettive.

    Il quinto gol è opera di Pio Esposito, che fa quello che i nove devono fare: capitalizzare una palla sporca con un tocco secco, d’istinto, da dentro l’area. Il sesto lo firma Luis Henrique, con un destro da fuori che non è solo un gol, ma un manifesto. Palla sotto l’incrocio, stadio in piedi. Il settimo è un classico Calhanoglu: destro rasoterra da fuori, chirurgico, definitivo.

    Ma chi pensa a un monologo, sbaglia. L’Under 23 ha fatto la sua parte, e non solo in controluce. Spinaccè ha sorpreso tutti sbloccando il match, Mosconi ha siglato il momentaneo 2-2 sfruttando un errore di Dumfries – sponda involontaria di testa, errore da matita rossa. Ma quel che conta è l’identità mostrata: Berenbruch, Cocchi, Agbonifo, lo stesso Mosconi, ragazzi che giocano con la testa alta e le idee dritte. Il 16 agosto cominceranno la loro stagione vera contro il Lumezzane, in Coppa Italia Serie C. Ma un pezzo di essa è già cominciato oggi.

    La difesa della prima squadra, invece, è ancora nella fase embrionale. Thuram è sembrato spento, De Vrij e Acerbi non impeccabili. Ma è agosto, ed è giusto così. L’importante è il tono generale: verticalità, pressione, linea alta. Chivu chiede esattamente ciò che predicava, e i giocatori lo seguono.

    Sette gol, sette segnali. Il calcio d’estate vale ciò che vale: nulla, se si guarda solo il punteggio. Tutto, se si legge tra le righe. E oggi le righe nerazzurre raccontano di una squadra già viva, già affamata, e con qualche certezza in più rispetto al previsto.

    Sotto il sole di Appiano, non è (solo) sudore. È una prima bozza di futuro.

  • Nella patria dei bilanci col cerchio, debutta l’unico progetto con la testa: Inter U23

    Dopo la juve next gen, il milan futuro (retrocesso in serie D) e l’Atalanta U23, da quest’anno ci sono anche i nostri ragazzi.

    In un calcio dove ogni passo in avanti sembra un retro-passaggio al portiere del ‘94, l’Inter fa qualcosa di spudoratamente sensato: fonda una seconda squadra per far giocare i giovani. Già questo, in Italia, è un atto rivoluzionario. Se poi questi giovani pareggiano in rimonta al debutto, con spirito, ardore e una certa impudenza tattica, allora possiamo pure dire che la storia è cominciata col piede giusto. E senza infradito.

    Il 27 luglio 2025 resterà inciso nella memoria nerazzurra non per il risultato – un 2-2 che fa curriculum più che statistica – ma per l’atto inaugurale di un’idea concreta, moderna e (mi perdonerete l’eresia) europea. Il calcio italiano, abituato a mettere la tuta a pensionati in cerca di ultime panchine, guarda con sospetto chi investe sui ventenni. L’Inter, invece, osa. Crea. E costruisce un ponte tra la Primavera e San Siro, passando per la trincea vera della Serie C.

    E allora eccoli, questi ragazzi vestiti di nerazzurro ma col cuore sgualcito dalla prima maglia vera. Prendono gol? Sì. Reagiscono? Soprattutto. Pareggiano nel recupero con un colpo di testa da calcio d’angolo che sa di giovinezza e di fame. E lo fanno contro un Trento tosto, in uno stadio vero, con la pressione di chi non può permettersi il lusso di sbagliare perché ogni errore pesa doppio, quando sei il primo della tua specie.

    Chi pensava a un Inter U23 come una passerella per figli di papà si ricreda. Qui si fatica. Si suda. Si incassano legnate vere, non like su Instagram. E c’è un certo Stefano Vecchi, uomo d’ordine e di sostanza, a fare da lievito madre. Uno che la categoria la conosce come le curve della tangenziale Est. Uno che se deve alzare la voce, la alza in dialetto e senza filtro.

    L’importanza di questa partita non sta solo nei gol. Sta nel messaggio: l’Inter non aspetta i talenti. Li fabbrica. Li tempra. Li manda in campo in uno dei tornei più duri, senza Photoshop. Perché crescere in Serie C è come imparare a nuotare buttati nel Naviglio: se galleggi qui, puoi andare ovunque.

