Monza-Inter 2-2 (5-7 dcr)

Ci sono amichevoli che passano come acqua di fonte e altre che restano lì, a farti il solletico alla coscienza. Monza–Inter del 12 agosto 2025, finita 2-2 e poi vinta dai nerazzurri ai rigori, è di quelle che lasciano un retrogusto persistente. Non tanto per il punteggio, quanto per quello che ha svelato – e che, da buon interista pragmatico, non posso far finta di non aver visto.

Il primo sorso è amaro: al 26’ Ciurria, brianzolo acquisito e cuore biancorosso, sfrutta una dormita difensiva di Dimarco e infila un Caprari ispirato in versione assist-man. E qui la retroguardia nerazzurra ci ricorda, con la cortesia di un avviso di sfratto, che i vecchi fantasmi non traslocano mai da soli.

Il secondo, doppio, è più dolce: prima dell’intervallo arriva l’autogol di Birindelli, provocato da un cross di Dimarco – la legge del contrappasso, verrebbe da dire – e poi, a inizio ripresa, il colpo di tacco di Pio Esposito. Un gesto tecnico tanto bello quanto rabbioso, completato da una corsa a pugno stretto sotto il settore interista. Qui c’è il futuro: spalle larghe, falli conquistati, sponde da centravanti vero. Chivu lo conosce dall’Under 14 e sa che può farlo diventare il suo ariete.

Il terzo è quello della beffa: quando l’Inter pensa già al rinfresco post-partita, Azzi s’infila come un ospite non invitato e sigla il 2-2 all’89’. Pavard resta a guardare, come se qualcuno avesse tolto la batteria dall’orologio.

Tutti a segno i rigori di Lautaro, Bastoni, Barella, Acerbi e Thuram. Sardo, invece, trova sulla sua strada Josep Martínez, che para e chiude la pratica.

Il 3-5-2 di partenza si trasforma spesso in un 3-1-2-4, con Dimarco e Luis Henrique alti come ali d’altri tempi. L’idea è intrigante, ma dietro ogni mossa audace si nasconde il rischio di lasciare la porta socchiusa. Bene Sucic, sempre più a suo agio da mezzala; bene Bonny, anche se sottoporta deve ritrovare la mira; male Dimarco, che sbaglia sul vantaggio monzese e regala palloni pericolosi.

Dopo la vittoria a Montecarlo col Monaco, Chivu scopre che la strada è ancora lunga: difesa da registrare, intese da rifinire, giovani da far crescere. Ma se il buongiorno si vede dal tacco, il bambino Pio potrebbe diventare il sole di questa Inter.

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