Categoria: Baüscia

Opinioni sui match dell’Inter.

  • Ajax-Inter 0-2

    Finalmente ci mettiamo la testa!

    C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’aver riscoperto l’Inter più vera all’ombra dei mulini e dei tulipani, tra i canali di Amsterdam. Alla Johan Cruijff Arena, Chivu ha tracciato una linea netta, di personalità, di concretezza, e – sorprendentemente – anche di bellezza calcistica.

    Dopo due scivoloni pesanti in Serie A, l’Inter era arrivata con gli occhi di chi cerca disperatamente un reset. Serviva una terapia d’urto, qualcosa che ricucisse fiducia e atmosfera. Amsterdam, con la sua storia europea e la tensione della Champions, è stata la cornice perfetta. Ma più del contesto è servita la sostanza: un gruppo raccolto, consapevole dei propri limiti e capace di trasformarli in spinta.

    E poi c’è stato Thuram. In quel sorriso, rabbioso e liberatorio, si legge un calcio meno pettinato e più vero. Nessun bisogno di invenzioni da laboratorio: bastano istinto, tempismo e la certezza che l’occasione, se capita, va convertita in condanna. Due corner di Calhanoglu, due stoccate da centravanti d’area. Thuram è il promemoria che la semplicità, se fatta bene, sa essere spietata.

    Tra le grandi seconde linee è spuntato il più giovane: Pio Esposito, al debutto da titolare in Champions, ha messo freschezza e furore. Non ha tremato, non ha abbassato lo sguardo. Si è preso la scena senza chiedere permesso, regalando a Chivu un’arma nuova e al pubblico un futuro da annotare.

    La parata di Sommer su Godts è stata il manifesto: riflesso, freddezza, mestiere. Non un gesto isolato ma l’immagine di una difesa ordinata, compatta, finalmente affidabile. Non si è cercato lo spettacolo, ma lo si è tirato fuori al momento giusto, senza disperdere energie in orpelli.

    Chivu ha parlato con le scelte: non serve rivoluzionare, serve fidarsi. Il modulo è lo stesso, i pilastri anche. A cambiare è la testa, la fame, l’atteggiamento. In Europa non vince chi si agita di più, vince chi ripete con lucidità i gesti che diventano muscoli.

    Così, lontano da San Siro e dai riflettori domestici, l’Inter ha ritrovato se stessa. È stato un ritorno di forza, un ritorno di testa, prima ancora che di gambe. Un colpo di Thuram, un applauso a Esposito, una parata di Sommer: tasselli di una serata che rimette ordine alle ambizioni.

    Senza sbroccare di entusiasmo, possiamo dirlo: almeno per una notte, l’Inter ha ricominciato a sentirsi grande.

  • La realtà che bussa alla porta

    Vecchi: “Qui non basta un po’ di qualità".
    Vecchi: “Qui non basta un po’ di qualità”.

    C’è chi ama le favole, e poi c’è la Serie C. L’Inter U23 aveva passato giornate a raccontarsi di non aver mai perso: due pareggi, un altro punticino, la sensazione di essere imbattuti. Una narrativa consolatoria, da calendario dell’Avvento. Ma la realtà non bussa: entra, spinge la porta e si accomoda. Il Lecco vince 1-0 a Milano e toglie il sonno ai nerazzurrini.

    E non è un caso isolato: sabato la prima squadra ha subito la sconfitta contro la juventus, un ko che peserà non soltanto nei numeri ma nella fiducia. Se la prima squadra vacilla, anche le seconde linee e le giovani promesse sentono il vento contrario.

    Dopo il triplice fischio, la partita si legge come un riassunto di educazione civica: il Lecco corre, pressa, prova, insiste. L’Inter osserva, resiste, attende il guizzo. Solo che il guizzo non arriva. E quando non arriva, il calcio è feroce: prima ti illude che basti l’ordine, poi ti punisce con un rimpallo, un corner, un tiro dal limite. È Metlika, entrato fresco come un’intrusione in una festa privata, a chiudere il discorso. Il resto è protocollo: attacchi confusi, qualche sostituzione e la convinzione che il tempo sia scaduto già da un pezzo.