    E infine un pensiero, che se fossimo in un processo lo definirebbero “circostanziale ma significativo”: mentre altrove si parla ancora di multiproprietà, debiti a rotazione e bilanci creativi come un corso di acquarello, l’Inter presenta un progetto solido, sostenibile, e persino romantico. Roba da far girare la testa ai contabili della FIGC e agli esperti di fanta-finanza.

    Il 2-2 di Trento è un pareggio? Sì. Ma è anche una dichiarazione d’intenti. E se l’U23 è il futuro, allora possiamo dormire sereni.
    Sempre che ci lascino sognare.

  • La rivoluzione rimandata che costa un Mondiale

    Alzi la mano chi, ieri sera, non ha rivisto per lunghi tratti l’Inter di Monaco. Quella lenta, spenta, senza identità. La squadra che avrebbe dovuto cambiare pelle, a Charlotte ha finito per ripetere la peggior serata dell’intero anno. Il Mondiale per club finisce con un’eliminazione amarissima, ma tutt’altro che imprevedibile: alla luce del 2-0 incassato dal Fluminense è facile imputare al mister scelte sbagliate, la verità è che sono apparse evidenti le condizioni fisiche precarie e una stanchezza mentale mai veramente superata.

    Christian Chivu, chiamato alla gestione del “supplemento” di stagione, ha avuto il merito di salvare la faccia dell’Inter contro il River Plate. Ma alla prima vera difficoltà, ha scelto la via più prudente. Ha rimandato la rivoluzione, quando invece serviva il coraggio di stravolgere tutto.

    Era chiaro che il Mondiale per club, con la sua collocazione estiva e le condizioni ambientali proibitive, non potesse diventare il punto esclamativo di una stagione piena di parentesi aperte. Ma almeno i quarti – obiettivo minimo – dovevano essere raggiunti. Non solo per i 12,2 milioni in palio, ma per dare un senso alla tournée americana, per restituire energia a un progetto tecnico uscito ammaccato dal finale di stagione europea.

    E invece, a Charlotte, l’Inter si è presentata con l’abito peggiore, mettendo in mostra la versione più faticosa e prevedibile di se stessa. Un undici titolare formato da molti reduci logori – Thuram su tutti – e da gerarchie che hanno frenato l’energia dei giovani. Il caldo, l’umidità, il campo secco e il viaggio coast-to-coast non sono scuse: sono dati di fatto. Ma sono gli stessi che avrebbero consigliato, se non imposto, un approccio più coraggioso.

    Pronti via, regaliamo l’1-0 al Fluminense. Una sequenza imbarazzante tra De Vrij, Bastoni e Sommer, chiusa dal colpo di testa di Cano che buca il portiere sotto le gambe. È il prologo a un primo tempo che sa di déjà vu. Ritmi bassi, passaggi orizzontali, zero profondità. Dimarco ci prova un paio di volte, ma è l’unica fiammella nel buio. Mentre il Fluminense, squadra modesta ma ordinata, gioca con mestiere: disturba la costruzione dal basso e poi si chiude a riccio, contando sull’arbitro Barton, poco reattivo e spesso ingannato da teatrini carioca d’altri tempi.

    Nella ripresa, finalmente, Chivu cambia. Dentro Sucic, Luis Henrique, Carboni. Esce la vecchia Inter, entra quella che forse avrebbe dovuto partire dall’inizio. I ragazzi guadagnano campo, creano occasioni, colpiscono un palo con Lautaro e sprecano un’occasione clamorosa con Sebastiano Esposito. Ma la rimonta non arriva. E nel recupero, mentre l’Inter meriterebbe il pareggio, arriva il 2-0 di Hercules. Chiusura simbolica e amara.

    Il mister aveva di fronte un bivio. Poteva dare subito spazio a chi aveva gamba e motivazioni, o affidarsi ancora alla vecchia guardia, a una squadra che ha corso più di 5.000 minuti in stagione e che non ha più energie. Ha scelto la seconda. Pagando dazio. Forse ha pensato che l’esperienza potesse bastare contro un Fluminense armato solo di compattezza. Ma il calcio non aspetta nessuno, e il fisico non si comanda.

