Autore: Redazione

  • Chi dimentica è complice – ma non sempre, se veste bianconero

    Torino, ma anche un po’ Bucarest

    Che la juventus fosse una realtà avanti coi tempi lo avevamo capito da tempo. Pionieri nella moviola in campo (quando conveniva), innovatori della plusvalenza creativa, esploratori delle giustificazioni post-sentenza. Ma ora – attenzione – la vecchia signora entra anche nell’etica giornalistica, organizza corsi sul diritto all’oblio e, con un colpo da maestro, trasforma la rimozione selettiva della memoria in un credito formativo.

    Sì, avete capito bene: nel 2020 si è svolto un corso per giornalisti, approvato dall’Ordine il 29 giugno, esattamente 5 anni or sono, tenuto non da un editore, non da un’università, ma dalla juventus stessa. Un club condannato per frode sportiva che insegna ai cronisti quando è giusto non ricordare. Geniale. Praticamente Orwell con la maglia di Del Piero.

    Dimenticare, ma con stile

    Il tema è nobile, per carità: il diritto all’oblio, il rispetto per chi ha pagato il suo debito con la giustizia, l’equilibrio tra informazione e dignità personale. Ma qui non è il principio a scandalizzare, é chi se ne fa portabandiera. E vedere proprio la juventus ergersi a paladina della selettività storica è come vedere Dracula fondare l’AVIS.

    Nel paese in cui la memoria è già corta, serviva davvero che qualcuno si prendesse l’onere di insegnare a dimenticare meglio?

    Un diritto che diventa strategia

    Dietro il paravento giuridico, l’operazione odora di ripulitura. L’intento non pare tanto quello di proteggere l’ex galeotto dal linciaggio mediatico, quanto di rieditare la narrazione su Calciopoli, magari rendendola “inesistente” agli occhi delle nuove generazioni di lettori. In fondo, se oggi anche Google può “deindicizzare” un contenuto, perché non dovrebbe farlo anche un redattore bianconero con spirito aziendale?

    Giornalismo o marketing?

    Chi ha autorizzato questo corso ha, almeno formalmente, rispettato le regole. L’Ordine dei Giornalisti ha detto: “non c’è scritto da nessuna parte che non si possa”. Verissimo. Ma non c’è scritto neppure che si debba. Il problema non è la norma, è il principio: un’azienda che ha un interesse diretto nella rimozione di fatti storici non può essere soggetto neutro nella formazione di chi quei fatti deve raccontarli.

    È come far tenere un corso sulla dieta mediterranea a un dirigente McDonald’s.

    Una memoria che fa comodo

    A Torino si vuole l’oblio, ma selettivo: dimenticare Calciopoli, ricordare solo la prescrizione. Dimenticare le intercettazioni, ma incorniciare i titoli tolti. Rimuovere il passato giudiziario, ma lasciare intatta la narrazione vittimista. E se qualche giornalista giovane, alla ricerca di crediti formativi facili, casca nel tranello? Be’, tanto meglio: il nuovo che avanza ha meno zavorre di memoria.

    Noi non dimentichiamo

    Noi interisti – e direi, noi uomini liberi – siamo per il diritto all’oblio, quando è esercitato da chi ha diritto, non da chi ha interesse. Perché dimenticare si può. Ma pretendere che lo facciano anche gli altri, specialmente se si è responsabili dei fatti, è un’altra storia.

    E allora sì: onore al giornalismo libero, a chi non dimentica per convenienza, e a chi ancora distingue la penna dal comunicato stampa. Perché l’ironia è la miglior vendetta contro chi vuole riscrivere la realtà.
    E noi, fortunatamente, ce la ricordiamo tutta.

  • L’ombra del doping sulla juve di Lippi

    Il 28 giugno per molti, è probabilmente un giorno come un altro. Per molti, ma non per tutti, non per chi come noi custodisce memoria storica e non dimentica facilmente. Nel 2004, esattamente 21 anni fa, Giuseppe D’Onofrio depositava la sua perizia tecnica nel processo di doping alla juventus. Da allora, quella relazione è rimasta sospesa tra verità scientifica e assoluzione giuridica, tra condanna morale e prescrizione giudiziaria.

    Ematologo di fama internazionale, autore del saggio “Buon sangue non mente” (Minimum Fax, 2023), già stimato consulente della Commissione Antidoping FIGC, d’Onofrio fu il grande accusatore tecnico, chiamato a valutare le condizioni ematologiche dei calciatori bianconeri, in un’inchiesta avviata dal PM Raffaele Guariniello e culminata nel rinvio a giudizio del medico sociale Riccardo Agricola e dell’amministratore delegato Antonio Giraudo.