    La Gumina non c’era, Berenbruch neppure, Zanchetta e Re Cecconi fermi. Una lista degna di un’unità di crisi, più che di un referto sportivo. Ma se la Serie C dovesse piangere per gli assenti, le classifiche resterebbero in bianco. Qui si gioca con quello che hai: giovani con i calzettoni abbassati, portieri chiamati all’ultimo, centrocampisti catapultati dentro. Stefano Vecchi ha provato a muovere i pezzi, ma la scacchiera gli ha restituito lo stesso finale: scacco al re e complimenti all’avversario.

    Questa è la prima sconfitta stagionale, e fa più rumore delle altre non-vittorie. Perché i pareggi, alla lunga, sono un sonnifero: ti convincono di essere in equilibrio, quando in realtà stai galleggiando. La sconfitta, invece, sveglia. Ricorda a tutti che il calcio non è un corso di formazione, ma un mestiere spietato: tre punti al vincente, niente al perdente. Lezione semplice, come la tabellina del due. E altrettanto inesorabile.

    Ora l’Inter U23 ha davanti uno specchio. Può continuare a raccontarsi la storia rassicurante della crescita graduale, della pazienza, delle partite utili comunque. Oppure può fare quello che le squadre adulte imparano presto: vincere sporco, accettare l’errore, usare la fatica come benzina. Il Lecco ha dato la dimostrazione pratica: basta un episodio, ma serve la fame di trasformarlo in un gol.

    In fondo, la morale non c’è. La Serie C non insegna: interroga, giudica, archivia. Al massimo concede una seconda possibilità, ma non per gentilezza, solo perché c’è un calendario da rispettare. La prossima partita arriva comunque, e lì vedremo se la lezione è stata capita. L’Inter U23 può riprendere il discorso o farsi ripetere l’interrogazione. Intanto il Lecco torna a casa con i tre punti, e il lusso di non dover spiegare niente a nessuno.

  • La juve sparecchia, l’Inter paga il conto

    La juventus batte l’Inter 4-3 e qualcuno parla di “spettacolo”. Noi preferiamo la parola “farsa”: sette reti in novanta minuti, applausi a scena aperta, e l’Inter che esce con il vestito elegante macchiato di sugo. Un’altra volta.

    Cristian Chivu ha fatto la parte dell’uomo educato che a fine cena ammette: “abbiamo fatto la prestazione, ma negli ultimi dieci minuti è mancata lucidità”. Tradotto: gli altri hanno sparecchiato, noi abbiamo pagato il conto. È il riassunto perfetto di una squadra che produce, costruisce, ma al momento di sporcare la partita si ritrae come se il fango fosse veleno.

    Contro l’Udinese ne hai presi due, contro la juve tre più uno all’ultimo respiro. Sei in due partite. Non è un dettaglio: è una diagnosi. L’Inter si è convinta che la sua forza estetica basti, che il gioco pulito copra le smagliature dietro. Ma il calcio non è una sfilata: è un mestiere sporco.

    La juventus lo sa: si traveste da “provinciale di lusso”, alterna il gesto tecnico alla gomitata di mestiere, e alla fine vince. L’Inter invece continua a chiedere alla Serie A di applaudire le sue intenzioni. Peccato che il campionato non dia voti di comportamento, ma punti in classifica.

    Nel mezzo di tutto questo, la società rincorre “Ademola Lookman”. Attaccante rapido, verticale, dribbling nel sangue. Ottimo per accendere la luce quando la partita diventa un vicolo cieco. Ma la domanda resta: a che serve aggiungere lampadine se il tetto continua a perdere?

    Il senso, dicono, è questo: se porti Lookman davanti, costringi le difese avversarie a retrocedere, e di riflesso proteggi la tua. È un ragionamento logico, quasi da manuale di economia calcistica. Ma ha un limite: nessun contropiede ti salva se al minuto 91 non sai fare il fallo tattico o buttare la palla in tribuna senza sentirti in colpa.

    L’Inter oggi è un paradosso ambulante: produce abbastanza da vincere, concede abbastanza da perdere. Chivu lo sa, lo dice, lo ripete. Ma in campo resta l’impressione che questa squadra abbia paura di sembrare cinica, come se la concretezza fosse una brutta malattia.

    E allora la juve vince con la tranquillità di chi non ha paura del giudizio estetico. Provinciale di lusso, sì, ma vincente. L’Inter rimane sospesa: raffinata, bella, ma con l’ansia di sporcarsi i pantaloni.