    I dati sono impietosi: questa è la stagione più lunga della storia nerazzurra (63 partite), senza neanche un trofeo da esibire. Ci sono stati momenti straordinari – la doppia sfida col Barcellona su tutti – e c’è stata anche la capacità di rispondere a una crisi societaria silenziosa con dignità e risultati economici (oltre 100 milioni di ricavi tra UEFA e FIFA). Ma l’Inter è l’Inter e non può finire l’anno a mani vuote senza considerarlo fallimentare.

    Al triplice fischio, Lautaro Martinez ha detto quello che molti pensano: «Chi non vuole lottare, vada via». Parole pesanti, da capitano vero. Uno sfogo che ha scosso l’ambiente e che, a giudicare dai sussurri, non è del tutto scollegato dalla posizione di alcuni senatori — Calhanoglu in primis. È il segnale che qualcosa si è rotto, o quanto meno incrinato, all’interno di un gruppo che negli ultimi mesi ha perso intensità, fame, direzione.

    La consolazione è che non ripartiamo da zero. L’eliminazione non mette in discussione la programmazione estiva: ci saranno rinforzi, c’è un mercato da costruire con lucidità e alcune fondamenta su cui contare. Ma da oggi, Chivu non può più permettersi esitazioni. Dovrà fare scelte chiare, anche dolorose. Dovrà decidere su chi puntare davvero. Perché la rivoluzione non può essere rimandata ancora. Dopo Monaco, Charlotte ha detto che l’Inter ha bisogno di cambiare pelle. Stavolta per davvero.

  • Non chiamatelo chivulismo… ma

    C’è un momento, un’ora abbondante a dire il vero, in cui la squadra non solo vince, ma convince, cresce, si riconosce. L’Inter che ha battuto il River Plate 2-0 al Lumen Field di Seattle non è solo una squadra agli ottavi del Mondiale per Club: è il primo, nitido frammento di qualcosa che somiglia a un’identità. Forse – anche se lui preferisce evitare – è l’alba dell’Inter di Chivu.

    “Non iniziamo con queste cose, manca solo da dire ‘chivulismo’ adesso”, ha tagliato corto il tecnico romeno nel dopopartita, con l’ironia di chi conosce bene le trappole dell’entusiasmo. Ma è proprio in quella sobrietà che si intravede la forza del progetto: niente proclami, solo lavoro, rigore e appartenenza.

    Il 2-0 con cui l’Inter ha liquidato il River non racconta tutto. Perché la partita – durissima, vera, intensa – ha mostrato un’Inter capace di adattarsi, soffrire, reggere, e poi imporsi. Il River, spinto da oltre 20 mila tifosi e da una tradizione orgogliosa, ha scelto la strada dell’agonismo: pressing alto, uomo contro uomo, duelli fino all’ultimo centimetro. Chivu aveva previsto tutto. In conferenza aveva evocato la necessità di “mangiare merda” e il campo gli ha dato ragione: nel primo tempo i nerazzurri hanno retto l’urto, nel secondo hanno alzato l’intensità, preso in mano il centrocampo e dominato la scena.

    Una gara da Mondiale vero, altro che amichevole estiva. Il livello dello scontro è stato altissimo: 120 contrasti, 66 vinti dall’Inter, falli duri, nervi tesi. E alla fine, anche una rissa. Ma a prevalere è stata la lucidità.

    È il primo gol di Pio Esposito con l’Inter, ma non è solo un gol. Il bambino (cit.), classe 2005, al debutto da titolare, si è preso la scena con una prestazione da centravanti vero. Sportellate con Diaz e Martinez Quarta, sponde, movimenti giusti, freddezza. Il gol, arrivato su assist perfetto di Sucic, è il coronamento di una serata da incorniciare.

    Ma anche su di lui, Chivu frena: “Con calma. Non dimentichiamoci che è un 2005. Ha margini di crescita importanti, ma deve continuare a lavorare”. E in un calcio che troppo spesso brucia i talenti, questo approccio vale oro.

    “Sono 14 giorni che siamo in ritiro e i ragazzi rispondono così dal punto di vista caratteriale”, continua il mister. Ed è vero. L’Inter ha mostrato un’anima collettiva, fatta di disponibilità, sacrificio, adattamento. Sommer guida la difesa con esperienza, Bastoni – capitano – sigilla il match con un gol da leader. Mkhitaryan e Barella non si tirano mai indietro. Sucic entra e cambia la partita. Lautaro è ovunque, colpisce un palo, crea, si immola. Dimarco ritrova brillantezza, Dumfries rientra con una corsa inarrestabile.