    Il processo si concentrava sull’utilizzo sistematico e non terapeutico di oltre 250 farmaci tra il 1994 e il 1998. Dopo anni di istruttoria impantanata, fu la stessa juventus a richiedere una perizia super partes, probabilmente convinta di potersi garantire una figura rassicurante, “di casa”. La scelta cadde su D’Onofrio, allora consulente della stessa Federcalcio. Una mossa che si sarebbe rivelata un clamoroso autogol.

    D’Onofrio, insieme al farmacologo Jean-Pierre Muller, si trovò davanti un archivio impressionante: centinaia di referti, esami ripetuti ogni due mesi, tracciati ematici di decine di calciatori. E da quella mole di dati emersero anomalie chiare, costanti, oggettive.

    Al quesito del giudice diretto: “Quei valori sono fisiologici?”

    D’Onofrio rispose in maniera inequivocabile:
    “No. I valori non sono fisiologici. In generale, possono essere indicatori di una stimolazione esterna.”

    In altre parole: oscillazioni sospette di emoglobina, alterazioni nei reticolociti, picchi coincidenti con le prestazioni sportive. Indizi fortemente compatibili con un uso sistemico di EPO o pratiche analoghe di doping ematico. Oggi, con gli strumenti del passaporto biologico WADA, quelle evidenze sarebbero state più che sufficienti per avviare un’indagine.


    Il 26 novembre 2004 arrivò la sentenza di primo grado.

    Riccardo Agricola: condannato a 22 mesi per frode sportiva e somministrazione di farmaci non necessari.

    Antonio Giraudo: assolto per insufficienza di prove.


    Le prime pagine dei giornali parlavano chiaro:

    “Un’ombra sugli scudetti” – La Stampa

    “Nessuno può esultare” – Corriere della Sera

    “Brutta botta per la juve da qualunque parte la si guardi” – Gianni Mura, La Repubblica


    Era la prima volta che un medico di una squadra di vertice veniva condannato per frode sportiva. E per la prima volta, in un’aula di giustizia, si pronunciava la parola “EPO” in relazione a una big del calcio italiano.

    Ma poi arrivò l’Appello (2007), e con esso il colpo di spugna: la perizia di D’Onofrio venne definita “fragile”. La sentenza fu ribaltata. Nel 2009, il sigillo della Cassazione: tutto prescritto. Nessun colpevole. Nessuna verità definitiva.

    Dopo la perizia, D’Onofrio scompare. Letteralmente. Nessun incarico federale. Nessuna convocazione dalla FIGC. Il consulente di fiducia diventato, improvvisamente, persona non grata.

    Nel suo libro, l’ematologo racconta: “Dal momento in cui consegnai la perizia, la Federazione scomparve. Non fui mai più convocato. Tutta la mia attività come consulente si interruppe.”

    Non solo oblio, ma anche discredito. Nelle intercettazioni di Calciopoli, emerge come la juventus e i suoi legali abbiano tentato di screditarlo accusandolo, grottescamente, di essere “un ultrà romanista”. In aula, anche Giraudo userà la stessa accusa, in un clima da processo inquisitorio più che scientifico:

    “Sembrava di aver calpestato una lesa maestà. Non cercavano il confronto, ma la delegittimazione.”

    Alla domanda — se la juventus fosse da assolvere o condannare — D’Onofrio ha risposto da scienziato:

    “Io non ho assolto i valori di emoglobina.”

    Una frase chirurgica. Non un’accusa, non un’assoluzione. Solo una constatazione. Perché il sangue, a differenza del sistema, non mente.

    D’Onofrio oggi lavora con la WADA, collabora con federazioni sportive internazionali. In Italia, il suo nome è scomparso dai documenti ufficiali. Ma non dai faldoni giudiziari.


    Fonti

    • Giuseppe D’Onofrio, Buon sangue non mente, Minimum Fax, 2023

    • Archivio processuale, Tribunale di Torino (2002–2009)

    • Intervista 24oredisport, 2024

    • La Repubblica, Gianni Mura, 27/11/2004

    • La Stampa, Corriere della Sera, 28/11/2004

    • Corriere dello Sport, arringa Giraudo, 2005

    • Sentenze I grado, Appello, Cassazione
  • Processo Prisma: gli ex vertici juventus chiedono il patteggiamento. Per Agnelli proposta una pena di 1 anno e 8 mesi con sospensione

    Una svolta decisiva potrebbe segnare la conclusione del Processo Prisma, la complessa inchiesta giudiziaria che da oltre due anni ha messo sotto la lente della magistratura le operazioni finanziarie e contabili della juventus. Durante l’udienza svoltasi questa mattina presso il Tribunale di Roma, i legali degli ex dirigenti bianconeri hanno formalizzato al giudice per l’udienza preliminare Anna Maria Gavoni la richiesta di patteggiamento, già condivisa e approvata dalla Procura capitolina.

