
Alzi la mano chi, ieri sera, non ha rivisto per lunghi tratti l’Inter di Monaco. Quella lenta, spenta, senza identità. La squadra che avrebbe dovuto cambiare pelle, a Charlotte ha finito per ripetere la peggior serata dell’intero anno. Il Mondiale per club finisce con un’eliminazione amarissima, ma tutt’altro che imprevedibile: alla luce del 2-0 incassato dal Fluminense è facile imputare al mister scelte sbagliate, la verità è che sono apparse evidenti le condizioni fisiche precarie e una stanchezza mentale mai veramente superata.
Christian Chivu, chiamato alla gestione del “supplemento” di stagione, ha avuto il merito di salvare la faccia dell’Inter contro il River Plate. Ma alla prima vera difficoltà, ha scelto la via più prudente. Ha rimandato la rivoluzione, quando invece serviva il coraggio di stravolgere tutto.
Era chiaro che il Mondiale per club, con la sua collocazione estiva e le condizioni ambientali proibitive, non potesse diventare il punto esclamativo di una stagione piena di parentesi aperte. Ma almeno i quarti – obiettivo minimo – dovevano essere raggiunti. Non solo per i 12,2 milioni in palio, ma per dare un senso alla tournée americana, per restituire energia a un progetto tecnico uscito ammaccato dal finale di stagione europea.
E invece, a Charlotte, l’Inter si è presentata con l’abito peggiore, mettendo in mostra la versione più faticosa e prevedibile di se stessa. Un undici titolare formato da molti reduci logori – Thuram su tutti – e da gerarchie che hanno frenato l’energia dei giovani. Il caldo, l’umidità, il campo secco e il viaggio coast-to-coast non sono scuse: sono dati di fatto. Ma sono gli stessi che avrebbero consigliato, se non imposto, un approccio più coraggioso.
Pronti via, regaliamo l’1-0 al Fluminense. Una sequenza imbarazzante tra De Vrij, Bastoni e Sommer, chiusa dal colpo di testa di Cano che buca il portiere sotto le gambe. È il prologo a un primo tempo che sa di déjà vu. Ritmi bassi, passaggi orizzontali, zero profondità. Dimarco ci prova un paio di volte, ma è l’unica fiammella nel buio. Mentre il Fluminense, squadra modesta ma ordinata, gioca con mestiere: disturba la costruzione dal basso e poi si chiude a riccio, contando sull’arbitro Barton, poco reattivo e spesso ingannato da teatrini carioca d’altri tempi.
Nella ripresa, finalmente, Chivu cambia. Dentro Sucic, Luis Henrique, Carboni. Esce la vecchia Inter, entra quella che forse avrebbe dovuto partire dall’inizio. I ragazzi guadagnano campo, creano occasioni, colpiscono un palo con Lautaro e sprecano un’occasione clamorosa con Sebastiano Esposito. Ma la rimonta non arriva. E nel recupero, mentre l’Inter meriterebbe il pareggio, arriva il 2-0 di Hercules. Chiusura simbolica e amara.
Il mister aveva di fronte un bivio. Poteva dare subito spazio a chi aveva gamba e motivazioni, o affidarsi ancora alla vecchia guardia, a una squadra che ha corso più di 5.000 minuti in stagione e che non ha più energie. Ha scelto la seconda. Pagando dazio. Forse ha pensato che l’esperienza potesse bastare contro un Fluminense armato solo di compattezza. Ma il calcio non aspetta nessuno, e il fisico non si comanda.
I dati sono impietosi: questa è la stagione più lunga della storia nerazzurra (63 partite), senza neanche un trofeo da esibire. Ci sono stati momenti straordinari – la doppia sfida col Barcellona su tutti – e c’è stata anche la capacità di rispondere a una crisi societaria silenziosa con dignità e risultati economici (oltre 100 milioni di ricavi tra UEFA e FIFA). Ma l’Inter è l’Inter e non può finire l’anno a mani vuote senza considerarlo fallimentare.
Al triplice fischio, Lautaro Martinez ha detto quello che molti pensano: «Chi non vuole lottare, vada via». Parole pesanti, da capitano vero. Uno sfogo che ha scosso l’ambiente e che, a giudicare dai sussurri, non è del tutto scollegato dalla posizione di alcuni senatori — Calhanoglu in primis. È il segnale che qualcosa si è rotto, o quanto meno incrinato, all’interno di un gruppo che negli ultimi mesi ha perso intensità, fame, direzione.
La consolazione è che non ripartiamo da zero. L’eliminazione non mette in discussione la programmazione estiva: ci saranno rinforzi, c’è un mercato da costruire con lucidità e alcune fondamenta su cui contare. Ma da oggi, Chivu non può più permettersi esitazioni. Dovrà fare scelte chiare, anche dolorose. Dovrà decidere su chi puntare davvero. Perché la rivoluzione non può essere rimandata ancora. Dopo Monaco, Charlotte ha detto che l’Inter ha bisogno di cambiare pelle. Stavolta per davvero.

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.