    Non è solo tattica. È mentalità, quella che serve per affrontare un Mondiale con ambizione.

    La svolta arriva al 65’, quando Martinez Quarta stende Mkhitaryan lanciato a rete: rosso diretto, River in 10. Da lì è un assolo nerazzurro. L’Inter sfonda con continuità, colleziona occasioni, e infine passa: Pio Esposito segna, Bastoni raddoppia in pieno recupero con una grande azione personale.

    Il River chiude in 9, nervoso, stremato, incapace di reagire. Ma onore ai Millonarios e ai loro tifosi, capaci di trasformare Seattle in una piccola Buenos Aires. Perché, come dice Chivu, “mi ha fatto piacere vedere la loro passione”.

    Lunedì 30 giugno alle 21 italiane a Charlotte, sarà sfida al Fluminense di Thiago Silva. Un’altra battaglia, un altro scontro ad alta intensità, e noi ci arriviamo un po’ più consapevoli, un po’ più convinti e un po’ più squadra.

  • Mondiale per Club: Lautaro e Carboni, l’anima argentina che salva l’Inter (al 92’)

    Nel calcio, ci sono partite che non si vincono con il gioco, ma col carattere. L’Inter porta a casa proprio una di queste, e ci mette 92 minuti per trovare il modo. Il tabellino dice 2-1 contro l’Urawa Red Diamonds, ma basta uno sguardo al campo per capire che è una vittoria più mentale che tecnica, più di carattere che di brillantezza. Un successo sporco, pesante, necessario. Soprattutto per Chivu, alla sua prima gioia da tecnico nerazzurro.

    Eppure, la sfida sembrava destinata ad altro. La rete di Watanabe nel primo tempo – un regalo confezionato da Dimarco, Carlos Augusto e Luis Henrique – riassume perfettamente l’Inter attuale: distratta, appesantita, fragile. Un’Inter ancora scossa dai fantasmi del disastro di Monaco, incapace di trasformare il possesso in pericolo, che per lunghi tratti rumina palloni senza costrutto, si incarta davanti al muro giapponese trasformato da 4 a 6 difensori con elasticità e disciplina tattica.

    A brillare è il capitano, che al 78’ piazza un gol da fuoriclasse assoluto: spalle alla porta, si esibisce in un gesto tecnico difficilissimo, una sorta di semi rovesciata verticale con l’esterno del piede destro. Completa la rimonta l’altro argentino, Valentin Carboni, che nel recupero capitalizza un’azione confusa ma disperata, chiude la rimonta e ci regala tre punti vitali.

    Il destino vuole che anche stavolta, come 46 giorni fa con Acerbi contro il Barcellona, sia un sinistro a chiudere il sipario. Un’altra gioia che arriva allo scadere, come se questa squadra avesse bisogno del dramma per accendersi. E nonostante le lacune evidenti – una transizione tattica non ancora digerita, un modulo che zoppica e una rosa corta in attacco – la reazione c’è. Confusa, forse. Ma c’è.

    Perché se è vero che la qualità appare a tratti desolante, la voglia di ribaltare il destino non manca mai. Il ritorno al 3-5-2 dà ordine, Mkhitaryan porta esperienza e stabilità, seppur non incisività. Mancano come il pane giocatori che saltano l’uomo, mancano fantasia e brio. Intanto portiamo a casa questa vittoria fondamentale, non tanto per il cammino in sé, quanto per l’importanza che riveste sul piano psicologico. Provate a pensare se l’avessimo persa o pareggiata.

    Chivu ora sa che la qualificazione agli ottavi è lì, a un passo. Basta fare risultato contro il River Plate. Ma capisce anche che senza Thuram questa squadra perde profondità, che Esposito ha ancora troppa timidezza, e che per competere serve ben altro che un buon possesso palla sterile. Serve concretezza. E magari anche qualche mente libera come quella di Carboni o Sucic – ragazzi che non vivono il trauma del PSG e che giocano con incoscienza, e forse proprio per questo fanno la differenza.

