Il debutto mondiale tra ruggine e rimpianti. Così non basta

Il primo passo è stato più rumoroso per ciò che è mancato che per ciò che si è visto. L’Inter apre il suo Mondiale per club con un pareggio 1-1 contro il Monterrey che ha il sapore di un’occasione sprecata. Non tanto per l’avversario, comunque dignitoso nella sua semplicità, quanto per quello che i nerazzurri hanno lasciato sul campo: ritmo basso, idee annebbiate e gambe impastate. Altro che inizio trionfale: la nuova era Chivu parte sotto un cielo messicano grigio, e non solo per colpa del meteo.

Il pareggio di Lautaro – che risponde a Sergio Ramos – evita il tonfo, ma non cancella le nuvole. Perché se è vero che l’Inter ha provato a reagire e qualcosa, qua e là, si è intravisto (soprattutto nei cambi di modulo e nell’ingresso dei nuovi Sucic e Luis Henrique), è altrettanto vero che questa squadra – per ora – non ha ancora trovato un’identità post-Inzaghi. Anzi, sembra portarsi dietro le sue stesse inquietudini: difesa ballerina, attacco spuntato, e un senso di precarietà mentale che pesa più della fatica fisica.

Cristian Chivu, alla sua prima internazionale da allenatore nerazzurro, ha provato a rimanere saldo al timone: “Non cerco scuse, ma abbiamo poche energie”. Dichiarazione onesta, ma anche pericolosa. Perché al Mondiale per club non c’è tempo per carburare: sabato contro gli Urawa Red Diamonds si gioca già una fetta di qualificazione. E la versione estiva e svagata dell’Inter vista nel primo tempo al Rose Bowl non basta. Non può bastare.

L’attacco si regge ancora una volta sulle spalle di Lautaro, ormai leader tecnico, morale e anche psicologico. Il suo gol nasce da un’intuizione di Asllani, dalla generosità di Carlos Augusto e, diciamolo, da un’imperdonabile disattenzione del Monterrey. Ma se serve un errore degli altri per accendersi, allora il motore interista è ancora in panne. Esposito non punge, Thuram entra senza cambiare marcia, e Zalewski spreca un’occasione d’oro. Il problema non è solo nella finalizzazione, ma nella qualità delle scelte: l’Inter crea, ma male. Tanta corsa, poca fame.

Poi c’è la difesa, che ha perso ogni aura di sicurezza. Il gol subito da calcio d’angolo è una sintesi perfetta del momento: Bastoni sbaglia, Acerbi si fa fregare nel movimento, Pavard si fa sovrastare. E mentre Lautaro chiede di “lavorare sulla difesa a zona”, Chivu precisa che “su Ramos era marcatura a uomo”. Dettagli che rivelano un cantiere ancora aperto, con troppe pareti fragili e fondamenta in costruzione.

L’Inter ha provato a cambiare pelle durante il match, passando dal 3-5-2 al 3-4-1-2 e poi al 3-4-2-1. Segno che Chivu ha idee, ma anche che non ha ancora una mappa precisa. L’inserimento di Sucic e Luis Henrique – due volti nuovi con appena un paio di allenamenti – è coraggioso, ma non può bastare. La transizione è iniziata, ma è lenta. E nel calcio, come nella vita, chi cammina troppo piano rischia di essere travolto.

“Non ci vergogniamo mai di quello che facciamo in campo”, ha detto Chivu. Una dichiarazione di dignità, certo. Ma l’orgoglio, da solo, non porta titoli. E nemmeno vittorie. Adesso serve di più: lucidità, intensità, coraggio. Contro l’Urawa servirà fame vera. Fame da Inter.

Perché se è vero – come ha detto lo stesso tecnico – che “abbiamo fatto il massimo, il meglio di quel che avevamo dentro”, allora la domanda vera è un’altra: è abbastanza, questo massimo? La risposta, come sempre, arriverà dal campo. Ma intanto il Mondiale, quello vero, non aspetta nessuno. Nemmeno l’Inter.

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