
Dopo la juve next gen, il milan futuro (retrocesso in serie D) e l’Atalanta U23, da quest’anno ci sono anche i nostri ragazzi.
In un calcio dove ogni passo in avanti sembra un retro-passaggio al portiere del ‘94, l’Inter fa qualcosa di spudoratamente sensato: fonda una seconda squadra per far giocare i giovani. Già questo, in Italia, è un atto rivoluzionario. Se poi questi giovani pareggiano in rimonta al debutto, con spirito, ardore e una certa impudenza tattica, allora possiamo pure dire che la storia è cominciata col piede giusto. E senza infradito.
Il 27 luglio 2025 resterà inciso nella memoria nerazzurra non per il risultato – un 2-2 che fa curriculum più che statistica – ma per l’atto inaugurale di un’idea concreta, moderna e (mi perdonerete l’eresia) europea. Il calcio italiano, abituato a mettere la tuta a pensionati in cerca di ultime panchine, guarda con sospetto chi investe sui ventenni. L’Inter, invece, osa. Crea. E costruisce un ponte tra la Primavera e San Siro, passando per la trincea vera della Serie C.
E allora eccoli, questi ragazzi vestiti di nerazzurro ma col cuore sgualcito dalla prima maglia vera. Prendono gol? Sì. Reagiscono? Soprattutto. Pareggiano nel recupero con un colpo di testa da calcio d’angolo che sa di giovinezza e di fame. E lo fanno contro un Trento tosto, in uno stadio vero, con la pressione di chi non può permettersi il lusso di sbagliare perché ogni errore pesa doppio, quando sei il primo della tua specie.
Chi pensava a un Inter U23 come una passerella per figli di papà si ricreda. Qui si fatica. Si suda. Si incassano legnate vere, non like su Instagram. E c’è un certo Stefano Vecchi, uomo d’ordine e di sostanza, a fare da lievito madre. Uno che la categoria la conosce come le curve della tangenziale Est. Uno che se deve alzare la voce, la alza in dialetto e senza filtro.
L’importanza di questa partita non sta solo nei gol. Sta nel messaggio: l’Inter non aspetta i talenti. Li fabbrica. Li tempra. Li manda in campo in uno dei tornei più duri, senza Photoshop. Perché crescere in Serie C è come imparare a nuotare buttati nel Naviglio: se galleggi qui, puoi andare ovunque.
E infine un pensiero, che se fossimo in un processo lo definirebbero “circostanziale ma significativo”: mentre altrove si parla ancora di multiproprietà, debiti a rotazione e bilanci creativi come un corso di acquarello, l’Inter presenta un progetto solido, sostenibile, e persino romantico. Roba da far girare la testa ai contabili della FIGC e agli esperti di fanta-finanza.
Il 2-2 di Trento è un pareggio? Sì. Ma è anche una dichiarazione d’intenti. E se l’U23 è il futuro, allora possiamo dormire sereni.
Sempre che ci lascino sognare.

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