    In fondo, la lezione è chiara: si può anche giocare male. Ma certe partite, se le vinci, valgono doppio. Per la classifica. E per la testa.

  • Il debutto mondiale tra ruggine e rimpianti. Così non basta

    Il primo passo è stato più rumoroso per ciò che è mancato che per ciò che si è visto. L’Inter apre il suo Mondiale per club con un pareggio 1-1 contro il Monterrey che ha il sapore di un’occasione sprecata. Non tanto per l’avversario, comunque dignitoso nella sua semplicità, quanto per quello che i nerazzurri hanno lasciato sul campo: ritmo basso, idee annebbiate e gambe impastate. Altro che inizio trionfale: la nuova era Chivu parte sotto un cielo messicano grigio, e non solo per colpa del meteo.

    Il pareggio di Lautaro – che risponde a Sergio Ramos – evita il tonfo, ma non cancella le nuvole. Perché se è vero che l’Inter ha provato a reagire e qualcosa, qua e là, si è intravisto (soprattutto nei cambi di modulo e nell’ingresso dei nuovi Sucic e Luis Henrique), è altrettanto vero che questa squadra – per ora – non ha ancora trovato un’identità post-Inzaghi. Anzi, sembra portarsi dietro le sue stesse inquietudini: difesa ballerina, attacco spuntato, e un senso di precarietà mentale che pesa più della fatica fisica.

    Cristian Chivu, alla sua prima internazionale da allenatore nerazzurro, ha provato a rimanere saldo al timone: “Non cerco scuse, ma abbiamo poche energie”. Dichiarazione onesta, ma anche pericolosa. Perché al Mondiale per club non c’è tempo per carburare: sabato contro gli Urawa Red Diamonds si gioca già una fetta di qualificazione. E la versione estiva e svagata dell’Inter vista nel primo tempo al Rose Bowl non basta. Non può bastare.

    L’attacco si regge ancora una volta sulle spalle di Lautaro, ormai leader tecnico, morale e anche psicologico. Il suo gol nasce da un’intuizione di Asllani, dalla generosità di Carlos Augusto e, diciamolo, da un’imperdonabile disattenzione del Monterrey. Ma se serve un errore degli altri per accendersi, allora il motore interista è ancora in panne. Esposito non punge, Thuram entra senza cambiare marcia, e Zalewski spreca un’occasione d’oro. Il problema non è solo nella finalizzazione, ma nella qualità delle scelte: l’Inter crea, ma male. Tanta corsa, poca fame.

    Poi c’è la difesa, che ha perso ogni aura di sicurezza. Il gol subito da calcio d’angolo è una sintesi perfetta del momento: Bastoni sbaglia, Acerbi si fa fregare nel movimento, Pavard si fa sovrastare. E mentre Lautaro chiede di “lavorare sulla difesa a zona”, Chivu precisa che “su Ramos era marcatura a uomo”. Dettagli che rivelano un cantiere ancora aperto, con troppe pareti fragili e fondamenta in costruzione.

    L’Inter ha provato a cambiare pelle durante il match, passando dal 3-5-2 al 3-4-1-2 e poi al 3-4-2-1. Segno che Chivu ha idee, ma anche che non ha ancora una mappa precisa. L’inserimento di Sucic e Luis Henrique – due volti nuovi con appena un paio di allenamenti – è coraggioso, ma non può bastare. La transizione è iniziata, ma è lenta. E nel calcio, come nella vita, chi cammina troppo piano rischia di essere travolto.

    “Non ci vergogniamo mai di quello che facciamo in campo”, ha detto Chivu. Una dichiarazione di dignità, certo. Ma l’orgoglio, da solo, non porta titoli. E nemmeno vittorie. Adesso serve di più: lucidità, intensità, coraggio. Contro l’Urawa servirà fame vera. Fame da Inter.

    Perché se è vero – come ha detto lo stesso tecnico – che “abbiamo fatto il massimo, il meglio di quel che avevamo dentro”, allora la domanda vera è un’altra: è abbastanza, questo massimo? La risposta, come sempre, arriverà dal campo. Ma intanto il Mondiale, quello vero, non aspetta nessuno. Nemmeno l’Inter.