    L’Inter non ha bisogno solo di Lookman. Ha bisogno di un corso accelerato in malizia, furbizia, sopravvivenza. Chiamatelo cinismo, chiamatelo mestiere, chiamatelo come volete: è il linguaggio che in Serie A vale più del fraseggio.

    Perché i campionati li vincono quelli che si sporcano le mani. E l’Inter, finché resterà convinta di poter vincere con i guanti bianchi, continuerà a uscire dagli stadi con i vestiti in ordine e il portafogli vuoto.

  • Giovani vecchi e vecchi giovani

    Domenica 31 agosto 2025 – C’è chi la domenica sceglie il Gran Premio a Monza e chi, più eccentricamente, si accomoda sugli spalti per vedere l’Inter U23. Non sfrecciano bolidi ma ventenni con i calzettoni abbassati e la licenza di sbagliare. E in mezzo a loro spunta Antonino La Gumina, quasi trent’anni, ex promessa che si rifiuta di andare in pensione. Due gol — uno da rapace, uno da esteta — e per qualche minuto sembra di assistere a un pomeriggio senza scosse.

    Illusione. Perché la Serie C non regala niente: ti accompagna fino alla porta e poi ti dà uno spintone giù per le scale. La Pro Patria rimonta, strappa un pareggio e consegna agli interisti il biglietto da visita più utile: questo è un campionato dove il talento non basta, serve cattiveria.

    La squadra di Vecchi è un laboratorio a cielo aperto, non un esperimento da archivio. Ci sono i veterani che reggono la baracca — Prestia con l’elmetto, Melgrati coi guanti, Fiordilino in mezzo — e attorno a loro una gioventù che si accende e si spegne, che inventa e subito dopo dimentica. Antonio David mette personalità, Stante piazza un paio di chiusure salvavita. Ma basta un quarto d’ora di sbandamento e i mattoni messi in fila nel primo tempo crollano senza resistenza.

    Il simbolo resta La Gumina: un quasi trentenne che segna due gol in una squadra creata per i ventenni. Giovani vecchi, vecchi giovani. Un paradosso nerazzurro che funziona per un tempo e poi implode alla prima scossa.

    Sugli spalti i dirigenti osservano e prendono appunti. Forse annotano che l’Inter ha bisogno di più ragazzi che saltino l’uomo, forse scrivono che senza malizia non si sopravvive. In ogni caso, la lezione è arrivata: meglio impararla subito che tardi.

    La seconda squadra serve a questo, a sbagliare senza che crolli il mondo, a soffrire prima di vincere, a crescere dentro partite che sembrano trappole più che trionfi. E allora la Pro Patria porta via un punto e lascia un avviso. L’Inter U23, per ora, ha solo intuito.

  • Le vecchie abitudini non muoiono mai

    Domenica 31 agosto 2025 – Dopo l’uragano col Torino, arriva la bonaccia contro l’Udinese. Non basta l’inizio illusorio col gol di Dumfries, non bastano quattro punte in campo nel finale, non basta neppure San Siro: finisce 1-2, con Atta e Davis a prendersi i titoli e a lasciare Chivu alla prima sconfitta in A da allenatore nerazzurro che arriva in casa, davanti a 70 mila volti increduli.

    La trama è antica: un gol costruito con grazia (Lautaro di tacco, Thuram che apre, Dimarco che restituisce, Dumfries che spinge dentro), poi l’illusione di avere già in mano la partita. L’Inter però si perde in ciò che la tormenta da 4-5 anni: non c’è chi salta l’uomo, non c’è un colpo verticale che spezzi il blocco. Zalewski era l’unico, ed è stato ceduto. Contro una squadra fisica e compatta come l’Udinese, buttare palloni alti è un esercizio di vanità.

    Dumfries in dieci minuti costruisce e distrugge: segna l’1-0, poi allarga il braccio e regala il rigore che Davis trasforma. Poco dopo, Atta — cresciuto a Rennes tra musei e case a graticcio — dipinge un destro da galleria: Bisseck lo guarda, lui lo fulmina.

    Il resto è un déjà-vu. Tanti cross, poche idee. Il 2-2 lo trova Dimarco ma Thuram è un’unghia avanti. Pio Esposito debutta tra gli applausi, sfiora il colpo di testa, non la gloria. Bonny entra per un 4-2-4 della disperazione: solo brividi.