    Le pene richieste nel patteggiamento

    Le richieste, che attendono ora l’omologazione da parte del Gup nella prossima udienza fissata per il 22 settembre, riguardano alcuni tra i principali ex responsabili della società:

    • Andrea Agnelli, ex presidente: 1 anno e 8 mesi, pena sospesa.
    • Pavel Nedved, ex vicepresidente: 1 anno e 2 mesi, pena sospesa.
    • Fabio Paratici, ex direttore sportivo: 1 anno e 6 mesi, pena sospesa.
    • Cesare Gabasio, ex consigliere legale: 1 anno e 6 mesi, pena sospesa.
    • Stefano Cerrato, Chief Financial Officer: 1 anno, pena sospesa.
    • Maurizio Arrivabene, ex amministratore delegato: richiesta di proscioglimento.

    L’accordo di patteggiamento prevede pene sospese e rappresenta a tutti gli effetti un’ammissione della responsabilità penale, seppur in forma attenuata, e l’accettazione di una sanzione concordata con i pubblici ministeri.

    I reati contestati

    L’inchiesta, coordinata dai magistrati Lorenzo del Giudice e Giorgio Orano, è nata nel 2021 ed è stata trasferita a Roma per competenza territoriale. Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di:

    • Manipolazione del mercato (art. 185 del TUF),
    • False comunicazioni sociali da parte di società quotate (art. 2622 c.c.),
    • Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000),
    • Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza (art. 2638 c.c.).

    Secondo la ricostruzione della Procura, la juventus avrebbe effettuato operazioni di plusvalenze artificiose attraverso lo scambio di calciatori con altre società, registrando a bilancio valori gonfiati senza che vi fossero corrispettivi economici reali. In parallelo, durante il periodo pandemico, sarebbe stata messa in atto una manovra sugli stipendi volta a simulare rinunce salariali da parte dei calciatori, salvo poi accordarsi privatamente per il pagamento differito di quanto dovuto, eludendo così le comunicazioni ufficiali ai mercati e agli organi di controllo.

    Le implicazioni per Consob e parti civili

    Un elemento centrale nell’accordo è l’intenzione, da parte degli imputati, di risarcire i danni alla Consob, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, che si è costituita parte civile nel processo. Oltre alla Consob, si sono costituite oltre 200 parti civili, tra cui piccoli azionisti e investitori che si ritengono danneggiati dalle presunte false rappresentazioni contabili.

    Nel quadro del patteggiamento, gli ex dirigenti juventini avrebbero espresso la disponibilità a riconoscere forme di indennizzo economico a queste parti, come ulteriore elemento a sostegno dell’accordo.

    Un percorso giudiziario lungo e complesso

    Il Processo Prisma rappresenta il filone penale più rilevante emerso dalle indagini sulle operazioni contabili della juventus, già oggetto di un giudizio sportivo che nel corso del 2023 ha comportato sanzioni in ambito FIGC, tra cui penalizzazioni in classifica e l’esclusione dalle coppe europee.

    A livello penale, il procedimento ha richiesto mesi di indagini, perizie tecniche e l’esame di una mole ingente di documentazione finanziaria, intercettazioni telefoniche e scambi interni di e-mail, che avrebbero evidenziato un quadro sistematico di elusione contabile e opacità gestionale.

    Prossimi sviluppi

    Il giudice Anna Maria Gavoni si pronuncerà il 22 settembre 2025 sull’accettazione o meno dei patteggiamenti proposti. In caso di esito favorevole, il procedimento penale a carico degli ex dirigenti juventini si concluderebbe senza dibattimento, ma con il riconoscimento formale delle responsabilità. Per Maurizio Arrivabene, invece, la richiesta di proscioglimento dovrà essere valutata separatamente.

    Il possibile epilogo consensuale rappresenterebbe non solo una pagina conclusiva per il fronte giudiziario della juventus, ma anche un precedente significativo sul piano della responsabilità penale nella gestione economica delle società sportive quotate in borsa.