  • 0 titoli

    L’incubo è reale, ed è persino peggio di qualunque pessimistica previsione: lasciamo la coppa ai francesi che ci rifilano una manita nella notte più buia di sempre. L’abisso atletico tra noi e loro lascia pochi spazi alle discussioni, i ragazzi non sono mai entrati in partita, mai, neanche un minuto. Stanchi? Possibile. Non al 100? Molto probabile. Loro la mettono subito su quel piano lì: ci regalano una rimessa laterale nella nostra tre quarti come a sfidarci -ecco la palla, vediamo che fate-. Purtroppo facciamo poco, nulla effettivamente, per tutti i 90 minuti.

    Non meritavamo un epilogo tanto amaro, ma questo è il calcio e questa è la vita reale: la cenerentola Inter saluta la settima finale della sua storia senza un lieto fine. Anzi, con un finale horror. Non sapremo mai quello che avrebbe potuto essere con una gestione più oculata degli uomini, mi tormenta il pensiero che questa stagione l’abbiamo un po’ buttata nel cesso noi. Ma tant’è.

    Qualche ora prima del fischio d’inizio muore l’uomo dell’Inter dei record, che rimarrà ineguagliabile grazie allo storico successo nel campionato a 2 punti per vittoria. Un altro dolce ricordo che mi lega a quegli anni è la conquista della prima Coppa UEFA, la mia prima gioia dai palcoscenici internazionali. Addio Presidente Pellegrini, e grazie. Io c’ero quando giocava la sua Inter, me la ricordo bene, avrebbe meritato di raccogliere di più per quanto ha seminato, ma questo è il calcio, questa è la vita. Un abbraccio nerazzurro sincero.

  • 1 punto

    E alla fine decide un punto, un punticino lasciato al Meazza contro la Roma. Magari quel calcio di rigore che ci spettava l’avremmo sbagliato, magari no. E allora saremmo qui, con i calendari alla mano, a discutere della data migliore per giocarsi lo spareggio. E non sarebbe roba da poco, giacché siamo in attesa di giocare la finale della competizione più importante, quella che archivierà questa stagione tra le indimenticabili della nostra storia — in un senso o nell’altro.

    È stato un campionato folle, tanto che, sul vantaggio del Napoli, per un momento ho pensato che solo noi avremmo potuto vincerlo. Ma la vecchia Pazza Inter, evidentemente, non c’è più: è stata rimpiazzata da pragmatismo e programmazione di inzaghiana e marottiana fattura. Ed è un bene: due finali di Champions in tre anni, chi mai le ha viste? Dopo quasi mezzo secolo di sussulti a tinte nerazzurre, posso contare sufficienti cartoline scintillanti impresse nelle sinapsi e cicatrici sul cuore, e vi assicuro che stagioni capaci di vantare un’intensità e un’altalena di emozioni come quella che sta per concludersi non ce ne sono molte, forse nessuna.

    Mi piacerebbe chiedere al mister come mai, a suo tempo, non abbia risparmiato nervi e muscoli ai “titolarissimi”, evitandogli le fatiche delle due coppe nazionali. Chi mi conosce sa che da gennaio predico parsimonia, considerato che siamo la squadra più vecchia d’Italia… e ho a lungo imprecato quando ho letto dei complimenti a Inzaghi per aver schierato in Supercoppa gli stessi uomini del Campionato e delle critiche a Gasperini per il turnover esagerato. Ecco. Oggi, probabilmente, gli stessi scriverebbero l’esatto contrario. Del resto, in queste ultime partite, le seconde linee hanno rimpolpato il nostro tesoretto con prestazioni e punti.

    Detto ciò, mi auguro davvero che il mister impari da questa esperienza e che continui a “sedersi” — si fa per dire con Inzaghi… — ancora a lungo sulla nostra panca. Quella che ha messo in pista è una macchina eccezionale: non ricordo altre Inter così belle e competitive, in abito nazionale e internazionale.

    A completare questo finale di stagione, registriamo anche la proposta indecente degli arabi dell’Al-Hilal Saudi Club che promettono ponti d’oro al nostro tecnico — tentandolo (inutilmente, spero) — e la lettera di Domenico Rocca inviata alla Commissione Arbitrale Nazionale, che ci fa incazzare ancora di più, se mai fosse possibile.