    Chivu non si nasconde: «Dura cambiare abitudini radicate da anni. È diventata una partita da ‘vediamo cosa succede’ con quattro punte. Ci vogliono motivazioni più forti». Ha ragione: non è questione di mercato, ma di testa. Leziosità, frenesia, vecchi fantasmi. Questa squadra con Inzaghi ha toccato picchi altissimi di gioco, ma oggi inciampa sulle stesse crepe. Non cerca alibi: né il mercato bloccato, né l’arbitro, né i centimetri della difesa friulana. Il problema è nella testa: frenesia, leziosità, specchiarsi troppo e verticalizzare poco.

    L’Udinese invece sa chi è: squadra corta, compatta, cattiva. Solet chiude tutto, Atta giganteggia come se San Siro fosse la sua Scala privata. Runjaic sorride, Chivu mastica amaro.

    L’Inter resta un cantiere che non può permettersi di restare aperto troppo a lungo. Ha preso cinque under 23, nessun titolare. Tutti gli altri hanno un anno in più, un passo più lento, un vizio in più. È stata l’ultima a partire in ritiro, e ora lo paga.

    La classifica dice che Napoli, Juve, Roma e persino la Cremonese scappano. Il calendario dice che c’è lo Stadium. Il cuore dice che l’Inter non è guarita.

    Non è un ritorno al passato, è la prova che il presente non perdona. Il 5-0 era stato un manifesto, questo 1-2 è un memorandum: per restare in alto non basta cambiare modulo, serve cambiare mentalità. E a San Siro il tempo, come sempre, non esiste.

  • Alla Primavera dell’Inter la Supercoppa italiana

    Martedì 26 agosto 2026 – L’Inter Primavera si aggrappa al filo della partita, cade, si rialza due volte e alla fine stende il Cagliari ai rigori (5-3 dopo il 2-2 nei 90′). All’Arena Civica torna a sventolare una Supercoppa che a Milano avevano vinto solo nel 2017. Adesso è la seconda, e sa di promessa mantenuta.

    Il copione parte storto: al 10′ Trepy approfitta del retropassaggio suicida di Venturini e del controllo sbagliato di Taho per regalare il vantaggio ai sardi. Al 29′ Mosconi pareggia con un tiro da fuori che sorprende Auseklis, ma la difesa nerazzurra si addormenta di nuovo poco dopo: punizione velenosa di Sulev, inserimento di Mendy e 1-2. Inter in apnea, il volo primaverile sembra già precipitato.

    Poi Carbone pesca la mossa che cambia la storia. Dentro Lavelli e Zouin: peso, energia, insolenza. All’82′ “Pocho” Lavelli prende il tempo a tutti e di testa infila il 2-2 su cross di Zouin. Il resto è storia breve ma decisiva: rigori perfetti, cinque su cinque, mentre Taho si riscatta parando la conclusione di Liteta. Zarate mette l’ultimo sigillo, e l’Arena Civica diventa un piccolo Maracanã.

    Carbone lo dice chiaro: «I ragazzi se lo meritano, è una liberazione». E in quella parola — liberazione — c’è il senso della serata: non un titolo di passaggio, ma la prova che il futuro non si protegge, si conquista.

    L’Inter Primavera ha rimontato due volte, ha tremato, ha resistito e ha trasformato un pareggio in un trofeo. Prima la rabbia, poi la coppa. Bene… la seconda.

  • 5 colpi per dire che il tempo non esiste

    Più che una partita è stato un avviso di sfratto: 5-0 al Torino, e l’Inter ha già messo il cartello “abitato” sul campionato. Chi cercava esitazioni ha trovato Thuram in doppia copia, Lautaro indemoniato, Bastoni col vizio del gol e Bonny che si presenta come se San Siro fosse un oratorio di quartiere.

    La serata inizia con Bastoni che anticipa tutti su corner di Barella: il difensore che segna il primo gol stagionale è un manifesto. Poi Thuram si riprende il sorriso con due gol da centravanti completo: un diagonale lucido e un colpo di testa d’antologia. Lautaro, capitano e predicatore, ci mette la scivolata rabbiosa che vale il 3-0: é l’istantanea di un leader che lotta persino per una rimessa laterale. Bonny, cinque minuti dopo l’ingresso, chiude la manita: esordio, gol e una certezza in più.