  • Non chiamatelo chivulismo… ma

    C’è un momento, un’ora abbondante a dire il vero, in cui la squadra non solo vince, ma convince, cresce, si riconosce. L’Inter che ha battuto il River Plate 2-0 al Lumen Field di Seattle non è solo una squadra agli ottavi del Mondiale per Club: è il primo, nitido frammento di qualcosa che somiglia a un’identità. Forse – anche se lui preferisce evitare – è l’alba dell’Inter di Chivu.

    “Non iniziamo con queste cose, manca solo da dire ‘chivulismo’ adesso”, ha tagliato corto il tecnico romeno nel dopopartita, con l’ironia di chi conosce bene le trappole dell’entusiasmo. Ma è proprio in quella sobrietà che si intravede la forza del progetto: niente proclami, solo lavoro, rigore e appartenenza.

    Il 2-0 con cui l’Inter ha liquidato il River non racconta tutto. Perché la partita – durissima, vera, intensa – ha mostrato un’Inter capace di adattarsi, soffrire, reggere, e poi imporsi. Il River, spinto da oltre 20 mila tifosi e da una tradizione orgogliosa, ha scelto la strada dell’agonismo: pressing alto, uomo contro uomo, duelli fino all’ultimo centimetro. Chivu aveva previsto tutto. In conferenza aveva evocato la necessità di “mangiare merda” e il campo gli ha dato ragione: nel primo tempo i nerazzurri hanno retto l’urto, nel secondo hanno alzato l’intensità, preso in mano il centrocampo e dominato la scena.

    Una gara da Mondiale vero, altro che amichevole estiva. Il livello dello scontro è stato altissimo: 120 contrasti, 66 vinti dall’Inter, falli duri, nervi tesi. E alla fine, anche una rissa. Ma a prevalere è stata la lucidità.

    È il primo gol di Pio Esposito con l’Inter, ma non è solo un gol. Il bambino (cit.), classe 2005, al debutto da titolare, si è preso la scena con una prestazione da centravanti vero. Sportellate con Diaz e Martinez Quarta, sponde, movimenti giusti, freddezza. Il gol, arrivato su assist perfetto di Sucic, è il coronamento di una serata da incorniciare.

    Ma anche su di lui, Chivu frena: “Con calma. Non dimentichiamoci che è un 2005. Ha margini di crescita importanti, ma deve continuare a lavorare”. E in un calcio che troppo spesso brucia i talenti, questo approccio vale oro.

    “Sono 14 giorni che siamo in ritiro e i ragazzi rispondono così dal punto di vista caratteriale”, continua il mister. Ed è vero. L’Inter ha mostrato un’anima collettiva, fatta di disponibilità, sacrificio, adattamento. Sommer guida la difesa con esperienza, Bastoni – capitano – sigilla il match con un gol da leader. Mkhitaryan e Barella non si tirano mai indietro. Sucic entra e cambia la partita. Lautaro è ovunque, colpisce un palo, crea, si immola. Dimarco ritrova brillantezza, Dumfries rientra con una corsa inarrestabile.

    Non è solo tattica. È mentalità, quella che serve per affrontare un Mondiale con ambizione.

    La svolta arriva al 65’, quando Martinez Quarta stende Mkhitaryan lanciato a rete: rosso diretto, River in 10. Da lì è un assolo nerazzurro. L’Inter sfonda con continuità, colleziona occasioni, e infine passa: Pio Esposito segna, Bastoni raddoppia in pieno recupero con una grande azione personale.

    Il River chiude in 9, nervoso, stremato, incapace di reagire. Ma onore ai Millonarios e ai loro tifosi, capaci di trasformare Seattle in una piccola Buenos Aires. Perché, come dice Chivu, “mi ha fatto piacere vedere la loro passione”.

    Lunedì 30 giugno alle 21 italiane a Charlotte, sarà sfida al Fluminense di Thiago Silva. Un’altra battaglia, un altro scontro ad alta intensità, e noi ci arriviamo un po’ più consapevoli, un po’ più convinti e un po’ più squadra.

  • Mondiale per Club: Lautaro e Carboni, l’anima argentina che salva l’Inter (al 92’)

    Nel calcio, ci sono partite che non si vincono con il gioco, ma col carattere. L’Inter porta a casa proprio una di queste, e ci mette 92 minuti per trovare il modo. Il tabellino dice 2-1 contro l’Urawa Red Diamonds, ma basta uno sguardo al campo per capire che è una vittoria più mentale che tecnica, più di carattere che di brillantezza. Un successo sporco, pesante, necessario. Soprattutto per Chivu, alla sua prima gioia da tecnico nerazzurro.

