
Col passare del tempo, i contorni dell’intervento pubblico di Beppe Marotta iniziano a farsi più nitidi. Quando il dirigente ha indicato Calhanoglu come destinatario implicito delle critiche di Lautaro Martinez, forse non voleva solo difendere il capitano. Piuttosto, ha cercato di delimitare il perimetro del malcontento, circoscrivendolo attorno a un giocatore – il turco – che aveva già dato segnali informali di voler lasciare. Una manovra utile a evitare una frattura più ampia. Ma nel frattempo, quella frattura si è aperta comunque. Perché i veri nodi si sono intrecciati tra Lautaro e Thuram, e poi si sono estesi a Dumfries. Le crepe adesso non sono più invisibili. Lautaro accusa, Calhanoglu risponde, Thuram appoggia il turco e Dumfries invoca il silenzio. È il segnale che il gruppo non è più allineato, che la frustrazione ha scavato, che la leadership è messa in discussione.
Il Toro ha sbagliato modi e tempi? Forse. Ma viene da chiedersi se non sia anche il solo ad aver capito che qualcosa stava sfuggendo di mano, che serviva una scossa. E quando ha visto il compagno Marcus affrontare da spettatore il Fluminense, mentre la baracca affondava, non ci ha visto più.
Non è solo una questione di gol (pure quelli sono mancati), ma di atteggiamento, fame, orgoglio. Lautaro ha visto un freno a mano tirato. E nel silenzio di Thuram ha letto qualcosa di peggio: il dubbio, il disincanto, forse la resa.
Il punto è che questa Inter non poteva permetterselo. Non dopo aver buttato via un campionato e una Champions. Non con un attacco che ha segnato poco e male, e che non ha mai davvero avuto alternative. Un problema tecnico, sì. Ma anche mentale. Perché quando due come Lautaro e Thuram segnano un solo gol a testa insieme in tutta la stagione, vuol dire che qualcosa si è incrinato nell’anima della squadra.
Dopo la stagione trionfale della seconda stella, il 2024-25 è stato un anno anomalo. I numeri dicono tutto: 63 partite, zero trofei. Ma anche la coppia d’attacco ha vissuto una stagione a fasi alterne. Fino a Natale, Thuram è stato più vicino all’area, e i gol portavano la sua firma. Dopo gennaio, Lautaro si è ripreso la scena, ma anche lui ha visto momenti di appannamento, culminati con l’assenza in semifinale e finale, a causa degli infortuni. E alla lunga, la mancanza di alternative vere in attacco li ha logorati più di quanto non appaia a occhio nudo. Nessun ricambio, troppi minuti, poche scintille.
Martedì mattina, un confronto diretto tra Lautaro e Thuram ha provato a raffreddare gli animi. Nessuna rottura ufficiale, ma il messaggio è passato: la fiducia reciproca va riconquistata, e serve una base tecnica e motivazionale più solida per evitare nuovi screzi. Servono garanzie tecniche per evitare un ridimensionamento che rischia di essere fatale. E anche la freddezza con Dumfries non è un dettaglio da ignorare. Lo spogliatoio è diventato un luogo delicato, dove il malessere si insinua nei dettagli.

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