    Il Toro? Preso in mezzo dal pressing alto, costretto a vivere senza rifornimenti. Il 4-3-3 granata sembrava una diga, ma al primo impatto è parso solo un ombrello sotto la grandine.

    Chivu non urla, spiega: “Calma, è solo la prima.” Ma intanto ha ridisegnato l’Inter: Sucic in regia al posto dello squalificato Calhanoglu, Barella traslocato senza mugugni, Diouf in campo da debuttante con la valigia ancora aperta. Meno palleggio sterile, più aggressioni alte; meno rotazioni da laboratorio, più sostanza.

    L’Inter di Chivu non ha protettori né parafulmini: ha cinque gol e un messaggio. All’Inter il tempo non esiste, e se qualcuno pensava di concedersi il lusso della gradualità, ha appena scoperto che i nerazzurri hanno scelto la via breve: partire forte da subito.

    Contestualmente, a Novara, i ragazzi dell’U23 inaugurano la loro avventura in Serie C con un 1-1 che assomiglia a un biglietto da visita. Topalovic firma il primo storico punto con una magia su punizione.

    Il giovane Topalovic incanta: conquista la punizione e la trasforma con una pennellata che lascia di sasso il portiere. Il Novara reagisce nella ripresa, aumenta i giri e colpisce con Da Graca da centro area. Melgrati tiene in piedi i nerazzurri con parate decisive nei momenti di tensione. La gara si spezzetta, diventa nervosa, ma l’Inter U23 non arretra: esordio con carattere, punto meritato.

    Vecchi, al termine, non si illude né si nasconde: “Buon punto di partenza. La squadra ha tenuto botta, non ha mai mollato. È solo l’inizio di un percorso.”

    Un pari non è una vittoria, ma è già una carezza al futuro. L’Inter U23 ha giocato da pari, senza complessi: Topalovic ha aperto un conto, Da Graca lo ha pareggiato. E Vecchi ha lasciato il campo con l’aria di chi sa che il tempo, per i giovani, non si teme: si conquista un punto alla volta.

  • Inter U23, buona… la prima

    Non è stato un debutto, è stato un battesimo: l’Inter U23 scende in campo e dichiara già visione. Davanti al Lumezzane, 16 agosto 2025, nella storia del club, i ragazzi di Vecchi hanno capito che ogni prima volta è una mini primavera da incorniciare.

    Sul prato del Tullio Saleri, l’Inter U23 di Stefano Vecchi — tecnico scelto per il “fare, non promettere” — ha aperto il sipario mettendo la prima pietra di una stagione che conta. In porta, Melgrati è stato il custode delle aspettative: al 17’, eccezionale sul mancino di Malotti; alla mezz’ora ancora decisivo su Iori. L’esordio non perdona distrazioni, e lui ha risposto col guanto caldo.

    Giocata e personalità: Zuberek lascia il segno con un diagonale che non trova lo specchio, ma spacca l’inerzia. Poi, al 41’, Malotti punisce un buco difensivo e porta il Lumezzane avanti — la regola del “gol sbagliato, gol subìto” in versione pratica.

    Ma il riscatto è immediato. Prima dell’intervallo, Cinquegrano serve Zuberek in corsa: il polacco, che dopo stagioni in prestito è tornato all’Inter per scrivere pagine nuove, firma il primo gol ufficiale della squadra U23. Una virgola storica nel racconto nerazzurro.

    La ripresa vive di nervi, falli e attese: la giocata la firma Kamate al 65’, un sinistro al volo che fulmina Bonardi e completa la rimonta. Il Lumezzane cerca una risposta, ma la difesa nerazzurra — costruita da Vecchi come una barricata — resiste. Primo turno archiviato, passaggio ottenuto.

    È buona la prima, non perché facile, ma perché fatta col carattere: l’Inter U23 inaugura la sua storia con una rimonta. Sabato 16 agosto segna l’inizio del suo cammino in Coppa Italia Serie C e prepara il debutto in campionato contro il Novara, lunedì 25 agosto. Non servono proclami: i debutti si scrivono con i piedi, non con i taccuini.