    Eppure, la sfida sembrava destinata ad altro. La rete di Watanabe nel primo tempo – un regalo confezionato da Dimarco, Carlos Augusto e Luis Henrique – riassume perfettamente l’Inter attuale: distratta, appesantita, fragile. Un’Inter ancora scossa dai fantasmi del disastro di Monaco, incapace di trasformare il possesso in pericolo, che per lunghi tratti rumina palloni senza costrutto, si incarta davanti al muro giapponese trasformato da 4 a 6 difensori con elasticità e disciplina tattica.

    A brillare è il capitano, che al 78’ piazza un gol da fuoriclasse assoluto: spalle alla porta, si esibisce in un gesto tecnico difficilissimo, una sorta di semi rovesciata verticale con l’esterno del piede destro. Completa la rimonta l’altro argentino, Valentin Carboni, che nel recupero capitalizza un’azione confusa ma disperata, chiude la rimonta e ci regala tre punti vitali.

    Il destino vuole che anche stavolta, come 46 giorni fa con Acerbi contro il Barcellona, sia un sinistro a chiudere il sipario. Un’altra gioia che arriva allo scadere, come se questa squadra avesse bisogno del dramma per accendersi. E nonostante le lacune evidenti – una transizione tattica non ancora digerita, un modulo che zoppica e una rosa corta in attacco – la reazione c’è. Confusa, forse. Ma c’è.

    Perché se è vero che la qualità appare a tratti desolante, la voglia di ribaltare il destino non manca mai. Il ritorno al 3-5-2 dà ordine, Mkhitaryan porta esperienza e stabilità, seppur non incisività. Mancano come il pane giocatori che saltano l’uomo, mancano fantasia e brio. Intanto portiamo a casa questa vittoria fondamentale, non tanto per il cammino in sé, quanto per l’importanza che riveste sul piano psicologico. Provate a pensare se l’avessimo persa o pareggiata.

    Chivu ora sa che la qualificazione agli ottavi è lì, a un passo. Basta fare risultato contro il River Plate. Ma capisce anche che senza Thuram questa squadra perde profondità, che Esposito ha ancora troppa timidezza, e che per competere serve ben altro che un buon possesso palla sterile. Serve concretezza. E magari anche qualche mente libera come quella di Carboni o Sucic – ragazzi che non vivono il trauma del PSG e che giocano con incoscienza, e forse proprio per questo fanno la differenza.

    In fondo, la lezione è chiara: si può anche giocare male. Ma certe partite, se le vinci, valgono doppio. Per la classifica. E per la testa.

  • Il debutto mondiale tra ruggine e rimpianti. Così non basta

    Il primo passo è stato più rumoroso per ciò che è mancato che per ciò che si è visto. L’Inter apre il suo Mondiale per club con un pareggio 1-1 contro il Monterrey che ha il sapore di un’occasione sprecata. Non tanto per l’avversario, comunque dignitoso nella sua semplicità, quanto per quello che i nerazzurri hanno lasciato sul campo: ritmo basso, idee annebbiate e gambe impastate. Altro che inizio trionfale: la nuova era Chivu parte sotto un cielo messicano grigio, e non solo per colpa del meteo.

    Il pareggio di Lautaro – che risponde a Sergio Ramos – evita il tonfo, ma non cancella le nuvole. Perché se è vero che l’Inter ha provato a reagire e qualcosa, qua e là, si è intravisto (soprattutto nei cambi di modulo e nell’ingresso dei nuovi Sucic e Luis Henrique), è altrettanto vero che questa squadra – per ora – non ha ancora trovato un’identità post-Inzaghi. Anzi, sembra portarsi dietro le sue stesse inquietudini: difesa ballerina, attacco spuntato, e un senso di precarietà mentale che pesa più della fatica fisica.

    Cristian Chivu, alla sua prima internazionale da allenatore nerazzurro, ha provato a rimanere saldo al timone: “Non cerco scuse, ma abbiamo poche energie”. Dichiarazione onesta, ma anche pericolosa. Perché al Mondiale per club non c’è tempo per carburare: sabato contro gli Urawa Red Diamonds si gioca già una fetta di qualificazione. E la versione estiva e svagata dell’Inter vista nel primo tempo al Rose Bowl non basta. Non può bastare.

    L’attacco si regge ancora una volta sulle spalle di Lautaro, ormai leader tecnico, morale e anche psicologico. Il suo gol nasce da un’intuizione di Asllani, dalla generosità di Carlos Augusto e, diciamolo, da un’imperdonabile disattenzione del Monterrey. Ma se serve un errore degli altri per accendersi, allora il motore interista è ancora in panne. Esposito non punge, Thuram entra senza cambiare marcia, e Zalewski spreca un’occasione d’oro. Il problema non è solo nella finalizzazione, ma nella qualità delle scelte: l’Inter crea, ma male. Tanta corsa, poca fame.

    Poi c’è la difesa, che ha perso ogni aura di sicurezza. Il gol subito da calcio d’angolo è una sintesi perfetta del momento: Bastoni sbaglia, Acerbi si fa fregare nel movimento, Pavard si fa sovrastare. E mentre Lautaro chiede di “lavorare sulla difesa a zona”, Chivu precisa che “su Ramos era marcatura a uomo”. Dettagli che rivelano un cantiere ancora aperto, con troppe pareti fragili e fondamenta in costruzione.

    L’Inter ha provato a cambiare pelle durante il match, passando dal 3-5-2 al 3-4-1-2 e poi al 3-4-2-1. Segno che Chivu ha idee, ma anche che non ha ancora una mappa precisa. L’inserimento di Sucic e Luis Henrique – due volti nuovi con appena un paio di allenamenti – è coraggioso, ma non può bastare. La transizione è iniziata, ma è lenta. E nel calcio, come nella vita, chi cammina troppo piano rischia di essere travolto.

    “Non ci vergogniamo mai di quello che facciamo in campo”, ha detto Chivu. Una dichiarazione di dignità, certo. Ma l’orgoglio, da solo, non porta titoli. E nemmeno vittorie. Adesso serve di più: lucidità, intensità, coraggio. Contro l’Urawa servirà fame vera. Fame da Inter.

    Perché se è vero – come ha detto lo stesso tecnico – che “abbiamo fatto il massimo, il meglio di quel che avevamo dentro”, allora la domanda vera è un’altra: è abbastanza, questo massimo? La risposta, come sempre, arriverà dal campo. Ma intanto il Mondiale, quello vero, non aspetta nessuno. Nemmeno l’Inter.

  • Quando l’hai deciso mister?

    Non vai in chiesa perché il prete è bravo e simpatico, ci vai perché la fede va oltre la ragione, le persone e le cose. Non è facile da spiegare, ma è così. Poi, certo, ci sono le eccezioni.

    Ho avuto la fortuna di conoscere padre Mario Cattoretti (che Dio l’abbia in gloria) anni fa, a Milano. Certe domeniche andavo a Santa Maria delle Grazie solo per ascoltare le sue prediche.

    Era anche l’epoca di Mourinho all’Inter, se potevo mi sintonizzavo e seguivo in diretta le conferenze pre-partita di Giuseppe (cit.), un po’ come quelli che aspettano gli eventi durante i quali Apple presenta i nuovi iPhone. Perché questo erano le conferenze stampa dell’uomo Speciale: eventi imperdibili.

    Andavo a messa perché le parole di padre Mario mi graffiavano l’anima e mi tormentavano fino alla domenica successiva, e ogni volta che lo andavo a trovare, ero certo del fatto che avrei incassato un altro montante su cui riflettere per giorni.

    Due uomini che incarnano così profondamente una fede — religiosa o calcistica che sia — da diventare loro stessi simbolo, concetto, fede appunto.

    Chi è interista lo sa. Chi ha conosciuto padre Mario, anche.

    Ma queste non sono cose normali. Sono eccezioni. E la vita, nel bene e nel male, è fatta soprattutto di normalità.

    In cuor mio, ho coltivato il sogno di una terza Grande Inter. Un sogno che si è definitivamente dissolto nella notte di Monaco. Ma un sogno non dovrebbe mai lasciare spazio alla delusione e all’amarezza — tuttalpiù alla nostalgia e alla tristezza. Quello sì che è naturale. Così com’è stato, in effetti, per l’Inter del Triplete.

    “Inzaghi in Arabia? Tutto già deciso prima della finale…”. Esteve Calzada, amministratore delegato del club arabo: “Ci chiese di aspettare solo per la firma”. Gazzetta.

    La storia non tradisce mai, a tradire sono gli uomini che la scrivono. Ed è la ragione per la quale la scelta di Simone Inzaghi fa male: perché è il tradimento della sua stessa creatura, del proprio lavoro. L’Inter della seconda stella non entrerà nei libri per come avrebbe meritato, passerà alla storia dal lato sbagliato, attraverso la porta di servizio. E questo fa male. Molto male.