  • Inter-Olympiacos 2-0

    Ieri sera Bari ci ha restituito una verità semplice: l’Inter non cerca alibi, li elenca solo per cancellarli. Dimarco segna con la puntualità di chi sa dove finisce il campo e comincia il culto; Thuram, invece, ricorda a tutti che la porta non è un’opinione. L’Olympiacos protesta per mestiere: legittimo, come gli occhiali scuri di notte—servono più a farsi notare che a vedere.

    Sul mercato, qualcuno confonde le trattative con un reality. Lookman serve velocità, cioè quel bene raro che non si insegna: o ce l’hai, o rincorri chi ce l’ha. Kone è il contrario della didascalia: mezzala che non spiega, fa. E se domani arriveranno, sarà per aggiungere verbi, non aggettivi.

    In società, Marotta azionista è la notizia meno glamour e più decisiva: c’è chi entra per apparire e chi firma perché sa leggere un bilancio senza labiale. La differenza la vedi quando piove—gli uni aprono l’ombrello, gli altri hanno già costruito il portico.

    Il 3‑5‑2 resta l’abito su misura: non grida “moda”, sussurra “funziona”. Sucic regista d’emergenza dimostra che la regia è innanzitutto una buona educazione al pallone; Barella, quando arretra, sembra un cameriere d’alta scuola: si vede poco, ma se sbaglia te ne accorgi subito.

    Il resto è un’Italia Nerazzurra che non chiede promesse, pretende esecuzioni. Lunedì c’è il Torino: meno trombe, più spartito. Perché i campionati non si vincono con gli slogan—si vincono come il buon tailleur: cucendo stretto, rifinendo bene, e lasciando agli altri la passerella.

  • Monza-Inter 2-2 (5-7 dcr)

    Ci sono amichevoli che passano come acqua di fonte e altre che restano lì, a farti il solletico alla coscienza. Monza–Inter del 12 agosto 2025, finita 2-2 e poi vinta dai nerazzurri ai rigori, è di quelle che lasciano un retrogusto persistente. Non tanto per il punteggio, quanto per quello che ha svelato – e che, da buon interista pragmatico, non posso far finta di non aver visto.

    Il primo sorso è amaro: al 26’ Ciurria, brianzolo acquisito e cuore biancorosso, sfrutta una dormita difensiva di Dimarco e infila un Caprari ispirato in versione assist-man. E qui la retroguardia nerazzurra ci ricorda, con la cortesia di un avviso di sfratto, che i vecchi fantasmi non traslocano mai da soli.

    Il secondo, doppio, è più dolce: prima dell’intervallo arriva l’autogol di Birindelli, provocato da un cross di Dimarco – la legge del contrappasso, verrebbe da dire – e poi, a inizio ripresa, il colpo di tacco di Pio Esposito. Un gesto tecnico tanto bello quanto rabbioso, completato da una corsa a pugno stretto sotto il settore interista. Qui c’è il futuro: spalle larghe, falli conquistati, sponde da centravanti vero. Chivu lo conosce dall’Under 14 e sa che può farlo diventare il suo ariete.

    Il terzo è quello della beffa: quando l’Inter pensa già al rinfresco post-partita, Azzi s’infila come un ospite non invitato e sigla il 2-2 all’89’. Pavard resta a guardare, come se qualcuno avesse tolto la batteria dall’orologio.

    Tutti a segno i rigori di Lautaro, Bastoni, Barella, Acerbi e Thuram. Sardo, invece, trova sulla sua strada Josep Martínez, che para e chiude la pratica.

    Il 3-5-2 di partenza si trasforma spesso in un 3-1-2-4, con Dimarco e Luis Henrique alti come ali d’altri tempi. L’idea è intrigante, ma dietro ogni mossa audace si nasconde il rischio di lasciare la porta socchiusa. Bene Sucic, sempre più a suo agio da mezzala; bene Bonny, anche se sottoporta deve ritrovare la mira; male Dimarco, che sbaglia sul vantaggio monzese e regala palloni pericolosi.

    Dopo la vittoria a Montecarlo col Monaco, Chivu scopre che la strada è ancora lunga: difesa da registrare, intese da rifinire, giovani da far crescere. Ma se il buongiorno si vede dal tacco, il bambino Pio potrebbe diventare il sole di questa Inter.