  • Core de Roma

    Forse è ancora presto per dirlo, ma per come ci stiamo muovendo sul mercato pare piuttosto evidente che il lavoro di Chivu sia sintonizzato sulle politiche green della proprietà, detto in modo semplice: più giovani e meno spese.

    Apprendo con piacere la notizia di Frattesi che resta, ammetto che dopo l’addio di Inzaghi, un po’ ci contavo. Custodisco con affetto un’immagine precisa, un’intera sequenza a dire il vero: nel giorno della Befana 2024, al Meazza l’Inter è in vantaggio di un gol segnato abbondantemente oltre il 90° di una partita infinita (il Verona sbaglierà il rigore del possibile pareggio concesso dopo circa 10 minuti di extra-time). Con i 3 punti siamo campioni d’inverno nell’anno che sarà ricordato per lo scudetto della seconda stella.

    Una festa nella festa in casa nostra, perché quel pomeriggio battezziamo di nerazzurro mio figlio. Noi però non vediamo nulla di quel parapiglia finale: inghiottiti dal trambusto roboante della folla incontenibile che abbandona le poltroncine. In quella manciata di concitati minuti conclusivi, mentre il mondo passa dall’esaltazione allo sconforto e poi definitivamente all’euforia, nelle nostre menti rimane impressa la sequenza, a tratti buffa, di Davide Frattesi, che dopo il gol si arrampica in cielo e resta quasi in mutande, salvo poi essere soccorso da Çalhanoğlu che dignitosamente lo ricompone per il meritato carosello coi compagni.

    Core de Roma prenderà dunque parte all’assalto del tesoretto mondiale, circa un milione di euro, una robina così ripartita: 488 milioni di cash certo e 442 per chi fa punti. A seconda del ranking e di altre stranezze relative alla spartizione dei soldoni che non starò qui a sciorinarvi, noi ne porteremo sicuramente a casa più di 20, poca roba se consideriamo i problemi che dovranno superare i nostri preparatori atletici per non gettare alle ortiche una stagione ancor prima di iniziarla. I 20 milioni però potrebbero lievitare oltre i 100, e anche di molto, se dovessimo arrivare in fondo superando in scioltezza anche le tre partite del girone. In altri termini, se le vinciamo tutte portiamo a casa 120.000.000, che forse non sono proprio una robetta così male, no? Difficile? Difficilissimo. Ma noi siamo l’Inter, mica roba da poco.

  • juventus-Inter: quando il torto divenne memoria collettiva

    Inter-juventus finisce spesso con delle lamentele contro gli arbitri. Il guaio è che sono sempre le nostre.

    Le parole di Peppino Prisco, storico vicepresidente e avvocato dell’Inter, bastano da sole a fotografare sessant’anni di rancori, sospetti e rabbia mal digerita. Perché se c’è una partita che, da sempre, lascia dietro di sé strascichi velenosi, quella è Inter-juventus. 64 anni fa, il 10 giugno 1961. È lì che affonda le radici l’astio che, da oltre sessant’anni, infiamma ogni incrocio tra nerazzurri e bianconeri. Una frattura nata sul campo, ma cresciuta nei palazzi del potere calcistico, destinata a segnare la storia del calcio italiano.

    La partita della discordia

    Quella partita a Torino, in realtà, l’Inter l’aveva già vinta. Durante il primo tentativo di giocarla, il 16 aprile 1961, un’invasione di campo da parte dei tifosi juventini, aveva costretto l’arbitro Carlo Gambarotta a sospendere la gara dopo 30 minuti di gioco e 70 d’interruzione. Il regolamento parlava chiaro: vittoria per 2-0 a tavolino all’Inter. Due punti che sarebbero stati fondamentali nella lotta scudetto. E invece no. Pochi giorni dopo, succede l’impensabile: la CAF (Commissione d’Appello Federale) annulla la decisione e ordina la ripetizione della partita. Il motivo? Ufficialmente “problemi tecnici”: l’arbitro non avrebbe applicato correttamente le procedure previste per la sospensione definitiva della gara, in particolare non avrebbe atteso il tempo sufficiente prima di decretare la fine. In pratica: un vizio di forma nella sospensione, nonostante l’invasione fosse avvenuta.

    A rendere la situazione ancora più avvelenata fu un “piccolo” dettaglio: il presidente della FIGC in quel momento era Umberto Agnelli, lo stesso Umberto che era anche presidente della juventus. Serve davvero aggiungere altro? Per l’opinione pubblica interista — e non solo — quella non fu una svista tecnica, ma una manovra di palazzo, un’interferenza istituzionale che segnò per sempre l’immagine della giustizia sportiva italiana. Una coincidenza difficile da digerire, allora come oggi. La decisione fece scivolare l’Inter a due punti dalla juventus. Nell’ultimo turno i nostri giocatori, demoralizzati, persero 2-0 a Catania mentre la juventus pareggiò a Bari e questo sancì di fatto la fine dei giochi.

    Una vittoria che diventò un’ingiustizia

    Fu allora che Angelo Moratti, indignato, decise di protestare in modo clamoroso: ordinò a Helenio Herrera di non schierare la prima squadra.
 In campo, il 10 giugno 1961, andarono i ragazzi della squadra De Martino, l’attuale Primavera. Il risultato fu devastante: 9-1 per la juventus, già matematicamente campione.
 Ma anche in mezzo al fango più nero, spunta un fiore nerazzurro: Sandro Mazzola, al suo esordio in Serie A, segna l’unico gol dell’Inter. Quel ragazzo diventerà una leggenda, un simbolo. Forse era destino che la sua storia cominciasse in un giorno di torto e orgoglio.

    Non solo sport: identità, memoria, battaglia morale

    A distanza di sei anni, nel 1967, il giornalista Gianni Brera conia il termine che ancora oggi usiamo: “Derby d’Italia”. Ma quella definizione non basta più a contenere tutto ciò che la sfida rappresenta. Perché da quel giorno del ’61, Inter-juve ha smesso di essere solo calcio. È diventata questione di principio, di dignità, di memoria storica. Una rivalità che brucia nei cuori, nei bar, nei thread social e persino nei tribunali. È identità, memoria, battaglia morale. È la questione aperta che ogni interista eredita come un lascito familiare. È l’eterna sensazione di avere ragione, ma di doverlo spiegare ogni volta.

    Vi lascio a un botta e risposta immaginario tra Peppino Prisco (storico vicepresidente e “voce” dell’anima interista) e Giampiero Boniperti (storico simbolo e presidente della juventus)

    Boniperti:

    Ma possibile che ancora parliate del 1961? Sono passati 64 anni!
    Era una partita, e fu solo un errore tecnico. Punto.

    Prisco:

    Sì, un “errore tecnico”. Come dire che ti sparano alla schiena per sbaglio.
    La palla era nostra, il risultato era nostro, il torto è vostro.

    Boniperti:

    La CAF decise secondo regolamento. L’arbitro sbagliò, si rigioca.
    È la legge del calcio. Non potete piangere per decenni.

    Prisco:

    Legge del calcio? O legge della famiglia Agnelli?
    Umberto presidente FIGC e della juve… non è legge, è monopolio.

    Boniperti:

    E comunque vincemmo 9-1. Sul campo. Volete ricordare anche quello?

    Prisco:

    Sì, ricordo benissimo.
    Ma quella era la nostra Primavera. La vostra era… un autunno morale.

    Boniperti:

    Dai Peppino, lo sai anche tu: se la juve vince, è perché è più forte.
    Non serve il palazzo. Serve la palla.

    Prisco:

    E quando la palla è nostra… arriva il palazzo a togliercela.
    Succede dal 1961. E ogni tanto… succede ancora.

    Boniperti:

    Quindi secondo te non c’è mai stato un errore arbitrale a favore dell’Inter?

    Prisco:

    Certo che sì.
    La volta che ci fischiarono un rigore al minuto 95… ma solo perché stavano arrestando l’arbitro il giorno dopo.

    Boniperti:

    Sei un avvocato. Sai che le sentenze si rispettano.

    Prisco:

    Infatti le rispetto. Ma non dimentico quelle sbagliate.
    Perché un torto giudicato resta torto… anche se ha vinto lo scudetto.

    Boniperti:

    Ma almeno ammetti che Sandro Mazzola lo abbiamo fatto nascere noi…

    Prisco:

    No, lo ha fatto nascere l’ingiustizia. Voi ci avete tolto la partita.
    Noi ci siamo presi la leggenda.

  • On the Road

    Arrivo ad Appiano, primo allenamento, presentazione (presentazione o primo allenamento, fate voi), dopodomani partenza per gli Stati Uniti. Il tempo di disfare i bagagli, un salto alla pinetina, un paio di pasti coi ragazzi, con quelli che non sono in giro con le nazionali perlomeno, due chiacchiere, due calci al pallone e poi via al Mondiale. Bentornato a casa Cristian.